Corriere della Sera, 1 marzo 2026
La paura a Dubai con 200 studenti italiani. E c’è anche Crosetto
Già dalla mattinata c’erano state le avvisaglie del caos che si sarebbe abbattuto poi alle sette di sera, ora locale, anche sugli italiani che si trovavano a «The Palm», l’isola artificiale diventata uno dei luoghi iconici di Dubai. «Sentivamo boati, non potevamo pensare che avrebbero colpito proprio noi», racconta Veronica Sciacca, una delle ospiti del Fairmont, l’hotel esclusivo di Palm Jumeirah colpito da un missile. Un boato, le fiamme, vetrate in frantumi. «Siamo sotto choc, chiusi in camera. Lo staff cerca di mantenere la calma, ma ci dicono di non uscire».
Un incubo per i nostri connazionali rimasti bloccati nella regione per la cancellazione dei voli per motivi di sicurezza dopo l’attacco iraniano seguito a quello Usa e d’Israele. Fra loro ci sono anche il ministro della Difesa Guido Crosetto, che si era recato negli Emirati Arabi con un aereo di linea per motivi personali per riprendere la famiglia e riportarla in Italia – ieri ha partecipato in videoconferenza al vertice di Palazzo Chigi —, e l’ex ct della Nazionale Roberto Mancini, oggi a Doha come tecnico dell’Al Sadd. «Eravamo a messa, ci sono arrivati cinque-sei alert in arabo sui telefonini nei quali ci avvertivano di rimanere a casa, poi si sono verificate le esplosioni. Ho parlato con mia madre per tranquillizzarla. Qui c’erano le avvisaglie di quello che sarebbe successo», spiega al Tg1.
Bloccati a Dubai poi 204 studenti del progetto «Ambasciatori del futuro» diretti a Milano, come anche una decina di croceristi sardi sulla Msc Euribia. I funzionari diplomatici italiani hanno assistito i connazionali, molti dei quali spaventati, anche se poi in serata la situazione è tornata sotto controllo. Gli italiani residenti nel Golfo sono oltre tremila, più turisti e pendolari. A loro si aggiungono circa 500 connazionali che non possono uscire dall’Iran: la Farnesina valuta di farli transitare per l’Azerbaigian. Per loro tanta paura, ma al momento, comunica la Farnesina, non ci sono feriti.
Militari nei bunker
Quella di ieri è stata una giornata ad alta tensione anche per migliaia di soldati italiani impegnati nelle missioni internazionali nel Medio Oriente e nel Golfo. Oltre 300 militari dell’Aeronautica in servizio presso la base interforze con gli Usa di Al Salem, in Kuwait, sono rimasti chiusi nei bunker, così come i loro colleghi, una settantina, di stanza ad Amman, in Giordania, mentre cadevano i missili iraniani che hanno provocato danni e feriti, ma non fra i connazionali. Massima allerta anche per i contingenti presenti in Iraq, a Erbil e Bagdad, così come nella base navale a Gibuti. E poi in Libano, a Shama, a Gerico, in Cisgiordania. «La priorità assoluta resta la sicurezza dei nostri militari e del personale italiano impegnato nei teatri operativi internazionali», ha assicurato Crosetto.
I motivi dell’attacco
Le monarchie del Golfo erano in allarme da tempo, già settimane fa avevano chiesto alla Casa Bianca di evitare un attacco contro l’Iran. Per diverse ragioni. Il timore di essere trascinati nel conflitto, le ripercussioni economiche in Paesi con grandi progetti che prevedono flusso di investimenti e persone, l’instabilità cronica della regione, la paura di una frantumazione del sistema iraniano. Infatti, sempre alla ricerca di soluzioni, avevano avviato un dialogo con gli ayatollah al fine di ridurre i contrasti.
Un passo pragmatico nei confronti di un regime considerato ostile ma comunque al comando. Le loro previsioni si sono rivelate esatte. La rappresaglia iraniana, affidata a droni-kamikaze e missili, ha investito zone turistiche, aree residenziali e basi militari. Le fiamme sulle Palm Island di Dubai hanno fatto subito notizia, l’allarme tra grattacieli e centri finanziari degli Emirati hanno rappresentato una scossa. Gli emiri hanno visto i loro spazi violati nonostante la presenza dello scudo statunitense. Mohammed bin Salman, il principe ereditario saudita, dopo gli attacchi sugli Emirati ha avuto un colloquio con Mohammed bin Zayed, l’uomo forte di Abu Dhabi. I rapporti tra i due Stati erano una volta amichevoli ma poi si sono deteriorati a causa di rivalità. Ebbene, Salman ha subito offerto assistenza agli Emirati: segnale della preoccupazione davanti all’estendersi dell’incendio.