La Lettura, 28 febbraio 2026
Intervista ad Arthur Sze
«La poesia è il linguaggio nella sua forma più intensa. Trasmette il proprio significato attraverso il suono e il ritmo». In apertura del mese che il «Corriere» e «la Lettura» dedicano a questa forma d’arte, abbiamo parlato con Arthur Sze, dall’anno scorso 25° Poeta laureato degli Stati Uniti. La figura del «poeta laureato» è nata in Italia nel Medioevo ma è poi scomparsa. Negli Stati Uniti il poet laureate ha invece il compito di incrementare la comprensione della lettura e della scrittura poetica nel Paese, una posizione istituita nel 1937 dalla Library of Congress – la biblioteca nazionale degli Stati Uniti con sede a Washington – che è stata assegnata, tra gli altri, a Iosif Brodskij, Louise Glück, Charles Simic, Juan Felipe Herrera, Tracy K. Smith, Joy Harjo e Ada Limón. In qualità di dipendente della Library of Congress è soggetto alle norme etiche della biblioteca e mentre è in carica non può assumere posizioni politiche. Sze, nato a New York nel 1950, vincitore dell’American Book Award in Poetry nel 1996 e del National Book Award for Poetry nel 2019, è il primo di origini asiatiche. «Come molti asiatico-americani, sono cresciuto con la pressione di essere bravo in matematica e scienze per poi avere una professione sicura. Mi iscrissi al Massachusetts Institute of Technology e frequentai un corso di calcolo».
Seguiva le orme di suo padre, ingegnere chimico?
«Sì, ma ho scoperto la poesia e me ne sono innamorato perché in pochissimo tempo sa dire tantissimo».
Avrebbe mai immaginato che un giorno sarebbe stato nominato Poeta laureato degli Stati Uniti?
«Nemmeno mi aspettavo di poter essere un poeta! Ho frequentato una scuola superiore privata nel New Jersey e la poesia è sempre stata insegnata malissimo, come se fosse qualcosa di difficile e intimidatorio».
Quando ha capito che le piaceva?
«Quando ho iniziato a leggerla per conto mio: il senso del linguaggio, il ritmo... Lessi Dylan Thomas e pensai che il suono delle parole fosse bellissimo».
Ricorda una poesia in particolare?
«Do Not Go Gentle into That Good Night (Non andartene docile in quella buona notte), con quel finale: rage, rage against the dying of the light (infuria, infuria contro il morire della luce). In meno di venti versi era riuscito a esprimere tantissimo. Ma anche In My Craft or Sullen Art (Nella mia arte scontrosa o mestiere), una poesia lirica su un poeta che scrive pensando agli amanti nella notte e alla sua scrittura, molto romantica e bella».
Ricorda quali sentimenti ha provato?
«Entrambe mi hanno collegato a qualcosa di profondo e universale. Possiamo parlare lingue diverse, ma l’esperienza dell’amore e della morte, che per la poesia sono fondamentali, trascendono qualsiasi linguaggio: sono la condizione umana».
La poesia l’ha forse aiutata con le domande che ognuno di noi si pone a quell’età?
«Sì, da adolescenti proviamo emozioni fortissime e la poesia può parlare ai giovani in modo diretto perché è musicale. Quando è forte e vitale la poesia fa sì che il lettore viva il mondo in modo sorprendente. Non fornisce risposte definitive, ma risposte provvisorie che portano ad altre domande».
In questo forse è vicina alla scienza?
«Molti pensano che poesia e scienza siano opposte o antitetiche, ma io credo che gli scienziati davvero bravi abbiano in fondo un senso di meraviglia e stupore per il mondo. Lo stesso vale per la poesia: dona e rinnova il nostro senso di meraviglia e mistero. Gli scienziati possono arrivare a risposte o scoperte provvisorie, ma credo che loro stessi siano i primi ad avere un senso di sé piccolo. Riconoscono di essere una parte piccola di qualcosa di molto più grande. Gli scienziati possono indagare la natura del cosmo, mentre la poesia ha forse la capacità di connetterci l’un altro, che è unica».
È più intima?
«Meno logica. Più personale, più emotiva».
Nelle sue poesie c’è sempre un riferimento alla natura, che sia un fiume, un albero...
«Amo osservare e descrivere gli elementi nel mondo naturale. Attingo alla tradizione dell’antica poesia cinese, che è fortemente influenzata dalla natura e ho la sensazione che sia la nostra più grande maestra. Inoltre vivo a Santa Fe, che non è una città enorme ed è a 2.100 metri di altezza, in New Mexico. La luce, il paesaggio e la natura sono molto forti e presenti. Anche i letti dei torrenti che si riempiono d’acqua solo quando nel deserto piove hanno avuto un impatto molto forte sul mio paesaggio interiore e sulla mia geografia».
Come è arrivato in New Mexico?
