Corriere della Sera, 1 marzo 2026
La saga dei De Luca a Salerno continua
Lo Sceriffo è tornato per riprendersi la città. Quelli come lui non chiedono il permesso. «Elly? Chi è questa Elly?». Però immaginate il sottofondo di una musica allegra. Perché lo Sceriffo è gioviale, sfrontato, sprezzante, mentre viene avanti su corso Vittorio Emanuele seguito dal suo codazzo. Ha in mano un foglietto scritto a penna: «Questo è con me. Ma pure questo sta con me. E poi ci sono i socialisti. E i verdi. E parecchi dem, si capisce». Gabbiani in picchiata sulla campagna elettorale appena iniziata, l’odore del mare nel vento, la gente seduta ai tavolini dei bar che lo omaggia sollevando i calici di spritz. Qualcuno si alza e s’avvicina. «Don Vincenzo bell!». «Overamente?». «Ma non mi dite…». Gli danno del voi. Poi, come sopraffatti, chinano la testa. Lo Sceriffo allora gli sorride con quel sorriso che neppure Crozza riesce più a imitare. E, con una sublime botta di boria, conferma: «Dovreste andare a piedi al santuario di Pompei per ringraziare la Madonna che mi ricandido a sindaco…».
Intendiamoci: in questo personaggio non c’è mai stato uno straccio di ideologia, ha sempre custodito solo una spaventosa capacità di conquistare il potere per avere e gestire altro potere. Però è chiaro che adesso la politica non c’entra davvero nemmeno più, perché qui siamo ormai dentro una saga: la strepitosa saga della dinastia De Luca. Tra segreti e chiasso, patti di fedeltà lontani dalla tradizione repubblicana e ricatti, tutti si muovono all’interno di logiche arcaiche, talvolta feudali, come quelle di questo padre dispotico e ingombrante, ancora molto più furbo e feroce del figlio Piero, deputato dem, segretario regionale dei dem, quindi un tipino ambizioso, ma inesorabilmente schiacciato e perdente in un racconto che sembra uscito da una serie tv, tipo Downtown Abbey, o Yellowstone.
Solo che siamo a Salerno.
Nel primo fotogramma di questa nuova stagione c’è lo Sceriffo, appunto Vincenzo de Luca, anni 76, negli ultimi dieci governatore della Campania, che – alla Camera di commercio, in occasione del convegno «La libertà di partire, il diritto di restare» – annuncia il suo ritorno. Anzi, di più: proprio si incorona. Con la mano tremante aggiusta gli occhialini sul naso, ipnotico tono a cantilena: «Si... Ricomincia... Riprendo la città e la provincia... Dobbiamo ridare speranza… Tranquillità… Alle famiglie… Devo bonificare un’intera area urbana».
Adesso, però, un paio di passaggi fantasmagorici vanno spiegati. Il primo: De Luca può ricandidarsi per il suo quinto mandato alla guida di Salerno (dopo gli otto anni tra il 1993 e il 2001 e i nove tra il 2006 e il 2015) soltanto perché il sindaco in carica Vincenzo Napoli – 75 anni, architetto – si è, improvvisamente, dimesso. Napoli, gli hanno chiesto, perché lascia? Silenzio. Coraggio: perché? Ma lui immobile, non un muscolo del viso che vibrasse. Nessuna spiegazione, tace. Però sappiamo che questo Napoli è, come si dice, un fedelissimo dello Sceriffo. Così, a molti, sebbene non ci siano prove certe, è venuto il forte sospetto che abbia quasi voluto restituire la città a colui che gliel’aveva, momentaneamente, affidata. Ma se le dimissioni di Napoli possiamo spiegarcele con la più struggente riconoscenza, e chiamiamola riconoscenza, l’aspetto molto più succulento di questa storia è, invece, il secondo.
Allora: De Luca ha deciso di candidarsi (si vota il 24 e 25 maggio) da solo. Autonomamente. Un cronista s’è fatto coraggio: scusi, e il Campo largo? Lui ha avuto come un lampo nello sguardo. Quindi ha iniziato a digrignare i denti. «Vo… le… te…far… mi… be… ste… mmia… re?». Insomma se ne frega davvero alla grande del Campo largo, lo Sceriffo, come fu soprannominato nelle settimane iniziali del suo primo mandato: subito sindaco con effetti speciali (le fontane d’acqua nelle piazze e i manganelli ai vigili urbani, «Il manganello – spiegò – è un commovente oggetto di persuasione»), però pure sindaco con una oggettiva, straordinaria capacità di muovere tessere e consenso, alimentando leggende (come quella di conoscere, uno ad uno, i nomi dei suoi elettori) e mischiando il dialetto stretto a dotte citazioni su Cicerone, dimostrandosi così un pittoresco e geniale artigiano dell’arte oratoria studiata da grigio dirigente comunista e affinata tra comizi e cene elettorali.
Comunque: anche stavolta lo Sceriffo correrà da solo. Ha già organizzato sei liste civiche e se ne frega non solo del Campo largo, ma pure di Elly Schlein. Quindi del Pd (i locali voti dem andranno nel contenitore della lista Progressisti per Salerno). Quanto al figlio Piero, che dei dem è il segretario regionale, nessun problema: perché è un figlio obbediente.
Elly, capita l’antifona, tace.
Piero, invece, parla. E invece di dire al padre una roba tipo, «No, scusa, papà: ma se tu tratti il Pd come una pezza da piedi, io che figura ci faccio?», va in giro dicendo che il padre si è dimostrato il miglior amministratore locale italiano.
Due parole su Piero De Luca bisogna spenderle. Arrivò in Parlamento nel 2018, a 38 anni, perché così aveva deciso lo Sceriffo. Di temperamento mite, all’inizio fu preso in simpatia dai dem di Montecitorio. Poi Elly, non riuscendo a dare nemmeno un pizzicotto al padre, se la prese con lui, togliendogli i gradi di vicecapogruppo. Elly, ti vendichi con il figlio? Intorno a Piero si diffuse una certa solidarietà, ma – intanto – lo Sceriffo se l’era segnata. Così, alla fine della scorsa estate, nel pieno delle trattative per la candidatura di Roberto Fico alla guida della Campania, De Luca dettò le sue condizioni: «‘O guaglione dovete farmelo diventare il segretario del Pd in Campania».
Elly capì che, se non avesse ceduto al ricatto del cacicco, rischiava di perdere la regione. Piero ha fatto il vago ed è andato all’incasso. Una pena. Ora è muto davanti alla dichiarazione congiunta di M5S, Avs, Azione, Casa riformista, Italia viva e Noi di centro: «Presto vi faremo sapere il nome di chi candideremo a Salerno contro De Luca e centrodestra».
Al solito, le idee più chiare ce l’ha Clemente Mastella. «Se De Luca va da solo, è fuori dal Campo largo. Ma questo non devo dirlo io, dovrebbe dirglielo la Schlein». Ci sarebbe anche il figlio Piero: «Eh, vabbuò…».
Gli chiesi: Vincenzo De Luca, come fa a non essere mai stanco? «Vede: più m’attaccano, e io più godo. Mi dicono che è finita? E io penso sempre che è appena cominciata».