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 2026  marzo 01 Domenica calendario

Il video di Trump che vuole il cambio di regime

L’obiettivo di Trump in Iran è il cambio di regime: il presidente lo dice chiaramente, col cappellino da baseball «USA» in testa, nel messaggio di otto minuti alla nazione diffuso su «Truth» e filmato poco prima dell’attacco, in cui invita gli iraniani «a prendere il controllo del governo»: «Probabilmente sarà la vostra unica chance per generazioni». Lo ripete in un’intervista al Washington Post: «Tutto quello che voglio è la libertà del popolo. Voglio una nazione sicura, ed è quello che avremo». I sostenitori di questa guerra affermano che il regime non è mai stato vulnerabile come lo è adesso: Trump e Netanyahu hanno deciso di rovesciarlo. Ma nessuno dei suoi consiglieri alla Casa Bianca – osserva Fox News – ha detto al presidente che il cambio di regime sarà sicuramente la conseguenza di questa guerra.
Parlando ai cittadini americani che lo hanno eletto non per condurre guerre all’estero ma per dare priorità all’economia, Trump giustifica questa campagna militare in Medio Oriente come un’azione necessaria per difendersi da «minacce imminenti» ma poi aggiunge: «Non lo stiamo facendo per oggi, ma per il futuro». Trump tuttavia non ha intenzione di inviare truppe sul terreno. Nel pomeriggio, alla domanda su quanto durerà l’intervento, parla al sito Axios di diverse «vie d’uscita»: «Potrei continuare a lungo e prendere il controllo di tutto oppure finire in due o tre giorni e dire agli iraniani: “Ci vediamo in un paio d’anni se ricominciate a ricostruire”» (dunque senza un cambio di regime). In ogni caso, può rivendicare vittoria. «È già un successo: ci vorranno diversi anni per riprendersi, dopo questo attacco». Qualche ora dopo, in serata, il presidente parla con la tv Nbc quando si diffonde la notizia della morte di Khamenei. La giornalista chiede: chi guiderà adesso l’Iran? «Non lo so – replica Trump – ma a un certo punto mi chiameranno per chiedermi chi mi piace». E aggiunge: «Sono solo leggermente sarcastico». Più tardi su Truth scrive: «È morto Khamenei, una delle persone più malvagie della storia. I bombardamenti continueranno senza interruzione per tutta la settimana».
Guerra per scelta
È una guerra per scelta, afferma Richard Haass, che usò lo stesso termine per definire l’intervento in Iraq nel 2003. «Non è una guerra che dovevamo combattere adesso. Non è che l’Iran ha superato una nuova soglia e poneva un rischio imminente. È un attacco preventivo, non è una guerra fatta per necessità». «Pre-emptive strike», attacco preventivo: lo definisce così anche Israele, un termine usato un tempo dai neocon. Così ora si vedono i parallelismi tra il discorso sullo stato dell’Unione di Trump, martedì scorso (in cui affermava che mai l’Iran potrà avere una bomba atomica e che il suo programma missilistico «presto» potrebbe minacciare il territorio americano) e il discorso sullo stato dell’Unione di Bush nel 2002: «Non aspetterò che gli eventi si verifichino, i rischi si accumulano... Gli Stati Uniti non permetteranno ai regimi più pericolosi del mondo di minacciarci con le armi più distruttive del mondo».
Bilanci e scenari
La differenza è che in Iraq l’amministrazione Bush parlava del possibile uso imminente di «armi di distruzione di massa» (che poi non c’erano) mentre Trump ha detto di aver «obliterato» il programma nucleare e perché Teheran sviluppi missili contro gli Usa ci vorrebbero decenni. Perciò nel video il presidente individua le sue motivazioni nel passato: la crisi degli ostaggi del 1979, i bombardamento di caserme Usa a Beirut del 1983, il «probabile» coinvolgimento dell’Iran negli attacchi di Al Qaeda del 2000 in Yemen, il fatto che l’Iran grida «Morte all’America». Ma il giorno prima ha sottolineato la sua prima motivazione principale: i negoziati non andavano come voleva, gli iraniani non stavano cedendo, e quindi ha deciso di usare la forza.
Nel diritto internazionale, c’è differenza tra attacco «preemptive» e «preventive»; nel primo caso si anticipa una minaccia imminente, nel secondo no: si evita che possa un giorno essercene una. Mentre i media dibattono su questo, in un briefing con i giornalisti ieri sera, i funzionari Usa affermano per la prima volta che «il presidente non aveva scelta»: «Avevamo indicazioni che avrebbero potuto usare i missili in modo preventivo». Ma non forniscono alcuna prova che un tale attacco iraniano stesse per avvenire.
L’opinione pubblica
Una domanda importante è come gli americani vedranno questo attacco e se possa danneggiare i repubblicani alle elezioni di midterm. In campagna elettorale Trump ha promesso di «porre fine alle guerre eterne e tornare alla pace in Medio Oriente». Così ora la tv di destra Fox dice che questa guerra serve a una «vera pace nella regione». Un anno fa in Medio Oriente il presidente criticò i neocon e gli interventisti che «distruggono molte più nazioni di quelle che costruiscono» e «intervenivano in società complesse che nemmeno capiscono». Il vicepresidente JD Vance ha messo le mani avanti due giorni fa, dicendo al Washington Post che, in ogni caso, non ci sarà «una guerra prolungata». Per ora li rassicura un sondaggio Politico secondo cui la «base» sta abbracciando l’uso sempre più aggressivo della forza all’estero di Trump, con quasi metà dei suoi elettori che appoggiavano l’attacco in Iran. La maggior parte dei repubblicani al Congresso hanno lodato gli attacchi, ma i democratici insieme a i repubblicani Thomas Massie e Rand Paul hanno espresso indignazione perché l’esecutivo – pur informando i leader dei due partiti poco prima – non ha chiesto l’approvazione del Congresso.