Il Messaggero, 1 marzo 2026
Intervista a Massimiliano Gallo
Uno stakanovista nato, Massimiliano Gallo. In questi giorni l’attore napoletano è al Teatro Manzoni di Milano – fino all’8 marzo, a Roma arriverà a dicembre – con lo spettacolo Malinconico. Moderatamente felice, tratto dai libri di Diego De Silva (dal 2022 lo interpreta anche nella serie di Rai1 Malinconico, avvocato d’insuccesso e presto tornerà sul set per girare una nuova stagione), domenica prossima torna sempre su Rai1 con Imma Tataranni, e il prossimo 9 aprile sbarcherà nelle sale con il suo primo film da regista, La salita. Insomma, lavora come un pazzo.
Altro che moderatamente: adesso è estremamente felice, giusto?
«Sì. Lo sarei stato anche con una minore visibilità, però senza ipocrisie dico che sono molto più felice così».
Con tutto quello che fa era proprio necessario fare anche un film da regista?
«Sì. Ho sempre pensato che ne avrei diretto uno solo se fossi stato davvero in grado. A quasi 58 anni, credo di esserlo».
Racconta una storia ambientata in un carcere minorile: per cavalcare l’onda lunga di “Mare fuori”?
«Per carità. Proprio per schivarla ho scelto di ambientare tutto nel 1983. In pratica, è la vicenda vera, un po’ romanzata, del penitenziario di Nisida che quell’anno si ritrovò a ospitare 18 detenute del carcere di Pozzuoli evacuato per via del bradisismo. In quello stesso periodo, proprio a Nisida, il neo senatore a vita Eduardo De Filippo decise di finanziare la ristrutturazione del teatro del carcere, ripristinare un corso di recitazione, e inviare gli attori della sua compagnia per mettere in scena quello che fu il primo spettacolo allestito in un Istituto minorile».
Non le piace la contemporaneità?
«Per niente. Non mi interessa perché la trovo talmente brutta che non saprei come raccontarla. La mia è una storia dove c’è spazio per sentimenti e poesia. Che gigante, Eduardo. Ebbe un approccio mai retorico né consolatorio: andò a Nisida, fece un assegno, e iniziò a fare. Non puntò la lente d’ingrandimento sulle colpe dei ragazzi, che ovviamente le avevano, ma sugli adulti e i politici: “Che cosa abbiamo fatto per evitare che arrivassero qui e cosa possiamo fare adesso per loro?"».
Lei cosa fa per restituire un po’ della fortuna che ha avuto?
«Io a Nisida ho portato tanti spettacoli e adesso vorrei dar vita a un progetto per fare corsi di arti e mestieri. Mi sto organizzando, nel nome di Eduardo, per dimostrare che la bellezza – come ho cercato di dire anche con il film, può essere salvifica. Non bisogna abituarsi all’orrore di questi nostri tempi».
Nelle note di regia ha scritto che il tema del riscatto le appartiene: da cosa si è riscattato?
«Nella mia famiglia sappiamo cosa vuol dire prendere in mano la propria vita. Mio nonno vendeva la frutta in un quartiere popolare di Napoli, mio padre però fece di tutto per studiare lirica e cambiare vita».
E lei? È nato praticamente su un palco, quindi una vita e una carriera come la sua non ha avuto neanche il tempo di sognarla, giusto?
«Un po’ è vero, ma di sicuro fin da quando ero bambino ho voluto fare l’attore. E visto che il teatro è sempre stata la mia casa, ho onorato questo privilegio facendo tantissima gavetta».
E quando le sono passati tanti colleghi davanti come l’ha presa? Lei è arrivato al grande successo solo negli ultimi anni.
«Con grande tranquillità, senza imbarazzi. Ho sempre lavorato anche prima della notorietà televisiva. Devo tutto al teatro».
E sul set cinematografico i primi giorni come sono stati?
«Strani e sorprendenti. Ero calmissimo, anche perché dopo una vita di lavoro sapevo cosa fare. La scenografa mi ha detto: “È la prima volta che il regista invece di crearci problemi ce li risolve"».
La gestione del potere assoluto del regista com’è stata?
«Mi ha raddoppiato il senso di responsabilità. Ogni cosa dipende dalle scelte che fai, anche il colore di una coperta. Tutto tranne le musiche: quelle le ha composte un gigante come Enzo Avitabile».
Dirigere sua moglie – la brasiliana Shalana Santana, madre della sua seconda figlia Artemisia, 2 anni – è stato complicato?
«No, tutt’altro. Lei è disciplinata come un soldato e non ci sono stati imbarazzi».
