il Fatto Quotidiano, 1 marzo 2026
Intervista ad Alessandro Benvenuti
“È un film che ho impresso nella carne, non solo nella memoria: rappresenta il mio esordio cinematografico e la fine di un gruppo. È dolore e poesia”.
45 anni fa usciva un film che già nel titolo dichiarava guerra a razionalità e raziocinio, dove solitudine, ferocia, provocazione, droga, sarcasmo, surrealismo, Firenze, si intrecciano con un filo non tessuto di logica apparente, ma esistente.
45 anni fa le sale scoprivano Ad ovest di Paperino con Alessandro Benvenuti dietro e davanti la macchina da presa e al suo fianco Athina Cenci e Francesco Nuti. Loro tre erano le anime de I Giancattivi. Loro tre portavano sul set uno scorcio di vita senza pelle, senza difese, come accade solo ai folli e ai bambini.
Come è nato?
Dopo il successo di Non stop (trasmissione Rai) l’industria cinematografica si era tuffata sui nuovi comici, uscirono Ricomincio da tre di Massimo Troisi e Un sacco bello di Carlo Verdone, quindi pensarono anche a noi tre.
Non stop, creatura di Enzo Trapani e Bruno Voglino.
Due fuoriclasse; fu Voglino a convincerci a partecipare: un mese di trattative e dubbi.
Come mai riottosi?
A quel tempo non avevo la tv, mi occupavo di musica e vivevo in una mansarda a Firenze poi diventata la casa di Athina nel film; quella casetta era aperta a tutti, fino all’alba: mi addormentavo alle 8 del mattino e mi alzavo nel pomeriggio.
Vero bohémien.
In casa c’era solo musica.
Insomma, Non Stop.
Noi Giancattivi eravamo degli operatori culturali, la nostra indole era di sperimentare, di organizzare incontri con altri artisti, pure internazionali, sulla scia del ’68 e del ’77.
Altro che tv.
Una sera eravamo in scena al teatro Garibaldi di Milano, ci vide un giornalista, uscì una recensione molto bella e Voglino si incuriosì: la trasmissione cercava un gruppo in grado di sostituire La smorfia.
Li conosceva?
No, pensavamo ad altro, seguivamo altri. Ed eravamo dei militanti.
Chi era il più militante?
Athina era funzionaria dell’Arci, poi all’epoca con noi c’era Franco Di Francescantonio, grande attore, mentre quando ci chiamarono per Non Stop il terzo era Antonio Catalano entrato al posto di Franco.
E…?
Antonio ci lasciò, era in disaccordo con l’ipotesi di entrare nel cast della trasmissione.
Ecco Francesco Nuti.
Arrivato grazie alla segnalazione di un funzionario dell’Arci; (sorride) Voglino ci mise un mese a convincerci, arrivò a invitarci a Roma, come a dire ‘guardate, siamo delle brave persone’. Qualche tempo dopo, a Torino, scoprimmo cos’era la trasmissione.
Vi siete spaventati?
Macché, eravamo sfrontati, andavamo nei teatri e organizzavamo il dibattito prima dello spettacolo. Eravamo dadaisti, surrealisti, futuristi; il rischio totale era gioia pura.
Sfrontati.
Comici d’assalto, andavamo alle Feste dell’Unità dove era fondamentale il carattere del samurai; una volta abbiamo invertito il pubblico del loggione con quello della platea altrimenti non iniziavamo.
Situazionismo.
Siamo nati nei night club e il terzo de I Giancattivi, prima di Nuti, si presentava vestito da Pierrot.
Fischi?
Una volta siamo andati alla festa del Psi, famosa perché contestavano tutti; prima d’iniziare mi sono contestato da solo: mi sedevo in platea e inveivo, poi tornavo sul palco e rispondevo. Per varie volte. Una conversazione fittissima, fino all’applauso dei presenti.
Quindi Non Stop, il riflettore, le conseguenze…
Sono introverso, per strada tendo alla mimesi, la ‘bestia’ esce solo sul palcoscenico; dopo il debutto tv, per una settimana, sono rimasto in casa.
E dopo la settimana?
Non avevo calcolato la portata di 25 milioni di spettatori. Uscii da casa dei miei, a San Francesco di Pelago, e già nel tragitto per la stazione avevo notato degli sguardi strani, inediti. Sul treno scelsi una carrozza vuota, ma in quella accanto c’era una scolaresca. Dopo poco un bambino mi passa accanto, prosegue, torna, mi controlla, accelera. Altri cinque secondi e il bambino riappare con gli amichetti: lì ho iniziato a firmare autografi. A raffica.
