La Stampa, 1 marzo 2026
Sicurezza, il 60% degli italiani boccia il governo Ma uno su 2 vuole lo scudo penale per gli agenti
Il tema della sicurezza resta uno dei cardini del dibattito pubblico e politico italiano. I numeri lo dimostrano con chiarezza: il 46,4% dei cittadini intervistati da Only Numbers per la trasmissione Realpolitik si dice favorevole allo scudo penale per le forze dell’ordine. Un dato significativo, che racconta di un Paese che, pur tra paure e tensioni, riconosce la delicatezza e la complessità del lavoro svolto quotidianamente da donne e uomini in divisa. Emerge una condivisione quasi totale tra gli elettori dei partiti di governo (84,5%), mentre tra le opposizioni solo uno su tre sostiene questa posizione (28,5%).
Eppure, i numeri raccontano anche altro. Dopo l’episodio di Milano Rogoredo, che ha portato all’arresto dell’assistente capo della polizia Carmelo Cinturrino, accusato dell’omicidio di Abderrahim Mansouri, il dibattito pubblico si è infiammato. Sui social si è creato un brusio costante, una polarizzazione immediata, un processo parallelo fatto di commenti, giudizi sommari e prese di posizione ideologiche. Eppure, nonostante il clamore mediatico, il 57,9% degli italiani ha mantenuto ferma – nel bene e nel male – la propria fiducia nelle forze dell’ordine e non solo tra gli elettori di centrodestra (72%), ma anche tra le fila del Partito Democratico (59,2%). Un dato che testimonia una resilienza istituzionale non scontata. Allo stesso tempo, però, il 26,2% – poco più di un cittadino su quattro – dichiara un calo della fiducia proprio nei confronti delle forze dell’ordine. È una frattura che non può essere ignorata e che trova il suo massimo riscontro tra le forze di Alleanza Verdi e Sinistra (59,3%).
Ciò che colpisce maggiormente in questa vicenda è la rapidità con cui la narrazione pubblica può trasformarsi: nel giro di pochi giorni si passa da «guardia» a «ladro», da giovane poliziotto descritto come pronto a rischiare la vita, a figura accusata di comportamenti gravissimi. Una metamorfosi repentina che mette in luce la fragilità dell’opinione pubblica e la potenza amplificatrice dei social network.
Va ricordato, tuttavia, che quanto emerso è frutto di indagini e approfondimenti condotti dalla magistratura. Proprio questo è un elemento centrale: lo Stato che controlla se stesso. Le procure che indagano sulle forze dell’ordine non rappresentano una delegittimazione dell’istituzione, bensì una garanzia di legalità. È il principio cardine dello Stato di diritto. Il dibattito politico si è inevitabilmente inserito in questo contesto. Le dichiarazioni di molti elettori delle opposizioni – ad esclusione del Partito Democratico – mostrano una polarizzazione marcata: vicende come questa, secondo loro, minano non solo la stima, ma anche la fiducia e perfino la «fede» nelle forze dell’ordine. Spiccano in particolare le posizioni dei sostenitori di Alleanza Verdi e Sinistra, che leggono l’episodio come sintomo di un problema più ampio.
Tuttavia, la domanda resta: si può davvero cambiare idea sull’intero paniere per una mela marcia? O il sospetto diffuso è che non si tratti di un caso isolato, bensì di un sistema percepito da alcuni come opaco o, peggio, corrotto? La risposta non può essere semplicistica. Le istituzioni democratiche si fondano su un equilibrio delicato: fiducia e controllo. La fiducia è necessaria perché senza di essa nessuna forza dell’ordine potrebbe operare con autorevolezza. Il controllo è indispensabile perché senza di esso l’autorità rischia di trasformarsi in arbitrio.
C’è poi un altro dato che merita attenzione: solo un cittadino su quattro giudica efficaci le politiche di sicurezza del governo, mentre il 59,2% le considera inefficaci. Numeri che pesano, soprattutto in una fase delicata in cui il tema della sicurezza è centrale proprio nella campagna elettorale referendaria, con procure e partiti di governo spesso su fronti opposti.
La sicurezza comunque non è solo una questione statistica o normativa, è, prima di tutto, una percezione individuale. Ci si sente in pericolo quando si è soli, quando si ha la sensazione di non avere protezione immediata. Non possiamo avere un «drone personale» che sorvegli e protegga ogni nostro passo e allora la percezione diventa determinante. Come accade con il caldo: se la temperatura reale è 30° ma quella percepita è 40°, il nostro corpo reagirà ai 40°. Allo stesso modo, se la narrazione mediatica amplifica episodi di violenza o malaffare, la nostra percezione di insicurezza cresce, sentendoci coinvolti, anche a prescindere dai dati reali.
Il rischio, oggi, è duplice: da un lato il pericolo è quello di trasformare ogni episodio in un’arma politica, alimentando una guerra permanente tra istituzioni; dall’altro, cedendo alla tentazione opposta si rischia di difendere acriticamente ogni comportamento in nome dell’ordine e della sicurezza a prescindere dal controllo e dalla verifica dei fatti. La vera sfida sta nel tenere insieme due principi: sostegno pieno e convinto alla stragrande maggioranza degli operatori che svolgono con onore il proprio lavoro e intransigenza verso chi tradisce quella divisa. Non è un equilibrio facile perché la fiducia non è un atto di fede cieca, ma è una convenzione, un patto tra cittadini e istituzioni. Ogni volta che quel patto viene messo alla prova, la risposta non può essere la delegittimazione generalizzata, ma neppure il silenzio o la minimizzazione.
La sicurezza resterà un tema centrale nel confronto politico dei prossimi mesi. Tuttavia, prima ancora che nelle leggi o negli slogan, si gioca nella credibilità delle istituzioni e nella capacità di garantire trasparenza, perché la differenza tra «guardia» e «ladro» non è solo una questione giudiziaria: è una linea sottile che si regge sulla fiducia collettiva e quella fiducia, una volta incrinata, richiede tempo, coerenza e responsabilità per essere ricostruita.