A Nisida ci sono ragazzi che hanno sicuramente sbagliato: lei c’è mai andato vicino?
«Onestamente no. Ho sempre lavorato e studiato. Mi sono iscritto all’università, ma l’ho lasciata dopo sette esami per gli impegni in teatro. Non ho mai avuto tempo».
Allora qual è l’errore più frequente che fa e non riesce a smettere di fare?
«Non sono bravo con la diplomazia, non frequento i salotti per fare pubbliche relazioni e tendo a dire sempre quello che penso».
Quindi ha bruciato tanti rapporti e opportunità?
«Non lo so, ma sicuramente un po’ per le scelte fatte e un po’ per le cose dette, o non dette, qualcosa di simile è successo. Sia chiaro: so come va la vita, ma l’idea del compromesso sempre e comunque non mi va giù».
E l’ha pagata cara?
«Va bene così, ognuno ha la sua storia. Pur essendo napoletano non credo alla fortuna e alla sfortuna: la vita e le carriere vanno in un modo o nell’altro a seconda delle scelte che facciamo. Io le ho fatte e non mi lamento: sto benissimo così».
Lo scrittore Diego De Silva, papà di Malinconico, nel suo libro “I valori che contano” del 2020, racconta i suoi due tumori e la caducità della vita: lei l’ha mai sfiorata questa sensazione?
«Per fortuna, non con le malattie, ma vado per i 60 anni e non voglio più perdere tempo in cazzate. Ho iniziato a giocare in sottrazione, sto solo con le persone per me importanti».
La cosa che le è venuta meglio qual è?
«Le mie due figlie, ovviamente. Come attore credo di aver fatto tante cose buone, però mi piace dire Fort Apàsc. Per me fu una svolta. E poi sono molto orgoglioso dei tre testi di Eduardo che ho fatto per la Rai – Filumena Marturano, Napoli milionaria e Questi fantasmi – e poi Maliconico, il mio primo film da regista... Sono tante, per fortuna».
Ha cominciato a dire tanti no, vero?
«L’ho sempre fatto, non voglio fare il presuntuoso, ma è così. Anche quando mi avrebbero pagato dieci volte di più. Mi devo sentire a mio agio per lavorare bene».
La lista delle rivincite è lunga o ha spuntato tutte le voci?
«Ne ho tolte tante, non tutte. La più bella me la sono presa quando mi hanno scritturato come protagonista per la serie Malinconico. L’ho conquistato sul campo, quel ruolo. Passo dopo passo. Una bella vittoria».
E la sconfitta più dolorosa qual è stata?
«Il matrimonio fallito, andar via di casa, stare lontano da una figlia piccola. Ma ormai è storia di tanti anni fa».
Sal Da Vinci è un figlio d’arte come lei, ma c’è chi lo critica perché propone una Napoli un po’ stereotipata: che ne pensa?
«Sal è un amico ed è un fuoriclasse. Sta sul palco, come me, da quando è nato. E il suo pezzo sanremese, Per sempre sì, ha e avrà un successo straordinario. Detto questo, e non mi riferisco a Sal, detesto i cliché su Napoli, anche quando a farlo sono i napoletani stessi. La napoletanità per me è un valore aggiunto. Napoli è una cosa seria».
Quasi tutti gli artisti napoletani, da Totò a Pino Daniele, prima o poi hanno lasciato Napoli, quasi sempre per Roma. Lei dieci anni fa è tornato: perché?
«Dopo la separazione dalla mia prima moglie ho sentito fortissimo il richiamo delle mie radici e ho lasciato Roma, dove adesso vive mia figlia grande. Napoli è accogliente, non giudica. Tollera e sa farsi contaminare senza inquinarsi. E io è lì che voglio vivere. Anche se sto sempre in giro da una parte all’altra d’Italia».
Deve farsi perdonare qualcosa per questo?
«Mah. Diciamo che sarò in debito per tutta la vita con la famiglia. Non ci sono quasi mai, questa è la verità. Per questo spero di lasciare alle mie figlie un’eredità che non sia fatta soltanto di cose materiali».
Che vuol dire?
«Un giorno mi piacerebbe che le mie figlie potessero dire: papà non c’era però ha fatto questo e questo di importante».
Tipo?
«Entrare nei libri di storia del teatro italiano, scrivere un testo prestigioso, rendere più bella la società con un mio lavoro... Tipo quelli di Eduardo De Filippo che ho fatto per la tv. E anche con questo mio primo film, sempre con Eduardo motore di tutto».