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 2026  marzo 01 Domenica calendario

Intervista a Nino Migliori

Nino Migliori, cento anni da compiere il 29 settembre, è al lavoro nella sua Fondazione bolognese zeppa di quadri. Sta studiando delle bucce di mandarino messe a essiccare in attesa che prendano forme umane come certe celebri bottiglie di plastica diventate, attraverso le sue foto, persone inginocchiate che pregano. Poi, armeggia con un manichino prossimo a diventare una foto con Eva Robin’s. Lui: «Devo chiamarla, il manichino è qui da anni, l’ho portato in auto da Massa Carrara, seduto davanti, mi guardavano tutti. I manichini mi piacciono perché ho un’attrazione per il rapporto tra vero e falso. Ne vorrei una sala piena». Il maestro tira fuori gli occhi dalla coppola di tweed: «Spero di campare ancora per metterne insieme tanti e fare la compagnia del manichino». Ride e le poche rughe sul viso spariscono del tutto.
Da quando Eva aspetta?
«Dal 2004, ho tanti arretrati, ma li smaltisco. Sto qui da mattina a sera, ma il lavoro quotidiano mi prende e i progetti restano indietro. Ora, ne ho finito uno in attesa dal ‘90. Venga, guardi quest’album».
Una collezione di farfalle?
«La trovai in un mercatino. L’ho fotografata solo ora» (la moglie Marina Truant cerca in un computer la cartella «farfalle»: sono dettagli di ali divenuti quadri astratti come di velluto. Lui: «Li ho chiamati Se vuoi Far Falle»).

A cent’anni, lavora al Pc?
«Ma ho iniziato prima. Ora, mi siedo vicino alla mia assistente e le dico cosa fare. Quando è arrivato il digitale, ho detto subito: l’analogico è finito. Ho imparato Photoshop e ho iniziato le trasfigurazioni».

