repubblica.it, 1 marzo 2026
Intervista a Gianni Canova
Dall’alto della libreria, Seneca e Montaigne guardano le ceramiche d’autore che adornano il salone affacciato sul Mercato Wagner, preziosa collezione di sua moglie Silvana Annicchiarico che di design è esperta, avendone diretto il museo in Triennale. L’universo domestico di Gianni Canova è un’oasi di pace, studio e bellezza percorso con passo felpato dai due gatti Luna e Melo, dove il cinema è una presenza quasi dissimulata tra i mille altri interessi del celebre critico, che critico non vuole definirsi. Infatti è molto di più: professore di cinema alla Iulm, di cui è stato rettore, studioso, saggista, divulgatore in tv con il suo “Cinemaniaco” su Sky.
Perché è allergico alla parola critico?
“Preferisco definirmi promotore socioculturale del cinema. Il critico spesso pretende di attribuire alla propria valutazione soggettiva un valore oggettivo universale: non mi piace quindi è brutto, mi piace quindi è bello. Ma me non interessa dire se un film è bello o brutto, mi interessa capire che cosa fa su di noi, che cosa produce dal punto di vista dell’immaginazione, della fantasia, dei bisogni. Ad esempio, sono in dissenso netto con coloro che hanno snobbato Checco Zalone dicendo che Buen camino è un brutto film”.
Lei a Zalone ha dedicato un libro.
“Dieci anni fa, è appena uscita l’edizione aggiornata. Se un film porta in sala nove milioni e mezzo di spettatori e incassa 75 milioni, prescinde dalle valutazioni estetiche. È un fenomeno sociologico. E se sei una persona seria devi interrogarti sul perché. Sono contro lo snobismo di certa sinistra che ha consegnato la cultura popolare alla destra”.
Facciamo un passo indietro. Il cinema come è entrato nella sua vita?
“A volte è la vita che ci chiama. Io vengo da una famiglia di migranti venuti via dalle valli bergamasche in cerca di fortuna all’estero e poi tornati, che non hanno nulla a che fare con il cinema. “Son della razza mia, per quanto grande sia, il primo che ha studiato”, per citare Francesco Guccini. Ricordo nitidamente che avevo sei anni, abitavamo a Bergamo. Vicino a casa c’era un cinema parrocchiale, esponeva la locandina di un film: due fari nella notte che illuminavano l’asfalto bagnato”.
Che film era?
“Un noir, ma non sono mai riuscito a risalire al titolo. Un pomeriggio d’inverno, pioveva, ho rubato i soldi dal portafoglio di mia madre e sono andato a vederlo. Da solo, a sei anni. Lei ha chiamato i carabinieri disperata: mio figlio è scomparso. È stata la prima e unica volta che mi ha schiaffeggiato. È come se il cinema mi avesse chiamato. Ma allora non c’erano percorsi formativi, scuole, università”.
Lei ha fatto Lettere moderne in Statale.
“Venivo a Milano ogni giorno da Monza, dove abitavo. Chiesi a un professore se potevo fare una tesi a cavallo fra cinema e letteratura, e lui: non capisco cosa c’entri la cultura con le tette di Sophia Loren. Io gli risposi che era peggio per lui se non lo capiva. Così per tanti anni ho fatto l’autodidatta”.
Come?
“Vivevo di cinema. Andavo all’Obraz, il cineclub di largo La Foppa dove si è formata una generazione di cinefili. Ci siamo conosciuti tutti lì, registi, critici: Paolo Mereghetti, Bruno Bigoni. Si bigiava l’università e si andava all’Obraz, dove ho visto tutta la Nouvelle Vague, tutto Bergman, tutto l’espressionismo tedesco. Un mattino stavo andando a lezione di letteratura italiana, si avvicina un assistente e mi dice: dove vai? Vengo a lezione. E lui: ma vai a vedere Alien, è molto più formativo. Era il 1980, fu una folgorazione. Aveva ragione lui, c’è più mitologia dentro quel film che in tante lezioni. Lì ho scelto la mia strada da autodidatta. Ho mangiato pane e cinema per anni, vedevo tre film al giorno. Un’ossessione divorante”.