Perfetto.
Sono scappato dal treno e ho raggiunto il centro di Firenze a piedi. Lì ho capito che la mia vita era cambiata.
Cambiata per tutti e tre…
(Sorride) Il giorno dopo la trasmissione, Francesco era in piazza del Duomo, a Prato, per farsi notare.
Athina Cenci?
La più equilibrata, da brava greca ha il senso della tragedia addosso e questo l’ha salvata; io ho avuto problemi grandissimi a presentarmi per strada.
Ha rimpianto il sì alla trasmissione?
No, abbiamo ottenuto quello che meritavamo, ce ne siamo fatti una ragione, perché consapevoli delle nostre qualità. Ripeto: eravamo temprati dalle battaglie, dalla lotta per soppiantare il teatro tradizionale con il cabaret militante, la fantasia al potere.
Non la sinistra ortodossa.
Più quella psichedelica.
I punti di riferimento.
Da sempre amo i fumetti e il divino Frank Zappa, per questo avverto il bisogno di inventare, infrangere tabù.
Nel film c’è scarsa seduzione verso il pubblico.
Non c’è.
Solo un po’ da Nuti.
Quando Francesco è entrato nel gruppo era il trait d’union tra la nostra follia e il pubblico, mentre Athina era il maschio.
Per Athina Cenci c’è riconoscenza ripetuta
Grazie a lei ho conosciuto pure Carmelo Bene, è stata una madre artistica, era lei a leggere in anteprima ciò che scrivevo, e se non le piaceva mi strappava i fogli in faccia.
Lei zitto?
M’incazzavo, ma aveva ragione; (torna a Bene) prima di Athina non ero mai stato a teatro, la mia cultura era molto più paesana, allora mi portò alla Pergola e assistetti a Nostra signora dei turchi.
Effetto?
Smisi di farmi di LSD.
Corretto.
Era meglio Bene.
Lo ha conosciuto?
Alla fine del primo spettacolo sono andato via distrutto, innamorato e illuminato da quello che avevo vissuto e non vedovo l’ora di iniziare a vivere; (cambia tono) anni dopo ci ho parlato, ci siamo bevuti qualche birra e quando l’ho visto l’ultima volta in scena al teatro Argentina ho pianto tutta la sera: sapevo che era arrivato alla fine e sapevo quanto ero debitore.
Maestro.
Oltre a lui anche Leo De Berardinis e Perla Peragallo.
Torniamo a Paperino: l’inizio.
Dopo il successo di Troisi, alcuni produttori iniziarono a girarci intorno, ma la scintilla fu una bugia di Francesco: ci disse che alcuni industriali di Prato ci davano 300 milioni.
E lei?
Mi ritirai in un paesino, a casa di Ugo Chiti e per un mese abbiamo vissuto così: mi alzavo nel pomeriggio e scrivevo fino all’alba; verso le otto, otto e mezzo del mattino arrivavano Francesco e Athina: trovavano i miei fogli sul tavolo di cucina. Mentre dormivo loro battevano a macchina. A pranzo mi svegliavano, mangiavamo e discutevamo. Andavano via e ricominciavo.
La bugia?
Smascherata dopo un mese, a soggetto finito.
La sua reazione?
Niente, avevamo comunque il film. Allora andammo noi in giro a venderlo, anche da un grosso produttore di vino che dopo averlo letto lo definì volgare. Francesco s’incazzò. Io no, in queste situazioni sono più freddo. E poi ci regalò del vino bono; dopo poco incontrammo Franco Cristaldi, gentiluomo totale, che insieme a Franco Carraro terminò la nostra ricerca: ‘Fermi, s’inizia’.
Era già chiaro che la regia sarebbe stata sua?
No. Parlammo con tre registi, ma le loro osservazioni non le condividevo; poi una sera, a cena, la nostra agente mi chiese come immaginavo il film e le raccontai tutto, nella mia chiave fumettistica: ‘Questa è la regia. Pensaci tu’. ‘Sei matta?’. Non ci dormii tre notti, poi chiesi di venir affiancato da un professionista, più una serie di altre figure da paura come la parte tecnica di Fellini.
Da debuttante, non male.