Cos’è «il futuro» per lei?
«Innanzitutto stare al mondo il più possibile. A cent’anni, ogni giorno è buono per la scomparsa. Poi, sono i lavori da finire o iniziare. In una parola: il futuro è vivere».
Oggi, l’intelligenza artificiale crea foto dal nulla: ci sarà ancora spazio per le foto come le fa lei?
«Aumenterà perché la foto è troppo importante nel rapporto fra conoscenza e comunicazione. Si comunicherà meglio con la foto che con la parola».
Lei ha fatto anche un suo autoritratto dal futuro, titolo: «Tempo dilatato».
«Si parte da un primo piano del ’74 e si arriva alla radiografia del teschio. Ma non vuole mai esporlo nessuno».
E le sembra strano?
«Ma è come siamo e come diventiamo: come le foto di quando eravamo bambini».
Come fa essere in forma?
«Da giovane, nuotavo, correvo, camminavo, sciavo con l’olimpionico Zeno Colò».
E che altro? Alimentazione, otto ore di sonno a notte?
(Nino tace e guarda la moglie. Marina: «Vive di gelati, cioccolato, Campari Spritz. La notte, dorme due ore e il resto della notte mangia»).
La salute non la preoccupa, maestro?
«Se avessi mangiato sano e la notte dormito otto ore, arrivavo a duecento anni».
Le prime foto del 1948, prima di Pirogrammi, Cellogrammi, Lucigrammi e Idrogrammi, sono capolavori del neorealismo: istantanee della vita di strada, bambini in ricreazione, figure nei caffè… Cosa la ispirava?
«Catturare la gioia che sentivo in giro dopo gli anni tremendi della guerra. La liberazione fu una festa, tutti urlavano e cantavano. E la ricostruzione fu bellissima. La serie Gente raccontava quell’Italia. Negli anni ’50, la serie sui muri con scritte tipo “Forza Coppi” era come un diario spontaneo degli italiani».
Il suo primo ricordo?
«Da piccolissimo, asmatico, la febbre non scendeva, la penicillina non c’era e il medico mi mise nel ghiaccio».
È stato altre volte vicino alla morte?
«Un giorno, l’auto si è rovesciata più volte. Sono uscito insanguinato e uno ch’era lì mi vede e sviene. M’ha salvato un angelo. Si dice così, no?».
Ed è stato un angelo?
«Non lo so, sono agnostico. Marina dice che sono nato il giorno degli Arcangeli e potrei essere protetto. In effetti, un’altra volta, scendendo dai monti in bici a mille all’ora, sono finito in un roveto e non mi sono fatto niente. E poi c’è quella del buco nella cucina».
Sarebbe?
«In guerra, eravamo sfollati sui monti. Papà era ferroviere, ma aveva un podere lì. Io ero renitente alla leva e quando i soldati vennero a cercarmi, mi nascosi in un buco nel pavimento. Il tema, da asmatico, era non tossire. Ci riuscii».
Perché evitò la leva?
«Ero contro il fascismo. Ho sempre amato la libertà e, ai tempi, era tutta una costrizione: se non facevo come dicevano, venivo preso a calci».
Chi l’ha presa a calci?
«I balilla, quando da bambino non facevo marce e esercitazioni come mi veniva detto. Dopo, per avere libertà nella fotografia, ho sempre avuto un altro mestiere, ho fatto il dirigente della Fabbri degli sciroppi, poi il direttore di una ditta di liquori» (Marina: «Non ha mai fotografato per vendere; se riceve una commissione, o gli piace e la fa o non c’è verso». Antonella, l’assistente: «Quando faceva le Polaroid, tutto quello che la scatola diceva “non fare” lo faceva: le ha messo nel frigo, le ha messe nel forno». Marina: «L’unica che riesce a fargli fare quello che vuole è Elisabetta Sgarbi. Quando abbiamo girato il film Viaggio intorno alla mia stanza, lei diceva “facciamo così”, lui “facciamo cosà” e poi si faceva in tutte e due i modi»).
Nino, ha visto passare 35 presidenti del Consiglio, avvicendarsi monarchia e Repubblica... Quale evento politico l’ha colpita di più?
«Io sono nato sotto il fascismo e non avrei mai detto che mi toccherà venir meno sotto il fascismo. Ma voglio pensare che resisto di più io».
E fra guerre e cambiamenti sociali, cosa è stato più importante visto dall’alto dei suoi anni?
«Negli anni ‘70, mi sono accorto che la violenza, a forza di vederla in tv, rischiava di non essere più vista. Da lì nasce Sottrazione/accumulo della memoria e un altro lavoro in cui ho messo dei lucidi con immagini di violenza sugli specchi, in una stanza buia, col pubblico che entra con una pila e si vede riflesso».
E c’è «Make love not war».
«C’era la guerra del Vietnam: erano soldatini fotografati su un corpo femminile. Io tendo a rifiutare la negatività. Lì ho usato l’ironia per attraversare un tempo tragico».
Lei è stato più felice o infelice?
«Prevalentemente felice».
Il giorno più felice?
«Quello in cui ho conosciuto Marina. Ero il suo professore a un corso di perfezionamento dell’Università di Parma. Io 54 anni, lei 27. Mi portò un garofano. Svenni davanti a lei. Ho i brividi anche ora che lo rivivo, fu una cosa che mi stravolse. Dopo, non fu facile, ero sposato, avevo due figli».

Dopo, Marina ha sempre condiviso il suo lavoro.
«Parlare con lei e scambiarci le idee è stato eccezionale».

Tanti artisti con cui ha condiviso la gioventù non ci sono più, come Tancredi Parmeggiani o Emilio Vedova, coi quali frequentava Peggy Guggenheim. Che succede quando gli amici muoiono uno dopo l’altro?
«Succederà anche a me. Mi dispiacerà, ma insomma, come fa a dispiacermi quando sono già morto, no?».