Corriere della Sera, 1 marzo 2026
Macron, Merz e Starmer chiedono la de-escalation. L’allarme delle Nazioni Unite. La cautela di Russia e Cina
I leader del mondo reagiscono con cautela agli attacchi di Usa e Israele contro l’Iran e alla reazione di quest’ultimo, preoccupati dei rischi di un’escalation che potrebbe incendiare l’intera regione. Sale da ogni parte l’appello a cercare una soluzione negoziata tra Washington e Teheran.
Torna a funzionare l’E3, il trio Germania-Francia-Regno Unito con un comunicato congiunto firmato da Friedrich Merz, Emmanuel Macron e Keir Starmer, che non commenta l’azione decisa da Trump e Netanyahu ma condanna «gli attacchi iraniani sui Paesi della regione» e chiede «la ripresa delle trattative» sollecitando «la leadership di Teheran a cercare una soluzione negoziata». In ultima analisi, secondo i leader europei, «il popolo iraniano deve potere determinare il proprio futuro». In precedenza, il presidente francese Macron aveva definito la situazione «pericolosa» e chiesto – e ottenuto – una riunione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, richiesta bissata da Russia e Cina. Il segretario generale Antonio Guterres ha aperto la riunione parlando del «rischio di innescare una catena di eventi incontrollabili nella regione più instabile del mondo». E a Bruxelles, Ursula von der Leyen ha invitato tutte le parti a «esercitare il massimo di moderazione, proteggere i civili e rispettare la legge internazionale» e ha convocato per domani una riunione del collegio dedicata alla sicurezza.
Ma l’attenzione ieri era concentrata su Russia e Cina, i due alleati di Teheran, che ancora una volta non sono andati oltre le proteste verbali, mostrando l’impossibilità (o la scarsa volontà) in questa fase di sostenere concretamente il regime sciita.
A Mosca, il ministero degli Esteri ha definito gli attacchi israeliani-americani «un atto premeditato e non provocato di aggressione armata a un membro sovrano e indipendente delle Nazioni Unite», accusando Washington e Tel Aviv di nascondersi dietro le preoccupazioni per il programma nucleare, per perseguire in realtà la caduta del regime: «Usa e Israele si sono di nuovo imbarcati in una pericolosa avventura, che sta rapidamente portando la regione vicina a una catastrofe umanitaria, economica e possibilmente radioattiva». Il capo della diplomazia russa, Sergeij Lavrov, ha avuto un colloquio telefonico con il premier del Qatar, Mohammed Al-Thani, nel quale entrambi hanno concordato sulla «necessità di un rapido ritorno al processo politico-diplomatico, al fine di risolvere tutti i problemi tra Stati Uniti, Israele e Iran sulla base dei principi della Carta delle Nazioni Unite e del Trattato di non proliferazione delle armi nucleari».
Più misurata invece la reazione della Cina. Il governo di Pechino si è detto «altamente preoccupato» dopo gli attacchi di Usa e Israele e ha chiesto un’immediata cessazione delle azioni militari, con il ritorno al tavolo negoziale. «La sovranità, la sicurezza e l’integrità territoriale dell’Iran devono essere rispettate», ha dichiarato il ministero degli Esteri. La particolare cautela cinese contraddice la vulgata che l’influenza del Dragone in Medio Oriente sia in crescita. In realtà è almeno dal 7 ottobre 2023, giorno della strage di Hamas poi sfociata nella guerra di Israele contro Gaza, che la Cina ha preso un posto di terza fila nella regione, limitandosi a criticare Israele per il massacro dei palestinesi o gli americani durante la guerra dei 12 giorni, cioè gli attacchi all’Iran del 2025, senza però dare alcun sostegno concreto agli ayatollah. È vero che la Cina nel 2025 ha acquistato a prezzi scontati più dell’80% di tutto il petrolio esportato per nave dall’Iran, contribuendo alla sua sopravvivenza economica. E che da mesi negoziava un accordo per vendere a Teheran sistemi d’arma come i missili supersonici CM-302, difficili da intercettare e con 300 chilometri di raggio, in grado di affondare una portaerei. Ma l’accordo non è mai andato in porto.
In realtà, coerente con i suoi obiettivi di lungo periodo, Pechino non vuole affatto che l’Iran si doti dell’arma nucleare poiché teme che ciò possa incoraggiare anche i suoi rivali regionali, dal Giappone alla Corea del Sud, a fare altrettanto. Inoltre, i dirigenti cinesi, se da un lato criticano l’azione militare, in realtà approfittano delle pressioni americane, che rendono Teheran sempre più dipendente dalla Cina sul piano diplomatico, economico e tecnologico.