la Repubblica, 28 febbraio 2026
Sospeso medico del Pronto soccorso di Merate: era condannato in appello per sette morti a Trieste
Aveva ricominciato a lavorare, come se niente fosse, in Pronto Soccorso all’ospedale di Merate, dopo esser stato condannato in appello per omicidio volontario per la morte di sette pazienti soccorsi a Trieste fra il 2014 e il 2018. Il medico, un anestesista, era stato messo a disposizione da una cooperativa privata all’ospedale nel lecchese. Regione Lombardia ora lo ha sospeso in via cautelativa appena si è saputo chi fosse quel medico entrato in servizio da poco a Merate. Vincenzo Campanile – questo il nome del medico che aveva una condanna di corte d’assise d’appello di Trieste a 17 anni e 3 mesi – è riuscito a fare solo due turni nell’ospedale vicino a Lecco, prima di esser scoperto da qualche collega che evidentemente ha segnalato la notizia all’azienda sanitaria Asst di Lecco.
“Dopo aver appreso la notizia della condanna in secondo grado per omicidio volontario di un medico in servizio al Pronto Soccorso di Merate, comunico che da parte dell’Asst di Lecco è stata prontamente disposta nei suoi confronti la sospensione immediata dai turni, a tutela dei pazienti e del personale sanitario”, ha subito commentato l’assessore regionale al Welfare, Guido Bertolaso.
Campanile, ex medico anestesista del 118 di Trieste era andato a processo per la morte di nove anziani a cui erano stati somministrate iniezioni di un potente sedativo durante interventi di soccorso domiciliare. In primo grado era stato ritenuto colpevole e condannato a 15 anni e 7 mesi. In appello era stato ritenuto colpevole di omicidio volontario per sette dei nove casi contestati.
Gli anziani morti avevano fra 75 e 90 anni, tutti presentavano patologie serie. L’indagine era partita dalla morte di Mirella Michelazzi, 81 anni, deceduta dopo che le è stato dato il farmaco Propofol durante un soccorso in una casa di cura. Un collega aveva segnalato il caso e gli inquirenti erano risaliti ad altre nove morti sospette. Lui si era difeso dicendo che la scelta di praticare sostanzialmente l’eutanasia era stata presa per alleviare le sofferenze dei pazienti in fin di vita. Ma poi era stata accolta dal pm l’impugnazione contro l’attenuante di “aver agito per motivi di particolare valore morale o sociale”.
Ovviamente il sanitario potrebbe fare ricorso in Cassazione e quindi la condanna non è ancora definitiva, ma la Regione vuole evitare qualsiasi tipo di rischio facendo lavorare in corsia una persona condannata per un reato penale così grave riguardo fatti avvenuti nell’esercizio della professione. Il caso è ancora più spinoso dal momento che l’anestesista era dipendente di una cooperativa privata, che fornisce personale alla sanità pubblica lombarda, evidentemente senza fare i controlli dovuti, dicono in Regione.
“È doveroso distinguere con chiarezza – ha aggiunto Bertolaso – tra il principio costituzionale della presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva e l’etica della responsabilità che deve guidare chi opera in contesti delicatissimi come un Pronto Soccorso. Parliamo di professionisti chiamati a prendere decisioni cruciali con serenità e consapevolezza, in situazioni di emergenza, dove la fiducia dei cittadini e la credibilità del sistema sanitario non possono essere messe in discussione. Questa vicenda evidenzia ancora una volta le criticità legate al ricorso alle cooperative per il reclutamento di personale sanitario. È intollerabile la prassi secondo cui alcune cooperative impieghino personale senza condividere in modo completo e trasparente tutte le informazioni rilevanti con le strutture sanitarie con cui collaborano. Le direzioni ospedaliere devono essere messe nelle condizioni di conoscere ogni elemento utile a valutare l’idoneità dei professionisti che operano nei propri reparti, soprattutto in contesti ad alta complessità come il Pronto Soccorso”.
In carenza di personale l’ospedale sia medico sia infermieristico di Merate non è certo l’unico in Lombardia a far ricorso alle cooperative, come anche ai medici gettonisti, una prassi che la Regione sta da tempo cercando di contrastare. Bertolaso ora annuncia che, oltre alla sospensione del medico, verranno avviate verifiche sulla cooperativa coinvolta: «Saranno adottati i provvedimenti del caso qualora emergano responsabilità o omissioni informative. Il rispetto delle regole, degli obblighi di comunicazione e dei requisiti di trasparenza è un presupposto imprescindibile per poter operare all’interno del sistema sanitario pubblico».
“È anche per questo – ha ribadito l’assessore al Welfare – che Regione Lombardia si è battuta per superare il sistema dei cosiddetti “gettonisti” e per ridurre drasticamente la dipendenza dalle cooperative, con l’obiettivo di riportare sotto il pieno controllo pubblico la selezione e la gestione del personale che opera nei nostri ospedali. Siamo determinati a eliminare definitivamente ogni residua criticità e ogni possibile strascico di queste prassi. La tutela della salute dei cittadini, la sicurezza delle cure e la piena affidabilità del sistema sanitario regionale restano la nostra priorità assoluta”.