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 2026  marzo 01 Domenica calendario

Il boom schiacciante della Nba del volley

Per decenni, le pallavoliste americane hanno dovuto lasciare il proprio Paese e trasferirsi in Europa o in Asia per poter avere una carriera da professioniste. Oltre infatti al campionato universitario (Ncaa), non c’erano canali professionalizzanti per le giocatrici di volley. Ma il 2025 e il 2026 hanno segnato il punto di rottura. Gli Stati Uniti hanno deciso di smettere di esportare talento e hanno iniziato a coltivarlo a casa loro: è nata così una lega professionistica che non è solo sport, ma una macchina da intrattenimento totale, disegnata sul modello Nba.
Il panorama americano non si è accontentato di un solo esperimento. La League One Volleyball (Lovb) e la neonata Major League Volleyball (Mlv), nata dalla fusione tra la Pro Volleyball Federation (Pvf ) e i precedenti asset della Mlv, rappresentano le due facce di questa rivoluzione.
La Lovb, in particolare, ha introdotto un concetto, per gli Stati Uniti, rivoluzionario, che permette alle atlete di partire dalla base dello sport arrivando al professionismo. Con un finanziamento iniziale di oltre 100 milioni di dollari, la lega ha acquisito decine di club giovanili in tutto il Paese. «Non stiamo solo costruendo una lega – ha dichiarato Haleigh Washington, centrale della Lovb Salt Lake –. Stiamo cambiando l’intero ecosistema della pallavolo femminile in questo Paese. Vogliamo che le bambine vedano un percorso chiaro che parta dal loro primo allenamento e arrivi fino al contratto professionistico sotto casa». Ma non c’è solo l’aspetto sportivo. Questo nuovo modo di vivere la pallavolo punta moltissimo sul coinvolgimento dei fan. Le partite non sono semplici eventi sportivi, ma show televisivi con luci, musica, statistiche in tempo reale e ospiti importanti. Dal punto di vista economico, i numeri sono sempre più impressionanti. Dopo la fusione del 2025, il valore complessivo della lega ha superato i 325 milioni di dollari. In Lovb il salario minimo per la stagione inaugurale di 14 settimane è di 60.000 dollari, a cui si aggiungono bonus per prestazioni, alloggio e, per la prima volta nella storia del volley Usa, un’assicurazione sanitaria completa tutto l’anno e il congedo parentale retribuito. Inoltre, gruppi di venture capital, star dello spettacolo e sportivi, da Billie Jean King a Kevin Durant, sono entrati come investitori, vedendo nel volley un grande affare, dopo il boom della Wnba nel basket. In questo panorama, il grande escluso sembra essere il Brasile, che ha dominato il mercato della pallavolo negli ultimi trent’anni. La Superliga brasiliana resta un punto di riferimento tecnico e culturale. Ma le differenze strutturali con la nuova lega statunitense sono nette. A partire dal sostentamento economico: la Superliga brasiliana si basa storicamente su grandi sponsor aziendali, spesso nel settore bancario o industriale, che danno il nome alle squadre, come Itambé Minas o Dentil Praia Clube. Negli Usa, il modello è quello del franchising.
Dal punto di vista degli ingaggi, il Brasile fatica a competere con la potenza del dollaro. Se un top club brasiliano può offrire contratti competitivi grazie alla svalutazione del real rispetto al dollaro, l’offerta americana sta diventando irresistibile non tanto per le cifre assolute (che in Turchia o Italia possono essere ancora più alte), quanto per la qualità della vita e la vicinanza alla famiglia. Un’altra differenza riguarda la percezione del fenomeno. In Brasile la partita è un rito religioso; negli Usa è un evento esperienziale, che sta attirando sponsor che prima non avrebbero mai considerato questa disciplina.
E questo successo si traduce anche nei numeri degli atleti. Secondo i dati di Usa Volleyball, il tesseramento giovanile è aumentato del 9,6% nell’ultimo biennio, raggiungendo la cifra record di 408.000 membri. Ancora più impressionante è il dato maschile, cresciuto del 40% dal 2017.
«C’è una marea che sta salendo nello sport – ha affermato Katlyn Gao, cofondatrice e ceo di Lovb –. Abbiamo centinaia di ragazze che ogni anno dovevano andare all’estero per giocare. Molte di loro non volevano farlo. Ora diamo loro una casa, un salario dignitoso e una piattaforma mediatica che le renderà icone nazionali».
Se il Brasile rimarrà la “patria spirituale” di questo sport, gli Stati Uniti si candidano ufficialmente a tracciare i contorni del prossimo futuro.