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 2026  marzo 01 Domenica calendario

Disabilità e inclusione lavorativa difficile: «Le assunzioni procedono a singhiozzo»

Inclusione lavorativa sì, ma a determinate condizioni. E soprattutto a patto che non diventi un vincolo troppo stringente per le aziende. È il timore che accompagna le modifiche introdotte nel Decreto sicurezza nei luoghi di lavoro, convertito in legge lo scorso 18 dicembre, che intervengono anche sul collocamento mirato delle persone con disabilità. Nel testo è stato aggiunto un articolo – il 14 bis – che, secondo diverse associazioni, rischia di ridurre il ricorso alle assunzioni dirette. A lanciare l’allarme sono la Lega per i diritti delle persone con disabilità (Ledha) e Fand Lombardia che intravedono un’azione che rischia di svuotare progressivamente il senso della legge 68 del 1999, pilastro del collocamento mirato in Italia.
Ad oggi, per le imprese soggette all’obbligo di assunzione, è già prevista, oltre all’assunzione diretta, la possibilità di attribuire una commessa di lavoro a una cooperativa sociale di tipo B, realtà che hanno come finalità specifica l’inserimento lavorativo di persone con disabilità. Opzione sulla quale le aziende dovrebbero propendere, teoricamente, solo nel caso di persone con disabilità che «presentino particolari caratteristiche e difficoltà di inserimento nel ciclo lavorativo ordinario». E comunque fino ad un massimo del 10% della quota in obbligo. Con l’articolo 14-bis queste possibilità vengono ampliate in modo significativo. Da un lato, si estende la platea dei soggetti coinvolgibili, includendo enti del Terzo settore non commerciali e società benefit. Dall’altro, cresce in maniera rilevante la quota di obbligo che può essere coperta attraverso queste soluzioni: dal 10% si arriva fino al 60%. Secondo Ledha e Fand Lombardia, il rischio è che l’assunzione diretta diventi sempre più marginale e che le persone con disabilità vengano progressivamente allontanate dai contesti produttivi ordinari, indirizzate verso percorsi paralleli che garantiscono minori opportunità di stabilità e crescita professionale. Preoccupazione legittima davanti a un mercato del lavoro che già attualmente, per le persone con disabilità, è estremamente fragile: sebbene non esistano dati ufficiali, si stima che tra il 50 e il 70% delle imprese preferiscono pagare le eventuali sanzioni previste dalla legge piuttosto che assumere una persona con disabilità. Non stupiscono allora i dati emersi da un’anticipazione dell’indagine realizzata da Fondazione Studi-Anffas, secondo i quali solo il 40% delle persone con disabilità intellettive e disturbi del neurosviluppo risulta occupato e il 30% è in cerca di un lavoro. Tra chi lavora, il 38% è impiegato in attività manuali, nonostante un livello di istruzione medio-alto: il 43% ha un diploma di scuola secondaria e il 15% è laureato. Le attività manuali e artigianali restano infatti quelle in cui l’inserimento risulta più frequente. Anche la qualità dell’occupazione appare limitata. Solo il 5 per cento lavora a tempo pieno, e nel 40% dei casi il part time è imposto dall’azienda. Le persone con disabilità segnalano come ostacoli principali la persistenza di stereotipi e la scarsa conoscenza delle loro competenze, ma anche l’assenza di servizi capaci di favorire l’incontro tra domanda e offerta e contesti lavorativi poco attrezzati ad accoglierle. Non sorprende, quindi, che molti intervistati individuino nell’ampliamento degli incentivi alle aziende che assumono persone con disabilità la misura più utile per favorire una reale inclusione lavorativa. Peccato che vengano concessi incentivi opposti.