Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  febbraio 28 Sabato calendario

Occhetto: “Su Praga il Pci mi processò. Ho sofferto per la svolta”

Achille Occhetto, il 3 marzo lei compie novant’anni. Ricorda quando ha capito che la politica sarebbe stata il suo destino?
«Casa nostra, a Torino, era la sede clandestina della Sinistra cristiana. Ospitavamo un’ebrea fuggita dalle persecuzioni. Il 25 aprile 1945 i miei genitori mi urlarono: “Vieni sul balcone!”. Guardai giù».
Cosa vide?
«Sfilavano i piccoli carri armati costruiti di notte dagli operai della Fiat per aprire la strada ai partigiani guidati da un siciliano, Pompeo Colajanni. La guerra era finita, il fascismo sconfitto. Decisi d’istinto che sarei stato sempre da quella parte: la sinistra».

In che famiglia è cresciuto?
«Mio padre era un amministrativo della casa editrice Einaudi, mamma casalinga. Ho visto passare Italo Calvino, Cesare Pavese, Natalia Ginzburg».

Com’era Pavese?
«Alto, severo, di pochissime parole. Ascoltava, gentile. Una volta mi ha corretto i compiti di latino, con la matita rossa e blu».

Cosa ricorda del suo suicidio?
«In quel mese di agosto del 1950 era stato nostro ospite a Forte dei Marmi. Era angustiato perché una rivista di sinistra a cui collaborava gli aveva fatto un taglio politico a un suo articolo. Se ne lamentò con i miei. “Com’è possibile?, m’intromisi. “Anche nelle migliori famiglie possono succedere cose spiacevoli”, mi rispose».
Natalia Ginzburg?
«Ho questa immagine: lei che chiacchiera con mia madre mentre sta sferruzzando. Mia madre la notte attaccava a piedi nudi i manifesti antifascisti, per non farsi sentire».
Poi vi trasferite a Milano.
«Negli anni Cinquanta papà andò a lavorare alla Feltrinelli. Aiutò Giangiacomo a costruire la prima collana di tascabili».
Feltrinelli l’ha conosciuto?
«Sì. Era sdraiato sulla linea del Pci. Ricordo che chiese al segretario milanese, Giuseppe Alberganti, il permesso di sposarsi».
Perché mai?
«Allora si chiedeva tutto al partito».

