La Stampa, 1 marzo 2026
Sara Curtis: "La mia vita da college Negli Usa non mi lamento più e ora nuoto davvero felice"
Scoprire in sei mesi di Stati Uniti una vena artistica, un’identità europea e l’entusiasmo di muoversi e respirare al ritmo di una squadra. Sara Curtis, record italiano nei 50 e 100 stile libero, va veloce anche mentre parla per raccontare la vita da college all’università della Virginia dove studia, nuota, cresce e fa Junk Journaling: raccoglie scarti e li trasforma in creatività.
Gli Usa sono come li sognava?
«Sì, giornate simili a quelle che vediamo nelle serie tv. Sto sempre facendo qualcosa, non resta molto tempo per pensare e non è male. Un cambio di prospettiva che aiuta».
Voto più alto?
«Alla loro mentalità, la centralità dello sport, mai vissuto da dissociati. Credo sia quello che sanno fare meglio».
Voto più basso?
Scontato, il cibo: –10. Ci sono pure giorni in cui trovo solo fritto. Consumo tanto e va bene così».
Che cosa è cambiato in piscina?
«È un lavoro molto diverso a livello qualitativo, noi italiani siamo più concentrati sul volume e l’intensità si tiene pochi giorni all’anno. Qui sempre e i recuperi non sono noiosi, come da noi. Soprattutto, ho una squadra. Quando stavo a Savigliano mi allenavo da sola, una condizione che ti tira fuori il peggio. Anche se è un atteggiamento europeo. L’ho realizzato proprio qui».
Ha capito che cosa vuole dire essere europea a Charlottesville?
«Sì, nel team siamo quattro, gli altri arrivano da Bosnia, Finlandia e Germania. Siamo identici, non possediamo la loro positività innata, viviamo la differenza, ci ritroviamo in camera a parlarne».
Quale è la differenza?
«In vasca ci lamentiamo al minimo sforzo indispensabile, fuori vediamo il problema in primo piano. Siamo cupi. All’inizio mi davano della drammatica, non mi pareva, poi mi hanno fatto notare quanto mi lamento. Ho smesso e così ho risolto il 30 per cento di quel che mi sembrava non funzionare. Anche grazie agli scambi con la mia amica Brynn, esemplare tipico di americana, da caso studio: fa insieme salto in alto, nuoto ed è qui per la magistrale in economia. Da noi non ci sarebbe la volontà e se un ragazzo o una ragazza mai ci provassero sarebbero scoraggiati».
In Italia si dice che badiamo di più alla tecnica, curiamo il dettaglio. Ce la raccontiamo?
«Io qui sono migliorata sotto ogni punto di vista. Hanno attrezzature e approcci da invidia».
Ci aiuti a capire.
«Uso delle strutture con pesi graduali per mantenere l’assetto in acqua, è utile per non sbracciare, cosa che succedeva con i miei 50 stile libero. Un piccolo esempio, rende l’idea della praticità. Non si limitano a descriverti come fare meglio».
In vasca corta, lo scorso dicembre, era raggiante. Le reazioni al record del mondo nella staffetta stile libero mista sono rimbalzate ovunque.
«Avere una squadra mi è sempre mancato. Solo negli States ho iniziato ad apprezzare il nuoto veramente. Prima capitava appunto in nazionale, ma ho imparato che cosa è il gruppo. Si tifa e in piedi, vietati i telefoni sugli spalti per acchiappare le emozioni. Agli Europei ero esaltata perché sono davvero felice».
Anche se deve dividere la stanza che è il solo spazio privato in un college?
«Una situazione che responsabilizza. In dormitorio si riposa e basta, nessuno ci vuole portare ansie per cui lì non si studia o discute. Non ci si rintana, si dorme».
Nemmeno la relazione a distanza è un aspetto negativo?
«Era già a distanza. Il mio ragazzo sta in Sardegna e io stavo in Piemonte. Qui c’è il fuso che complica le telefonate, però lui prima abitava in caserma ed era peggio. Abbiamo una relazione sana e per fortuna siamo entrambi impegnati, altrimenti uno dei due soffrirebbe troppo».
Lei scopre l’America proprio mentre in Europa c’è un certo disincanto.
«Il college è uno spazio privilegiato, un ambiente protetto, completamente studentesco e di politica non sento parlare».
Zero?
«Mai capitato: mi sa che qui se non conoscono per bene la realtà dei fatti lasciano perdere l’argomento, poi ci sono i militanti da una parte o dall’altra ma non è mai un discorso casuale che capita mentre bevi il caffè».
Non si sente mai un numero, una delle tante in squadra? È la critica più frequente a quel sistema.
«Una delle tante o una delle poche? Questa opportunità non è per migliaia. Con la quantità di capitale che investono su di me, una borsa di studio completa... io mi sento straconsiderata».
Prima aveva un tecnico tutto per lei.
«Ora anche. Ognuna ha il suo programma e la supervisione di Todd De Sorbo, capo del team femminile. Lui mi ha insegnato che non faccio il lavoro per essere guardata, sono io la miglior coach di me stessa. Se, per dire, mi dicono di stare in sei gambate e ne faccio otto è colpa mia, non di chi non ha visto».
Ha convinto chi era scettico quando è partita?
«Non mi interessa. Ho lanciato un bel messaggio, molti mi hanno chiesto informazioni. Si muove qualcosa e ne sono contenta, io ho avuto il coraggio di prendere quell’aereo e farmi la mia opinione su un’esperienza individuale senza farmi trasportare da pregiudizi di chi neanche è mai stato qui. Ho poco tempo libero però lo uso meglio. Mi sono fatta contagiare dalla vitalità, i ragazzi qui ascoltano un botto di musica, sono curiosi, si inventano hobby».
Il suo qual è?
«Junk journaling. Recupero scontrini, carte, scarti e li compongo artisticamente in un diario con foto, sticker, frasi: mi rilassa. Staccare il cervello da noi è considerato un male. A tratti serve».
Ci sarà stato qualche cosa di faticoso? A parte il fritto.
«Studiare in inglese. Non sono madre lingua purtroppo e con una mamma nigeriana avrei potuto esserlo. La sgrido ancora».
Pensava di facilitare l’integrazione della famiglia limitandola all’italiano?
«Oggi sa che era assurdo».
Prossime gare?
«A marzo noi della Virginia University puntiamo al sesto titolo Ncaa. Non è mai riuscito a nessuno e vorrei tanto far parte di questo record. In aprile campionati italiani a Riccione, in giugno le gare del Sette Colli a Roma e in agosto gli Europei in vasca lunga a Parigi. Ho grandi aspettative, voglio mettere in acqua tutta l’energia, la vivacità, l’addio al lamento».