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 2026  marzo 01 Domenica calendario

Se l’editore si autocensura

Davvero gli scrittori oggi si sentono meno liberi? Come ultimo legame con l’accademia, faccio ancora parte del comitato editoriale di una rivista italiana di letterature comparate. Il prossimo numero è sulla censura. La gran parte dei contributi si concentra sui regimi totalitari passati e presenti, ma in Italia è giunta voce, naturalmente, del dibattito sul politicamente corretto e sulla libertà di parola in corso nel Regno Unito e negli Stati Uniti, per cui mi è stato chiesto di scrivere qualcosa sull’argomento.
La mia reazione istintiva è stata: lungi da me. Sono cresciuto in un ambiente di contrasti feroci, con genitori evangelici che praticavano esorcismi e un fratello maggiore ateo che si divertiva a recitare la parte del diavolo. Mentre io, usato come pompiere, volevo solo starmene in pace. Non sono cambiato. Ma i colleghi insistevano ("Limitati a descrivere la tua esperienza"), ed è innegabile che nell’editoria anglosassone l’atmosfera sia mutata.
Evitando di fare nomi, ho aperto il saggio citando l’email che ho ricevuto da una rivista americana in risposta a un mio pitch: “Tim, mi piacerebbe sentire quello che hai da dire in proposito, ma nel mondo editoriale e mediatico in cui viviamo un editor come me deve stare un po’ attento a sfidare il nuovo consenso che si è creato su certe questioni”.

Non entriamo nel merito della mia proposta; basti dire che avevo usato una parola delicata: “identità”. Solo di fronte alla promessa che avrei “ammorbidito il tema centrale avvolgendolo in soffici strati di contesto”, l’editor ha concesso: “ok, potremmo tentare, ma dobbiamo essere mentalmente ed emotivamente pronti ad abbandonare l’idea. C’è un’altissima sensibilità su questi temi tra i miei colleghi, che fremono per mostrarsi dalla parte giusta”. Parole chiave: “nuovo consenso”, “sensibilità”, “la parte giusta”.
Nel portare avanti queste riflessioni, ho descritto la reazione allarmata della mia casa editrice inglese quando ho fatto riferimento, in un romanzo, all’etnia di persone incrociate per strada, per esempio l’uomo che vende le rose al semaforo a Milano (offensivo), o quando ho osservato che un personaggio aveva una grossa pancia (idem). Ho citato un parere legale che esprimeva preoccupazione per il fatto che, in un racconto, avessi costruito il ritratto di “una personalità controllante che si mostra insensibile nei confronti degli amici” (diffamatorio). Secondo gli avvocati, avrei dovuto ottenere una liberatoria da chiunque potesse riconoscersi.
A quel punto, sempre nel saggio, ho cercato di mettermi nei panni di un editore dei nostri tempi. Questi grandi conglomerati, perché tali sono diventati, devono pur proteggere la loro reputazione, e temono che certe descrizioni reputate realistiche dagli autori possano suscitare l’indignazione dei social media, compromettendo l’immagine benevola e progressista su cui è imperniato il loro business model. Il “pubblichiamo e amen” è ormai un lontano ricordo. Per fornire qualche elemento di contesto, ho citato quattro autori che, costretti dalla gogna mediatica a ritirare i loro libri dal mercato, si sono pure cosparsi il capo di cenere: “Non ho mai inteso recare offesa ad alcun lettore di questa stimata comunità” (Amélie Wen Zhao, 2019). “Non ho compreso pienamente la società e i conflitti nei quali ho calato i miei personaggi” (Kosoko Jackson, 2019). “Non voglio danneggiare ulteriormente un popolo che ha già subito danni enormi” (Elizabeth Gilbert, 2023). “Non era assolutamente mia intenzione fornire un’interpretazione errata di una questione tanto dolorosa” (Jamie Oliver, 2024). Mentre annotavo queste citazioni, mi tornavano alla mente i parrocchiani che si inginocchiavano per confessare i loro peccati nei gruppi di preghiera del venerdì sera organizzati dai miei.
La censura va sempre a braccetto con la propaganda. Se si vuole negare l’ovvio, bisogna trovare qualche specchietto per le allodole. Negli anni Trenta, del resto, in Italia un unico ministro, il Minculpop, controllava entrambe le attività. Non che ci sia alcuna ingerenza governativa nelle subdole limitazioni che ero chiamato a descrivere. Anzi, è proprio questa la novità. Sono i nostri stessi concittadini, senz’altro in buona fede, a dettar legge. Nell’articolo ho riportato i dettagli di una mia conversazione con il produttore di una grande piattaforma di streaming interessato a una possibile collaborazione. Il produttore mi aveva fatto un lungo discorso sull’algoritmo che assegnava generi ed etnie ai personaggi delle loro serie, per “rimediare ai torti del passato” e “intercettare il maggior numero di fruitori in tutto il mondo”, perché al pubblico “piace ritrovare sullo schermo persone della propria etnia”. La conversazione si era conclusa in toni affabili ma senza alcuna volontà di rivedersi né da parte mia né, credo, dopo le mie obiezioni, da parte sua.
Ma, per quanto scoraggianti, queste restrizioni sono davvero un fatto nuovo? Nel 1856 Charles Dickens lamentava che ragioni di moralità pubblica in Inghilterra impedivano a uno scrittore di approfondire “qualsiasi esperienza, tribolazione, dubbio e perplessità connaturati al farsi e disfarsi di tutti gli uomini!”. Nel 1858 James Fitzjames Stephen (zio di Virginia Woolf) osservò: “La maggior parte degli scrittori è così ansiosa riguardo alle idee espresse nei propri libri, e la sanzione sociale contro le opinioni non ortodosse così severa che la filosofia, la critica e perfino la scienza troppo spesso qui da noi sussurrano con formulazioni ambigue ciò che andrebbe proclamato ai quattro venti”. Nel 1869 Thomas Hardy ritirò dalla pubblicazione il suo romanzo d’esordio, The Poor Man and the Lady, dopo essere stato avvertito dall’editore e romanziere George Meredith che, se lo avesse pubblicato, “la stampa gli sarebbe ronzata nelle orecchie come un nugolo di calabroni attirandogli severe critiche che avrebbero potuto penalizzare il giovane autore per molto tempo”.

Chi si sarebbe aspettato di trovare un’analogia così evidente fra la nostra epoca super virtuosa e quegli imperialisti e suprematisti bianchi dei vittoriani! Eppure, ho sempre intravisto una certa affinità tra i missionari che si mettevano in viaggio per civilizzare i pagani i miei genitori si sono conosciuti in un istituto per missionari e chi oggi vuole imporci cosa si può o non si può scrivere. Che sia arrivato il momento di affrontare il ronzio dei calabroni?
L’opera più recente di Tim Parks pubblicata in Italia è Il cammino dell’eroe: a piedi con Garibaldi da Roma a Ravenna (Rizzoli, pagg. 492, euro 22)