La prima recensione?
“Non è stata di cinema. Ero militare nel periodo del sequestro Moro, sull’Appennino perché temevano attentati sulla linea Bologna-Firenze. Passavamo sei ore in piedi di guardia, sei ore in branda e così via. In branda leggevi o guardavi la tv, c’era Portobello di Enzo Tortora. Mi incuriosiva, da ragazzo ambizioso scrissi un pezzo citando Aristotele. Fu pubblicato dal Quotidiano dei lavoratori, vicino alla sinistra extraparlamentare. Lì ho cominciato, poi sono passato al Manifesto, poi a Repubblica”.
Nella redazione di Milano.
“In piazza Cavour. Mi chiamò Paolo Mereghetti. Facevo delle recensioni brevissime con l’aggettivo finale: “Film tellurico, film dietetico...”. Dopo l’hanno copiato, ma l’invenzione è mia. Ci eravamo inventati le pagelline, avevamo una tabella con dieci critici milanesi, da Alberto Farassino a Goffredo Fofi, e io ogni settimana li chiamavo e mettevamo i pallini. Le categorie erano divertenti: neanche con una pistola alla tempia... È stata la mia scuola, finché non mi ha chiamato Indro Montanelli”.
Com’è andata?
“Ho un amico anche lui critico, Steve Della Casa, che fa scherzi telefonici. Me ne aveva appena fatto uno fingendosi Tinto Brass, quando ricevo una telefonata: “Pronto, sono Indro Montanelli”. E io: “Vaffanculo, Steve”, e ho riattaccato. Poi ha richiamato la segretaria, che vergogna. All’inizio ero titubante: “Direttore, sono onorato della proposta, ma in tutta onestà le devo dire che la mia visione del mondo non coincide proprio con la sua”. E lui: “Giovanotto, lo so benissimo, ma le sue riflessioni sul cinema sono talmente ben scritte e ben argomentate che vorrei che scrivesse per noi”. Ho accettato”.
Che anno era?
“Era il ’94, l’anno della discesa in campo di Silvio Berlusconi. La Voce nasce perché Montanelli molla Il Giornale con Vittorio Corona, il padre di Fabrizio, e Marco Travaglio. Corona era la vera mente, aveva inventato la prima pagina con una sola foto grande e un unico editoriale. Quell’anno andai a Cannes e c’era Pulp Fiction, e La Voce uscì con in prima solo la foto di John Travolta e Uma Thurman e il mio editoriale. Un’esperienza straordinaria. Un anno dopo chiuse. Montanelli era inviso sia alla destra, che lo considerava un traditore, che alla sinistra, e tutti noi che ci lavoravamo siamo stati un po’ maledetti. Alcuni sono rimasti disoccupati a lungo. Lì ho deciso di insegnare. Mi considero soprattutto un docente. Rinuncerei a tutto, ma non all’insegnamento. Quando entro in aula sento che è l’unica cosa che ha senso, trasmettere quel poco che hai capito della vita alle nuove generazioni”.
Oggi scrivono soprattutto sul web.
“I giovani sono i critici più bravi, dicono cose di grande profondità e acume. Non c’è mai stata tanta produzione di riflessioni, discussioni e analisi di film come oggi, anche sui social”.
Con il web e lo streaming è cambiato anche il cinema. Cosa pensa delle serie?
“Mia moglie è un’addicted, ogni sera tira le tre di notte. Io me le impedisco, farei lo stesso”.
La sala morirà?
“No, ma diventerà una cosa festiva, un po’ come il teatro. Certo, vedere i film in sala cambia molto. Il buio è sexy, e solo il grande schermo può generare miti. Perché ti domina. Il cinema non è un dispositivo democratico. È autoritario. Ti porta dove vuole, altrove, dove non saresti mai andato. Lo diceva Fassbinder: i film liberano la testa”.