Un giorno Gianfranco Piccioli mi offre la chiave per l’approccio nei colloqui: ‘Quando li incontri ricordati un punto: sei quello che sta dalla parte giusta del tavolo, per questo appena arrivano poni una domanda: qual è l’ultimo film al quale ha lavorato?. Dimostrati sicuro’.
Ottima strategia.
Arriva Enrico Umetelli e applico i consigli di Piccioli, peccato che Umetelli risponde: Apocalypse Now. Ho cambiato subito la parte del tavolo e l’ho abbracciato: ‘Bellissimo!’. Sono tornato umile.
Sul set?
La troupe capì che avevo le idee chiare. Il film era nella mia testa.
Protagonisti: Paolo Hendel…
Adoravo il suo sketch di quando si sfasciava la frutta sulla testa, quindi lo chiamo: ‘Vieni, sei fuori di testa, sei potentissimo. Ne ho bisogno’. Il bello è che prima di Ad ovest di Paperino aveva partecipato a La notte di San Lorenzo dei Taviani, e lì si era spaccato un cocomero sulla fronte. Non mi aveva avvertito. Uscì prima il mio film, così è sembrato che i Taviani ci avessero copiato.
Angelo Pellegrino.
Faccia perfetta, giusto nel ruolo; pescai ovunque, nel film ci sono pure gli amici, il mio babbo, mamma, nonna, la mamma di Francesco, gente del paese, di Firenze. Era una festa da condividere.
I genitori contenti.
Babbo smise di fumare e poi l’ho coinvolto in Zitto e mosca; a mamma e nonna il ruolo di degenti in ospedale. Amo inserire frammenti di vita nelle storie.
Novello Novelli.
La mia conquista. Non lo volevano perché senza esperienza. Ma io: ‘Quelle borse sotto gli occhi vi faranno risparmiare su trucco e parrucco’. Quelle borse erano perfette per il ruolo di un uomo che sceglie di cenare davanti alla tv. Da lì è iniziata la sua carriera con il cinema.
Durante le riprese, quando ha capito che I Giancattivi erano finiti?
Dopo due settimane dal primo ciak. Ed è stata dura, perché era un sogno che si rompeva.
Lo snodo?
Una questione che riguarda la sfera dei sentimenti; (pausa) da parte di Francesco c’era un desiderio giusto di non essere il terzo.
Lei leader.
Se sei il regista e l’autore è necessario: avevo la responsabilità. E per farsi rispettare ci vuole carattere.
La solitudine del leader.
È così.
Athina Cenci stava con lei?
Certo, ed è stata lei a dire ‘basta’: non potevamo più seguire la malattia di Francesco. Per lui fu un periodo dolorosissimo.
Così grave?
Avevo il plauso della troupe, tutti comprendevano lo sforzo, lo apprezzavano, così oggi capisco la solitudine di Francesco e il male che lo assediava; (pausa) a volte cercava la mia complicità, ma non potevo seguirlo, altrimenti la sua crisi avrebbe mandato al macero il lavoro di tutti.
Soluzione?
In quei casi puoi solo aspettare e accettare scelte che non sono esattamente le tue.
Tradotto?
Ci sono scene del film che se le guardo mi sento male.
Esempio.
Il finale doveva essere diverso: quello vero è stato girato, mai montato; (abbassa di un tono) sia chiaro: Francesco si è ingegnato per non concludere il film, ma non era in malafede, tanto che negli anni ci siamo rivisti e volevamo portare avanti dei progetti, concludere bene la vita, e ci saremmo riusciti se non fosse morto.
Che rimpianto.
Sì, ma allora voleva solo andarsene, anche a costo di rompere tutto. Non per cattiveria, per dolore.
A quel tempo lo aveva già capito?
Ero consapevole del suo male oscuro, del pessimo rapporto con il suo mestiere: non era centrato, nonostante le grandi doti; (silenzio) quel dolore arrivava dalla famiglia, un dolore da bambino non risolto.
Quando il film uscì?
I fan non furono contentissimi, dopo è diventato un successo.
Ha vinto premi.
Quell’anno non c’erano tanti concorrenti.
Di solito, terminata un’impresa, ci si sente svuotati.
Francesco prese la sua strada, Athina venne scoperta dai grandi del cinema: entrambi cominciarono a vincere premi, a ottenere riscontri.
Lei?
Mi sono ritrovato con la sensazione che si fosse chiuso un capitolo e con davanti anni non semplici.
Cosa rappresenta oggi Ad ovest di Paperino?
È quando una vittima sopravvive al proprio carnefice.