«Cercavo un posto in America in cui non ero mai stato prima e un poeta di Berkeley mi ha suggerito di venire qui, più di cinquant’anni fa. Sono cresciuto a New York. Ho frequentato l’università in California. Conoscevo le coste est e ovest, ma una volta arrivato sono rimasto sbalordito: era una parte d’America che non avevo idea esistesse. Qui è come se si potesse vedere per chilometri e chilometri. Il modo in cui le nuvole si accumulano nel pomeriggio, si addensano e riempiono l’orizzonte. Il paesaggio è davvero mozzafiato, indimenticabile».
E ha insegnato per 22 anni all’Institute of American Indian Arts.
«È un college aperto a tutte le tribù riconosciute a livello federale. Ho lavorato con studenti provenienti da oltre 200 tribù di ogni parte del Paese, di un’età compresa tra i 18 e gli 80 anni. Non si trattava di un college frequentato solo da giovani di buona famiglia, ma di ogni classe sociale. Alcuni parlavano la lingua nativa, altri erano cresciuti in città e non conoscevano affatto la lingua della propria tribù: un gruppo molto eterogeneo».
Qual è stata la cosa che l’ha colpita di più?
«Spesso all’inizio c’erano molte rivalità. Da estraneo, da sino-americano, è stata una rivelazione. Davo per scontato che tutti fossero nativi americani, ma in realtà è solo un’etichetta che noi diamo a gruppi molto diversi. Storicamente ci sono sempre state tensioni tra i Pueblo e quelli delle Grandi Pianure e all’inizio alcune di queste tensioni si manifestavano anche in classe. Ma nel corso dei 22 anni d’insegnamento gli studenti hanno davvero iniziato a collaborare, a riconoscerne la necessità».
Quali sono le sfide incontrate dai suoi studenti?
«Uno degli ostacoli maggiori è la visione stereotipata che l’America ha dei nativi. Molti arrivavano da scuole in cui gli insegnanti li avevano spinti a scrivere di cavalcate, tramonti e falò notturni, mentre loro volevano parlare di una storia molto più oscura e complicata. Per me è stato un onore e un privilegio avere l’opportunità di incoraggiarli a perseguire la loro visione creativa».
Che cosa gli diceva?
«Di non aver paura di usare la propria cultura per dare un tocco personale alle poesie che scrivono in inglese. Se per rappresentare un concetto conoscono una parola che nella loro lingua nativa esiste ma in inglese no, volevo che la usassero. Gran parte del mio lavoro consisteva nell’infrangere le aspettative».
Anche sua moglie Carol Moldaw è poetessa.
«È meraviglioso. Ci siamo incontrati a quarant’anni, se ci fossimo conosciuti all’università forse sarebbe stato più difficile, perché entrambi eravamo occupati a formare la nostra voce, la nostra estetica e il nostro stile: ci sarebbero stati molti contrasti. Ma ci siamo conosciuti quando avevamo stili e visioni molto distinte e sapevamo quanto sia difficile guadagnarsi da vivere con la poesia. Ci sosteniamo a vicenda».
Come condividete il vostro lavoro?
«All’inizio condividevamo spesso le bozze e le commentavamo. Ora meno perché penso che il nostro processo di scrittura si sia evoluto. Abbiamo un’idea di che cosa potremmo dirci, ma vogliamo anche avere il nostro spazio. Adesso tendo a mostrarle le poesie solo quando penso che siano praticamente finite, ma lei potrebbe ancora notare qualcosa e darmi un suggerimento».
Ha una parola preferita?
«Vorrei riuscire a usare qualsiasi parola della lingua inglese, nessuna è più poetica di un’altra. Luna, fiume, luce vanno ovviamente bene, ma possono diventare troppo preziose, quindi perché non usare forbici, elettrone o spazzatura? A un certo punto mi piaceva proprio il suono della parola forbici, scissors, con tutte quelle S che la rendono estremamente tagliente».
Conosce la poesia italiana?
«Poca, però ho scritto una poesia intitolata La cornucopia, che è ambientata in una stazione ferroviaria italiana, e adoro Cesare Pavese: Lavorare stanca è una raccolta bellissima. Mi piace Eugenio Montale, che scrive una poesia a tratti più difficile, e poi amo Dante. So che è un po’ un sacrilegio, ma quando ero a Berkeley ho letto la traduzione in prosa di John D. Sinclair. Se un passo mi piaceva molto, ad esempio “Lo maggior corno de la fiamma antica”, Inferno XXVI, dove Ulisse getta la propria voce fuori dal fuoco, mi mettevo a riscrivere a mano il testo in italiano, che era sulla pagina di sinistra».
L’aiutava a capirlo?
«Se leggo soltanto, è come se guardassi solo in superficie. Se invece scrivo frase per frase e conosco la traduzione, personalizzo la lingua e la vivo con il mio corpo. È un’esperienza molto diversa dal continuare semplicemente a leggere. Si tratta di entrare in profondità e sperimentare quanto siano potenti quei passaggi di Dante. È così che ho imparato a tradurre anche poesia cinese».
