Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  marzo 01 Domenica calendario

Intervista a Jo Squillo

Giovanna Coletti scelse di chiamarsi Jo Squillo per un fatto di «disobbedienza al buon costume», come dice oggi che sono passati quasi cinquant’anni, ma quello stesso spiritaccio punk le è rimasto addosso lungo i vari passaggi di una carriera multiforme. Cantante della Kandeggina Gang, gruppo interamente al femminile della Milano di fine anni Settanta, femminista barricadera che saltava sulla cattedra durante l’occupazione del suo liceo artistico, nel ’91 a Sanremo compì una svolta radicale che la rese una star della dance italiana insieme a Sabrina Salerno con Siamo donne.
Tutto questo prima di fondare la prima tv satellitare italiana interamente dedicata alla moda, otto anni più tardi. Non contenta, nel frattempo ha portato la sua indole ribelle in un reality show, La Fattoria, cercando di sovvertirne le regole che vedevano una donna nel ruolo di schiava. Non si è negata neanche la soddisfazione di cantare Siamo donne con Alessandra Mussolini dandole «consigli su come truccarsi».
Cominciamo dall’inizio, punk dai capelli verdi sparati a Milano.
«Il nome Kandeggina Gang l’ho scelto perché eravamo nocive, pericolose e sbiancanti, la cresta verde perché ero attenta al pensiero green. Suonavamo malissimo ma dicevamo cose potenti, volevamo stravolgere la cultura del tempo per cui se andavi in giro in minigonna, per i benpensanti, era un invito alla violenza: eravamo un gruppo di ragazzine 15enni pericolose che non volevano un futuro che prevedesse di fare le donne di casa».
Faceva politica a scuola?
«Occupavo il mio liceo artistico a Brera, una volta sono salita sulla cattedra a urlare slogan, era il ’77, il periodo degli indiani metropolitani, la parte più gioiosa del movimento, per cui la festa era una forma di protesta. Io e mia sorella gemella, Paola, ci sentivamo sempre un po’ sbagliate: abbiamo fatto le scuole insieme fino alle medie e poi io, essendo dislessica, ho scelto il liceo artistico mentre lei ha preso un’altra strada».
E i suoi genitori cosa le dicevano? La sua era una famiglia borghese.
«I miei erano geniali, mi impartivano un’educazione per bene, dandomi degli strumenti. Mia mamma era rappresentante di filati, mio padre un dirigente d’azienda che però mi faceva ascoltare da Giorgio Gaber ai Rolling Stones. All’inizio si sono vergognati perché mi chiamavo Jo Squillo, per quei tempi era una cosa un po’ pesante».
A un concerto in piazza Duomo a Milano l’avete fatta grossa…
«Era l’8 marzo del 1980, avevamo preparato dei tamponi macchiati di rosso col pennarello e li abbiamo buttati in mezzo alla gente. Era una campagna per avere i tampax gratis, in modo che le donne non dovessero più pagarli come un bene di lusso con l’Iva al 22%. Io mi ero disegnata la maglietta, mentre per le scarpe fluorescenti mi ero fatta aiutare da mia nonna sarta. In piazza, fra il pubblico, c’erano fazioni opposte: chi se ne andava schifato e chi si teneva il tampax come un oggetto iconico».
Tre anni dopo, l’incontro con Madonna. Come andò?
«Cantavamo tutte e due in un programma di Rai 3 registrato nella discoteca “le Rotonde” di Garlasco. Lei non era ancora famosa, dividevamo lo stesso camerino parlando di moda, voleva sapere dove compravo i miei vestiti. Ricordo che il regista del programma mi disse: “una che si chiama Madonna che non sa cantare e non sa ballare, ma dove vuole andare?”. Risposi, “allora io che mi chiamo Jo Squillo dove andrò?”. Avevo capito che aveva un grande talento e dopo poco tempo divenne famosa in tutto il mondo».
Come nacque la strana coppia Jo Squillo-Sabrina Salerno? A prima vista eravate distantissime.
«Sì, ma volevo ancora cambiare il mondo scuotendolo con la musica: proprio perché eravamo così lontane, volevo far vedere la grande potenza della diversità. Io ero più rock, lei un’icona sexy dall’anima pop dance: andai a trovarla a Genova a proporle Siamo donne e lei mi disse, “gioia, io non posso farla”. Il giorno dopo accettò. Da quel Festival di Sanremo la nostra vita è cambiata: andavamo in giro con dodici guardie del corpo, non potevamo più muoverci da sole... Siamo ancora amiche, siamo sorelle nell’anima».
L’ha cantata anche con Alessandra Mussolini.
«Sì, a Tale e quale show, tre anni fa, lei aveva smesso di fare politica. Mi ha chiesto consigli sul trucco e le ho detto che era troppo esagerato. Il fatto che l’abbia cantata, che ci si sia riconosciuta anche lei, mi sembra un atto significativo. Il senso è che da sole non si va da nessuna parte».
Com’è riuscita a fondare la sua Tv Moda?
«Nel ’99 ho proposto il progetto di una rete satellitare al presidente di Eutelsat, a Parigi: mi ha ricevuto perché era un mio vecchio fan e mi ha dato la frequenza per tutta l’Europa. In quel periodo andavo a fare i concerti e i soldi li mettevo nella tv. È durata vent’anni, raccontavo il bello della moda e della musica».
Che rapporto aveva con Giorgio Armani?
«Ho tanti ricordi, per circa 25 anni ho seguito tutte le sue sfilate a Milano, Parigi, Londra, New York, Pechino, Dubai, tantissime emozioni che conserverò sempre nel mio cuore. Grazie a lui, ho avuto l’occasione di parlare con tante star internazionali, ma la mia soddisfazione maggiore è stata che, durante un evento, sono stata l’artefice della nascita dell’amicizia fra Sofia Loren e Tina Turner».
Nel 2005 ha creato scompiglio nel reality La Fattoria.
«Si trattava di vivere come nell’800 in Brasile, solo un matto poteva farlo. Secondo le regole della fazenda, il fazendero poteva avere una schiava, ma io non potevo accettarlo e sono andata a liberarla, era la figlia di Al Bano. Sono intervenuti gli autori, gli avevo sconvolto i piani. Sono salita su un albero gridando “voglio un uomooo”, ho organizzato digiuni collettivi e poi sono uscita dal programma perché ho piantato troppe grane».
Ci parla del suo progetto Wall of Dolls?
«È un’installazione artistica permanente, a Milano, contro femminicidi e violenza sulle donne. Amici stilisti hanno donato le loro bambole personalizzate, l’ultimo è stato Armani l’anno scorso. Vengono studenti anche dalle medie a seguire i documentari su questi temi, vogliamo creare una nuova cultura, soprattutto fra i giovani».
Cosa è rimasto in lei della punk di tanti anni fa?
«Lunga vita al punk! Di allora è rimasta in vita la volontà di cambiare le cose, di distruggere per ricostruire. Mi sento tuttora una donna ribelle».