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 2026  marzo 01 Domenica calendario

Teheran, ore 9.30: Usa e Israele lanciano l’attacco. Trump annuncia: morto Khamenei

La aspettavano di notte, col buio, invece la resa dei conti è cominciata in piena luce, quando a Teheran erano le 9 e mezza del mattino e, bevuto il the, la gente si sedeva alla scrivania. Il primo obbiettivo era Alì Khamenei, la Guida suprema, l’ayatollah che guida l’Iran da 37 anni. E Donald Trump su Truth ne ha annunciato la morte. «È una grande occasione per gli iraniani».
L’operazione «Roaring Lion», leone che ruggisce, comincia come guerra preventiva contro il rischio Iran. Alla Casa Bianca dicono che avesse i missili pronti a colpire, ma la nuova guerra del pacifista Trump è qualcosa di molto di più. L’ha detto il presidente americano, l’ha ripetuto il premier israeliano Benjamin Netanyahu. È una sfida che dura da 47 anni. La Repubblica islamica è un’eccezione che va estirpata. Agli Usa brucia ancora l’oltraggio del 1979 della presa dell’ambasciata. Brucia a Tel Aviv la sconfitta del 2006 quando Hezbollah, una milizia armata e addestrata dall’Iran, obbligò l’esercito israeliano a ritirarsi dal Libano. Una macchia sulla fama di invincibilità dello Stato ebraico. E allora si combatte per vincere, finire il lavoro. «Guerra per scelta» l’ha battezzata il New York Times. Nessuno deve più gridare «morte all’America», «morte a Israele». Il momento è propizio. La «mezza luna sciita» che voleva buttare gli israeliani in mare non è mai stata così debole. L’«asse della resistenza» è in pezzi.
L’esito preferito da Washington e Tel Aviv sarebbe decapitare il regime di Teheran e lasciare il potere a chi da anni protesta nelle strade. La storia recente, però, ha pochi esempi di rivoluzioni guidate da bombardieri. La Serbia di Slobodan Milosevic è uno, ma c’è poco altro. Il piano B assomiglia a una versione sotto steroidi di quanto appena realizzato in Venezuela. Eliminati i leader principali (in cella Maduro, sotto le macerie Khamenei), spazio a seconde file del regime disponibili a cambiare rotta. «Arrendetevi e avrete l’immunità» ha detto Trump alle forze armate iraniane e ai Pasdaran.
Piano d’attacco e obiettivi sono chiari. Resta da misurare la capacità di sopravvivenza degli ayatollah, dei Guardiani della Rivoluzione, dei paramilitari Basiji, dei politici, dei funzionari, dei magistrati che hanno sposato il regime. Saranno 10/15 milioni su 90 di iraniani. Sanno che o ne escono vivi e in sella o sono morti comunque. Non sarà facile distruggere un sistema che ha superato 10 anni di guerra con l’Iraq, sanzioni economiche e rivolte popolari. Appaiono alle corde, ma restano determinati. Il ministro degli esteri Abbas Araghchi ha deriso l’appello di Trump al cambio di regime: «È una “mission impossible”». C’è da aspettare per capire chi ha ragione. Usa e Israele hanno i mezzi per far durare a lungo il conflitto. L’Iran è grande, ma in crisi economica, il governo impopolare e per di più, se Trump ha ragione e Khamenei è morto, potrebbe cadere il velo della Repubblica teocratica per rivelarsi quel che nei fatti è da anni, una dittatura militare, ma magari ora potrà essere anche più pragmatica.
Partono i caccia dagli aeroporti israeliani, dalle basi e dalle portaerei americane, caricano carburante in volo ed entrano in Iran subito dopo la prima salva di missili. Il presidente Massud Pezeshkian ha l’ufficio sbriciolato. Forse un ingorgo nel traffico l’ha salvato. Non così fortunati il ministro della Difesa Amir Nasirzadeh e il comandante delle Guardie della Rivoluzione Mohammed Pakpour dati per uccisi da altrettanti missili.
Un diluvio di bombe si è abbattuto a ondate successive sui centri di comando, quel che restava delle difese aeree e i lanciatori dei missili. Teheran denuncia decine di civili uccisi. In una scuola elementare a Minab, nel Sud del Paese, sarebbero morte quasi 90 bambine, in una palestra altri 15. Impossibile da verificare, ma che con una tale pioggia di fuoco ci siano «danni collaterali» è certo. Usa e Israele hanno almeno 500 jet a disposizione, aerei cisterna per tenerli in volo e migliaia di missili. Uno schieramento militare come non si vedeva dall’invasione dell’Iraq nel 2003. Possono sostenere l’offensiva a lungo. Ci sono voluti due mesi per allestire l’Armada. Il 28 dicembre è stato il giorno più sanguinoso della repressione interna nella Repubblica Islamica, il 28 febbraio Trump ha mantenuto la promessa di aiutare i manifestanti a «liberarsi». Due mesi.
Attaccati, i Guardiani della Rivoluzione hanno reagito. Le milizie alleate per il momento sono alla finestra. Ce ne sono in Libano, Iraq, Yemen. É bastato l’Iran a trasformare lo scontro in guerra regionale. Non contro altri Paesi, ma contro le basi Usa presenti in Qatar, Emirati, Iraq, Giordania, Arabia Saudita, Bahrein. È lì che Teheran ha maggiori probabilità di fare danno. Missili e droni iraniani ovunque con incendi e vittime collaterali. Se morissero soldati americani, se colasse a picco una nave, forse il presidente Usa tirerebbe il freno a mano. È una delle poche carte della Repubblica Islamica. L’altra è provocare uno choc petrolifero così che Europa, India, Cina premano per la fine delle ostilità. Ci sta provando bloccando lo Stretto di Hormuz. Le petroliere avvisate via radio sono all’ancora. Per la flotta militare Usa tentare di forzare il blocco è un grosso rischio. «Le vite di coraggiosi eroi americani possono andare perdute come spesso accade in guerra – ha ammesso il presidente -, ma questa è una nobile missione, lo facciamo per il futuro».
Decine di missili sono stati lanciati anche contro Israele, ma le difese dello Stato ebraico sono troppo potenti e li hanno intercettati. Un solo civile ferito nel nord per la caduta di un frammento. Quattro morti invece in Siria e feriti in Libano, sempre per la caduta di ordigni iraniani colpiti in volo. Israele è tristemente abituato alla guerra. Sirene e rifugi antiaerei sono entrati in una routine di stress, ma comunque ieri un centinaio di israeliani sono rimasti contusi mentre scappavano nei rifugi o per attacchi di panico. La differenza con l’Iran è clamorosa. Ogni colpo contro la Repubblica Islamica va a segno. Invece, su mille missili lanciati a giugno contro Israele, solo 3 o 4 hanno perforato le difese dello Stato ebraico. Ieri un missile iraniano è riuscito a perforare lo scudo, colpendo un edificio nel centro di Tel Aviv e uccidendo almeno una persona.