E lei quando diventa comunista?
«A 17 anni. La domenica consegnavo nelle case a ringhiera i bollini delle tessere del partito agli operai e distribuivo l’Unità».
Ricorda il primo documento politico?
«Nel 1956 condannai l’intervento dei carri armati sovietici a Budapest. Uscì su Nuova Generazione, diretto da Sandro Curzi, il futuro direttore del Tg3, che lo titolò così: “Il furore alberga nel cuore dei giovani comunisti”».
Che studi ha fatto?
«Filosofia, alla Statale. Un giorno mi chiamò Armando Cossutta chiedendomi di fare il segretario della federazione giovanile milanese. Gli dissi di no».
Perché?
«Volevo andare in Germania, a perfezionare i miei studi. E poi laurearmi, con una tesi sul concetto di alienazione in Hegel e Marx. Cossutta venne tre volte. Tenni duro. Poi un giorno chiamò in suo soccorso Pajetta».
Giancarlo Pajetta, il mitico partigiano Nullo, che si era fatto dodici anni di carcere per attività antifascista.
«Mi disse: secondo te io ho avuto tempo di laurearmi? Accettai».
Non si è laureato?
«No».
È vero che anni dopo la mandarono in Sicilia per castigo?
«Sì, nel 1968, dopo i carri armati sovietici a Praga, in un’assemblea studentesca avevo detto che occorreva una profonda rivoluzione democratica in tutti i paesi dell’Est. Venni processato in direzione, avevo tutti contro, da Amendola a Ingrao».
Pure Berlinguer?
«Berlinguer criticò la sortita improvvisa, ma aggiunse anche: “Compagni, c’è una verità interna alle affermazioni di Occhetto”».
E quindi eccolo segretario a Palermo. Com’era quella Sicilia?
«Capii che non si può fare politica se non si conosce il Mezzogiorno, e soprattutto la Sicilia. Che è una grandissima palestra, anche di umanità. Ma allora era come dentro a un altro mondo».
Cioè?
«Vede, Torino sembrava uscita dagli scritti di Marx: c’erano la fabbrica, gli operai, gli intellettuali. A Palermo il sindaco era Vito Ciancimino, il democristiano condannato poi per mafia, l’artefice del Sacco urbanistico».
Il Pci lo combatteva.
«Una domenica assolata m’incontrai in una casa abbandonata con Michele Reina, il capogruppo della Dc, per concordare con lui di far cadere Ciancimino. Alla fine Reina mi disse: “Per te questo è un incontro politico, a me mi può costare la vita”. Due anni dopo venne ucciso».
Lei convinse Leonardo Sciascia a fare il consigliere comunale.
«Andai più volte a casa sua. Tergiversava, silenzioso. Gli dicevo: pensa che da un lato del Consiglio entreranno quelli legati a Ciancimino, e dall’altro lato entrerai tu. Accettò quando andai a trovarlo in campagna. M’insegnò a cucinare le uova sode sotto la brace».
Anche Berlinguer era silenzioso.
«Ci fu una cena a casa di Vittorio Nisticò, il direttore de L’Ora. Berlinguer prese posto in un angolo del divano, Sciascia nell’altra estremità. Si guardarono senza dire una parola».
Ha conosciuto Piersanti Mattarella, il fratello del capo dello Stato?
«Mi fece una grandissima impressione. Un uomo coltissimo, con un’apertura mentale notevole, pieno di coraggio. Sarebbe potuto diventare presidente del Consiglio se la mafia non lo avesse ucciso».
Che ricordo ha del sequestro Moro?
«La sera prima mi chiamò Antonio Tatò, il portavoce di Berlinguer. Mi disse che Berlinguer aveva dubbi sul governo Andreotti da votare all’indomani in Parlamento. Quindi il 16 marzo uscii di casa ripassando il mio discorso contrario. Quando all’edicola vicina al Pantheon mi fermai per comprare i giornali l’edicolante mi disse che avevano sequestrato Aldo Moro e ucciso la scorta. A quel punto, per mostrare unità di fronte ai terroristi, fu inevitabile votare sì. Nel tragitto cambiai mentalmente l’intervento che avrei tenuto alla riunione dei gruppi».
Lei è stato l’ultimo segretario del Pci. Quello della Svolta, che nel 1989 cambia il nome.
«Sulla Svolta mi è rimasto un cruccio».
Quale?
«Di essere stato considerato un Gian Burrasca, che si è permesso di chiudere il più grande partito comunista d’Occidente. Cosa del tutto assurda perché io da segretario della Fgci avevo cominciato a partecipare alla direzione del Pci quando era ancora segretario Palmiro Togliatti, con il quale ebbi un incontro che ricordo con grande emozione».
Che incontro?
«Gli avevo portato un numero di Nuova generazione nel quale criticavo il passo indietro del ventunesimo congresso del Pcus sulla via della destalinizzazione. Mi disse, in modo paterno: “Va molto bene. Diffondilo, ma non solo tra i giovani, anche nel partito”».
Era caduto il Muro. Non era inevitabile cambiare nome?
«Sì, ma sono stato considerato a lungo da alcuni come uno che ha fatto una cosa avventata, un outsider disinvolto, mentre la Svolta era figlia di una scelta meditata, di una cultura politica, quella del Pci».
Ne ha sofferto?
«È stato un momento drammatico della mia vita. Devo dire grazie a mia moglie, Aureliana, che mi è stata vicina, umanamente, ma anche con la sua grande intelligenza politica».

La sconfitta contro Berlusconi nel ‘94 è stata la fine della sua carriera politica?
«È stata la fine della Repubblica dei partiti e l’inizio della Repubblica dei populisti. Una ferita per tutto il Paese».
Si è sposato tre volte.
«Ogni donna ha rappresentato una fase diversa della mia vita. Purtroppo uno dei miei figli, Malcolm, non c’è più. Se n’è andato a 52 anni, nel 2022. L’altro, Massimiliano, mi ha dato un nipotino, Davide, che mi chiama Nonno Pipa».

Che tempi sono questi per l’umanità?
«Vede, io sono nato durante il fascismo e dove mi trovo dopo novant’anni? In un periodo che per certi versi è peggio».
Come peggio?
«Sì, perché nella storia bisogna vedere il punto di partenza. E noi veniamo da 80 anni di pace, e libertà, e di giovani che girano l’Europa senza passaporto e ora siamo dentro un tempo nel quale la democrazia è di nuovo pesantemente a rischio».
Ha scritto un libro per denunciarlo.
«Oltre il baratro. Ripensare la sinistra e la democrazia, edito da Passigli».
Martedì a Roma ci sarà una grande festa per i 90 anni. È anche un modo per riconciliarsi con un mondo che l’aveva un po’ abbandonata?
«Ma non sono esequie anticipate. Continuo a combattere, con i mezzi che mi sono consentiti dall’età».
Che bilancio si sente di fare della sua vita?
«Sono contento anche degli errori che ho fatto».
E cosa ha capito?
«L’importante è che uno riconosca se stesso negli errori, per cambiare»