Una lingua totalmente diversa dall’inglese.
«Penso che si debba constatare che la traduzione è un atto impossibile. Da traduttore provo un profondo senso di perdita perché non si può trasferire il suono del cinese in inglese o in italiano. Detto questo, credo che fermarsi sarebbe una perdita anche peggiore, perché dopotutto la traduzione è un gesto molto umano».
Nel senso che ci avvicina?
«Tradurre offre la possibilità di scoprire qualcosa di nuovo della tua stessa lingua, spinge a riflettere su come la poesia originale riesca a creare i suoi effetti più potenti. Potresti ritrovarti a non seguire letteralmente questo approccio, a non riuscirci, ma ti viene chiesto di indagare e pensare a come attingere alle risorse del linguaggio per creare un’esperienza che, al meglio delle tue capacità, arrivi a toccare quello che accade nella lingua originale. Questo mi sembra un compito che vale la pena affrontare. La traduzione è impossibile eppure ne abbiamo bisogno per capirci e comunicare».
E lei come ha cominciato a scrivere?
«Ho imparato proprio attraverso la traduzione. La maggior parte dei poeti americani che conosco ha frequentato una scuola di specializzazione, un master, un laboratorio. Io no. Io mi sono dedicato alla traduzione di poesie cinesi. Ho trascritto i caratteri a mano e ho pensato a come quelle poesie venivano create. Mi sono chiesto come il poeta fosse arrivato a configurare il linguaggio in quel modo. Riflettevo su come vengono usate le immagini, il suono, il ritmo, il silenzio, la musicalità. Non potevo riprodurre il cinese, ma potevo attingere a tutto questo per alimentare il mio lavoro. Da un lato, avevo l’entusiasmante e impossibile compito di prendere una poesia dell’VIII secolo e tradurla in inglese contemporaneo, dall’altro imparavo a scrivere le mie».
Su quali poeti si è concentrato?
«Quelli della dinastia Tang (618-907 d.C., ndr): Li Bai, Du Fu e Wang Wei, tre fra i più grandi poeti cinesi. Le loro poesie sono incredibilmente compatte, eppure è come se rivelassero un mondo. Ero rimasto colpito da quanto fossero datate le traduzioni che leggevo negli anni Settanta, come se l’“io” si trovasse nell’Inghilterra di cent’anni prima. Ricordo di essere rimasto sconvolto nello scoprire che Arthur Waley, un curatore del British Museum considerato tra i più grandi traduttori di poesia cinese in inglese, aveva tradotto una poesia di Li Bai in cui il narratore beve vino, guarda la sua ombra, la luna e inizia a ballare, come se il narratore e l’ombra avessero una relazione simile a quella tra padrone e schiavo. A volte il bagaglio culturale viene trasportato nella traduzione, ma in questo caso Waley era arrivato a imporre il pensiero coloniale britannico a una poesia cinese classica scritta più di mille anni prima: un tradimento enorme. Ero studente a Berkeley e ho capito che potevo creare qualcosa di nuovo, più vicino all’originale».
Da Poeta laureato qual è il suo obiettivo?
«Sono il 25° Poeta laureato degli Stati Uniti, ma sono il primo a scegliere la traduzione come mezzo per sviluppare e far crescere l’interesse della poesia in questo Paese. Ho da poco assemblato una raccolta che si intitola Transient Worlds e contiene 23 poesie di 13 lingue diverse. Prendo una poesia cinese del 416. Ne presento i caratteri. Offro a chi non conosce il cinese il suono e le parole in inglese, poi presento tre diverse traduzioni della stessa poesia».
Per mostrare che una versione definitiva non c’è.
«Infatti parlo di come ogni traduttore abbia trovato qualcosa di valido e poi invito il lettore a fare la propria. Il mio desiderio è che questo libro arrivi nelle scuole superiori, nelle università e nelle comunità. C’è Ode della gelosia di Saffo con il testo greco e quattro diverse traduzioni in inglese. “Pari agli dèi mi appare lui, quell’uomo/ che ti siede davanti”, un triangolo amoroso composto da una donna che guarda una donna e un uomo mentre parlano. Ci sono poesie in arabo, ebraico, spagnolo, francese, tedesco, indiano americano. Ci sono tre haiku giapponesi, il calligramma di Guillaume Apollinaire a forma di garofano, c’è una poesia visiva intraducibile, basata sulle parole “equilibrio” e “squilibrio”. Parlo di come la lingua navajo sia costruita attorno al verbo “andare”. Questo libro è una lettura di poesia mondiale di epoche e luoghi diversi. Esce il 14 aprile».
Per il mese nazionale della poesia, che negli Stati Uniti cade proprio in aprile.
«Sì, e mi scuso: nella raccolta non ho messo nessuna poesia in italiano».