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 2026  marzo 01 Domenica calendario

Euforia e paura nelle città iraniane: «Per noi è la fine di un incubo»

Amina ha litigato con il figlio Ashkan, che ha 14 anni, perché lui voleva correre sul tetto di casa per riprendere con il cellulare il fumo delle bombe salire verso il cielo. «Non capisce quanto sia pericoloso», ci scrive. Abitano a Niavaran, un quartiere a nord di Teheran e da ieri sono in guerra. «Ce lo aspettavamo, non abbiamo mai creduto ai negoziati. Sono settimane che non riesco a dormire», racconta la donna che è una fotografa.
A volte i messaggi arrivano, altre volte rimangono appesi. Segno che Internet sta per spegnersi. Ghazaleh invia una lista di informazioni: «La gente è in coda per la benzina. I supermercati sono presi d’assalto. Si compra pane e generi alimentari, ci sono lunghe file ovunque. In alcune parti della città non ci si muove». Ci domanda, prima di scomparire: «Dicono che hanno bombardato la casa di Ahmadinejad e il compound di Khamenei. Sono morti?».
Le sirene non suonano, a Teheran. Nemmeno a Shiraz o Tabriz. Le bombe cadono, all’improvviso.
Girano video di ragazzini delle scuole medie che applaudono mentre i missili fumano. Video di una donna che urla al cielo «grazie, zio Trump», di signore che ballano in mezzo alla strada. Ci scrive Niloofar che era a scuola: «Abbiamo sentito degli enormi boati. Ci siamo molto spaventati, c’è chi è svenuto e chi è andato in panico. Ma la gente sembra felice, per le strade suonano il clacson e gridano slogan contro il regime. Ho fatto dei filmati ma non riesco a mandare niente perché internet non funziona». Niloofar ha solo 17 anni e dice: «Questa è la nostra battaglia finale».
Nasrin manda un messaggio vocale: «Sapete che cosa sto facendo?». Piange e ride mentre lo dice. Piange di felicità perché ha appena letto sul cellulare che «la Guida suprema Ali Khamenei è stata uccisa». Non riesce a smettere di urlare al telefono: «È morto, non ci credo, è successo, è successo davvero. Quell’uomo ci ha rovinato la vita. Ha ucciso mio zio, ha messo in carcere mia madre. Questa è la giornata più bella per il nostro Paese». In serata, le persone festeggiano nelle piazze la notizia della morte del dittatore. Fanno festa come se non ci fosse un conflitto in corso: «Perché sono 47 anni che siamo in guerra», continua la ragazza. Arrivano anche segnalazioni di spari contro la folla da parte dei pasdaran.
Lo abbiamo imparato dalle proteste di gennaio, quelle in cui il popolo è sceso nelle strade per chiedere la fine della dittatura. Quelle in cui gli ayatollah hanno ucciso migliaia e migliaia di persone, segnando la pagina più sanguinosa della Repubblica islamica. A differenza del passato, molti iraniani pensano che solo un aiuto esterno li libererà dalla morsa del regime che piega vite, sogni e portafogli. Ce lo confermano le decine di filmati di gioia mentre Teheran viene bombardata.
Sono scene difficili da comprendere se non si mette in conto l’effetto che hanno 47 anni di divieti e ingiustizie perpetrati da una delle dittature più sanguinarie al mondo. Ma la speranza dell’epilogo degli ayatollah non protegge dai morti, perché alla fine la guerra si assomiglia sempre. Quando accade, poi, ha a che fare più con i corpi che con i sogni.
Ci arrivano video di persone che scappano nella nebbia delle bombe. Che piangono, che si disperano. Sarebbe salito a 85 il numero delle bambine uccise nell’attacco contro una scuola elementare femminile nel distretto di Minab, nella provincia meridionale di Hormozgan, riportano i media iraniani. «Non posso pensare a quei genitori, e se domani fossi una di quelle madri? Abbiamo paura che sia una guerra lunga. Non so se ho la forza per reggere ancora così tanto dolore», scrive Mina. Negli ospedali i pazienti più gravi vengono spostati in luoghi più sicuri. E ci ricordano: a Teheran non ci sono bunker.