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 2026  marzo 01 Domenica calendario

Il rebus petrolio

Se Donald Trump ha deciso di attaccare l’Iran, è perché pensa che l’impatto sui mercati dell’energia sia controllabile. Pensa che il mondo e soprattutto gli elettori destinati a votare per il Congresso a novembre non rischino nuovi choc sui prezzi. È sicuro che l’economia sia al riparo da un’altra ondata di inflazione, per una ragione su tutte: gli Stati Uniti sono vicini all’obiettivo molto trumpiano della «energy dominance», il dominio sul mercato delle fonti fossili.
M a che succede se invece Trump si sbaglia?
Qualche fatto aiuta a capire perché da questa domanda dipende il futuro politico del presidente e quello economico dell’Europa, Italia inclusa. Da ieri pomeriggio dallo stretto di Hormuz – fra l’Iran a Nord e gli Emirati Arabi Uniti e l’Oman a Sud – non stanno passando più navi piene di gas e petrolio; viaggiano solo quelle senza cargo. Da Hormuz l’anno scorso è passato circa il 20% del consumo mondiale di greggio, condensato e prodotti raffinati, secondo l’Agenzia internazionale dell’energia: gran parte dell’export dell’Arabia Saudita e tutto quello di Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein, Kuwait, Iraq e dello stesso Iran. Da lì passa anche circa il 20% della produzione mondiale di gas naturale liquefatto (soprattutto del Qatar e in piccola parte dell’Iran), che arriva anche in Europa; e non tutti i Paesi oggi hanno scorte di metano relativamente elevate come l’Italia.
Che Hormuz da ieri sia semichiuso lo dice la logica di mercato, perché nessun armatore, assicuratore o trader oggi ha fretta di entrare nello stretto mentre volano missili e droni. Lo dicono però anche le Guardia rivoluzionarie di Teheran, annunciando che nessuna nave «è autorizzata». Gli effetti, ovviamente, restano da vedere. Il peso dei produttori coinvolti suggerisce che una paralisi di Hormuz può far esplodere i prezzi dell’energia e provocare un nuovo choc delle quotazioni, dopo quello innescato dall’aggressione russa all’Ucraina nel 2022. La storia dei conflitti nel Medio Oriente suggerisce invece qualcosa di diverso, perché i tentativi di bloccare Hormuz non sono mai durati molto o non sono mai andati davvero oltre proclami come quello di ieri. Ma il regime di Teheran non si era mai trovato prima di fronte alla minaccia espressa ieri da Trump: contro chi punta apertamente alla fine del sistema e alla morte dei suoi capi, per questi ultimi cercare la de-escalation non è più ragionevole; lo diventa invece cercare di infliggere il massimo costo a tutta l’area, all’economia mondiale e soprattutto alla credibilità dell’uomo della Casa Bianca.
Di fronte a queste realtà va misurata la fiducia degli americani di riportare il mercato del petrolio (e del gas) sotto controllo in tempi brevi. Le ragioni dell’ottimismo di Trump, del resto, sono diventate visibili negli ultimi mesi. Non solo l’Opec collabora, continuando ad aumentare i barili messi sul mercato a partire da oggi stesso (anche se in gran parte essi devono sempre passare da Hormuz). La Casa Bianca si è soprattutto convinta di essere vicina all’«energy dominance» che il presidente ha sempre voluto. Oggi la produzione americana di greggio è di gran lunga la più vasta al mondo: circa venti milioni di barili di greggio, quando si include il condensato, dunque una quota che si avvicina al 20% dell’offerta mondiale. Gli americani contano di non dover dipendere più dal petrolio del Golfo come negli anni Settanta. Al contrario vogliono rendere dipendenti da sé gli altri, a partire dall’Europa. Solo negli ultimi anni la produzione nazionale statunitense è raddoppiata, quella di gas naturale liquefatto ha raggiunto un quarto dell’offerta mondiale (ma un quinto è del Qatar) e tutto ciò rende la Casa Bianca più incline a prendere rischi militari.
Anche altre ragioni fanno credere a Trump di essere più forte delle scosse sismiche che possono irradiarsi dal Golfo sull’economia mondiale. La più importante è che pensa di risolvere la pratica rapidamente, semplicemente perché le altre scommesse gli sono andate bene. In giugno la guerra dei dodici giorni di Israele contro l’Iran, chiusa da un bombardamento americano sulle centrali nucleari, non ha destabilizzato i listini. Neanche l’intervento in Venezuela l’ha fatto. E le più dure fasi recenti in Medio Oriente hanno prodotto solo effetti limitati sui prezzi: dall’aggressione di Hamas del 7 ottobre 2023, alla successiva reazione di Israele, fino agli attacchi di Israele contro Hezbollah in Libano e all’Iran stesso.
Inoltre grazie alla diffusione delle sue auto elettriche la Cina stessa ormai consuma sempre meno petrolio: già mezzo milione di barili in meno nel 2025 (a 10,6 milioni) rispetto al 2023. Di questo passo in pochi anni la Repubblica popolare, oggi primo cliente di Teheran, potrà fare a meno del greggio iraniano. Infine ci sono i magazzini: gli Stati Uniti hanno appena riaccumulato vaste riserve strategiche a cui sono pronti a attingere per compensare gli choc. Anche per questo il prezzo del barile era sì salito negli ultimi giorni con il rafforzarsi dei venti di guerra ma, a 72 dollari per barile di Brent, venerdì viaggiava pur sempre appena ai livelli di un anno fa.
Tutte valutazioni che rassicurano, ma possono instillare un eccesso di fiducia. Alla Casa Bianca, il confine fra sicurezza di sé e accecamento non era mai stato così labile. L’Iran continua ad avere una grande capacità di destabilizzare, non solo a causa del suo regime ma anche di un eventuale crollo di quest’ultimo. Che accadrebbe se gli ayatollah chiedessero agli Houthi dello Yemen, loro vassalli, di colpire le raffinerie saudite come già accaduto in passato? E se l’Iran stesso con i suoi 93 milioni di abitanti sprofonda nel caos, pieno com’è di armi, etnie e tribù diverse?
Se questa guerra si protrae, Trump dovrà rifare i suoi conti. Intanto però qualcuno che lui conosce bene tira già un sospiro di sollievo: il recente calo dei prezzi, unito alle sanzioni, aveva portato le entrate da petrolio di Vladimir Putin sotto ai livelli di guardia. La sostenibilità dell’aggressione all’Ucraina era sempre più in dubbio. Ora l’attacco di Trump all’Iran può ridare mezzi alla guerra del Cremlino; ma è solo uno di quegli effetti collaterali che l’amministrazione americana accoglierà con la sua proverbiale sventatezza.