Il Messaggero, 28 febbraio 2026
Enrico Vanzina: "Totò, De Sica, Verdone. Vi racconto il cinema"
Quando Enrico Vanzina parla della sua vita, e dice la parola “tutti”, è come veder scorrere i titoli di testa del cinema. Lo dice con noncuranza, «c’erano tutti», e quando lo fa intende davvero chiunque: Totò, suo padre Steno, Alberto Sordi, Gigi Proietti, Carlo Verdone, Christian De Sica, Ennio Flaiano, Federico Fellini... Conseguenza inevitabile di chi ha sempre intrecciato le vicende della vita con le avventure del cinema, mescolando il proprio dna con quello della più grande commedia all’italiana.
Adesso però, dal 6 all’8 marzo al Teatro Parioli Costanzo di Roma, Vanzina porterà per la prima volta quei ricordi sul palco, con Vi racconto il Cinema. Un vero e proprio one man show che guiderà il pubblico tra aneddoti personali e memorie di famiglia in un viaggio leggero, colto, commovente. Che non diventerà un film (per ora) ma un libro, La sala buia, in uscita a Natale.
Come dobbiamo immaginare lo spettacolo?
«Sarà un’ora e mezza di racconto. Canto, suono il pianoforte, parlo. Una cosa piuttosto impegnativa, ma mi aiuterò proiettando immagini, foto e audio».
Perché le è venuta voglia di farlo?
«Viaggiando per l’Italia e incontrando la gente mi sono accorto di avere a disposizione tantissimo materiale umano, storico, persino sociologico. Il cinema è stato parte della mia vita. E ho degli aneddoti micidiali».
Per esempio?
«Prendiamo la storia di nonno (Alberto Vanzina, ndr). Era un giornalista emigrato in Sud America che conobbe, sulla nave di ritorno in Europa, la sua futura moglie, una contessa un po’ sciagurata. I due si sono innamorati ed è nato Steno. Già così sembra l’inizio di un film, alla Titanic. Anche perché nonno muore subito e papà – avrà avuto 13 anni – resta solo con mamma. Fanno una vita difficile, ma Steno studia. E comincia l’esperienza al Marc’Aurelio come disegnatore e autore».
"Marc’Aurelio”, il giornale satirico: là conobbe Fellini?
«Di più, fu lui ad assumere Fellini. Fu lui a trascinare tutti al Marc’Aurelio prima, nel cinema poi. Lo spettacolo parla di tutti i grandi amici di papà, ma anche di noi, cioè di Carlo (Carlo Vanzina, suo fratello, ndr) e di me. Insieme abbiamo costruito un piccolo immaginario nel solco della commedia all’italiana. Ci sono tanti episodi sul nostro rapporto con De Sica, Flaiano, Verdone...».
De Sica, per esempio?
«Eravamo cosi legati che quando papà è morto ci hanno prestato la tomba. La nostra, quella di famiglia, era ad Arona. Ma io volevo che lui fosse sepolto a Roma. Allora Maria Mercader (l’attrice moglie di Vittorio De Sica, ndr) ci disse: lo teniamo noi. E quindi, in attesa, l’abbiamo messo vicino a Vittorio. Esiste un gesto d’amicizia più grande di questo?».
E Ennio Flaiano?
«Di Flaiano ricorderò le belle cene a casa di Suso Cecchi D’Amico. Occasioni in cui, tra le tante battute, riusciva a dispensare anche perle di saggezza. Quanto a Carlo Verdone, purtroppo non abbiamo mai lavorato insieme. Ma ci sentiamo spesso».
Per parlare di cinema?
«No, di tranquillanti. Xanax». Nello spettacolo lei suona: quando ha imparato?
«Mamma mi fece studiare il piano, a 18 anni mi esibivo nei pianobar: il personaggio di Jerry Calà in Vacanze di Natale è ispirato a me. Suonerò Morricone, Trovajoli, canto Mina: chi mi segue su Instagram sa che mi piace farlo. L’inizio dello spettacolo è molto divertente: c’è la voce di Luca Ward che, sulla musica del Gladiatore, annuncia “Enrico X servo dell’imperatore cinema italiano”. E poi canto.
Cosa?
«Una canzone che avevo mandato anche ad Amadeus, per Sanremo: non mi ha nemmeno risposto. Si chiama Un uomo diviso, è un brano alla Tenco, alla Paoli».
Una lettera d’amore per il cinema mentre il cinema soffre la concorrenza dello streaming. Non è triste?
«C’è un fondo di malinconia, ma non troppa. Perché io amo il lieto fine. E continuo a crederci».
Un’operazione del genere è come fare analisi. Cosa ha imparato?
«Siamo nati nel cinema e abbiamo confuso il cinema con la vita. Ma prima o poi finisci per pagarne il conto. Nella vita non puoi cambiare i personaggi. E il tempo non lo puoi fermare».
Il momento più difficile sul palco?
«Quando parlo di mia madre mi commuovo. Sarà tosto».
Chi vorrebbe vedere seduto in platea?
«Una volta con Verdone ci siamo detti: “abbiamo pedinato gli italiani e li abbiamo amati rispettando le fragilità anche di quelli che non ci piacevano”. Ecco, mi aspetto che vengano le persone cresciute con i nostri film. Tutti».