Corriere della Sera, 1 marzo 2026
La grande scommessa di Trump
La questione iraniana incombe da 47 anni: dalla rivoluzione islamica e la presa di ostaggi nell’ambasciata americana a Teheran. In questo mezzo secolo gli ayatollah hanno costruito il loro impero persiano. A spese del popolo – privato di diritti, benessere e un futuro decente – hanno foraggiato milizie terroristiche, scatenato guerre, edificato alleanze con Russia e Cina.
Strumentalizzando a fini di potere la tragedia palestinese, hanno goduto di simpatie in fasce di opinione pubblica araba e occidentale: fino all’indifferenza mondiale verso i massacri di migliaia di manifestanti perpetrati dal regime a gennaio. Il risultato finale però ha creato una congiuntura favorevole all’attacco Usa-Israele. L’ayatollah Khamenei è stato ucciso, un capitolo di storia si chiude: lui fu al fianco della prima guida suprema, Khomeini.
L’isolamento dell’Iran è visibile. Ieri si è ricompattata una vasta coalizione arabo-sunnita moderata, ha condannato le ritorsioni iraniane ma non l’attacco iniziale di Stati Uniti e Israele. Stavolta non c’è il rischio che l’attacco esterno stringa la popolazione iraniana attorno al regime. Al contrario, nelle ultime manifestazioni contro la dittatura islamica si erano levate sempre più spesso delle invocazioni dalle piazze, a favore di un intervento «liberatore» dall’esterno. Trump era stato rimproverato per aver promesso un aiuto al popolo iraniano durante le stragi di gennaio, e quell’intervento americano non c’era stato.
Perché alla fine Trump si è deciso ad agire, e quali sono i suoi veri obiettivi? Anzitutto, c’è stata una trattativa diplomatica, e ha confermato l’intransigenza del regime. Nessun cedimento sui dossier chiave: l’arricchimento di uranio, gli arsenali di missili, l’appoggio agli «eserciti-sicari» di Hamas, Hezbollah, Houthi. Per Trump si tratta di neutralizzare anzitutto queste tre minacce. Si sono aggiunti, in modo esplicito, altri due obiettivi: decapitare gli apparati di sicurezza responsabili delle stragi di gennaio; deporre il gruppo dirigente.
Questo non esclude la «variante Maduro». Se americani e israeliani hanno una quinta colonna interna, se una fazione della classe dirigente iraniana vuole «seppellire» non solo la salma di Khamenei, ma la sua strategia e le sue politiche, Washington e Tel Aviv potrebbero accontentarsi di un successo simile al Venezuela. Non una vittoria della democrazia; ma un capovolgimento di alleanze, con il ritorno dell’Iran alla casella di partenza dove si trovava nel 1979: quindi pronto ad abbandonare l’ostilità contro America, Israele, Arabia Saudita. Per adesso è tutto ipotetico. L’incognita riguarda questa fazione interna del regime pronta all’abiura di 47 anni di storia, alla capitolazione, al cambio di schieramento. Il suo ruolo è essenziale, se esiste, perché non si ricordano cambi di regime ottenuti solo con raid aerei. Né Trump vuole impegnare «scarponi sul terreno»: il suo vice JD Vance è stato categorico su questo. D’altronde va evitato il vuoto di potere, il rischio di un’altra Libia. La società civile iraniana, pur vivace e coraggiosa, non ha un’opposizione politica organizzata.
Che cosa ha conquistato Trump agli argomenti di Netanyahu, che premeva per questa offensiva? Il punto di partenza è la constatazione che Teheran non ha voluto negoziare sull’arsenale missilistico e il sostegno a Hamas, Hezbollah, Houthi. Continuare a trattare avrebbe prolungato uno stallo, offrendo al regime tempo e ossigeno politico. Per Khamenei sopravvivere anche solo fisicamente era una vittoria.
C ’era l’opzione di un raid americano breve come quello del 21 giugno scorso, stavolta mirato a strutture dei Pasdaran e delle milizie Basij, colpevoli della repressione dei manifestanti. Ma un’azione circoscritta avrebbe avuto effetti modesti sul calcolo strategico iraniano.
Ha prevalso l’opzione di un’operazione prolungata, per decapitare la leadership iraniana e costringere quel che rimane a scegliere: tra la sopravvivenza al prezzo di concessioni drastiche e un conflitto esistenziale. Un elemento ha pesato: la credibilità degli Stati Uniti. Dopo la «linea rossa» che Barack Obama annunciò nel 2013 al dittatore siriano Assad contro l’uso di armi chimiche, e poi non fece rispettare, un bis avrebbe convinto Teheran che Washington evita il confronto quando il costo sale.
Altro punto di contatto col Venezuela: l’energia e la competizione con la Cina. La combinazione tra un cambio politico a Teheran e la caduta di Maduro in Venezuela ridurrebbe la sicurezza energetica cinese, che attingeva a entrambi questi fornitori. Colpire l’Iran incide sugli equilibri globali, compreso il dossier Taiwan.
Altra considerazione: meglio non attendere il collasso, ma orientarlo. Iperinflazione, crisi idrica, corruzione e proteste suggerivano un declino strutturale del potere degli ayatollah. Un coinvolgimento attivo degli Stati Uniti può guidare la transizione e impedire che Russia o Cina colmino un vuoto politico.
Trump ha un fronte interno. L’America Maga aborrisce le «interminabili guerre mediorientali». Il Congresso scalpita quando questo presidente ordina azioni militari senza consultarlo. In diverse città americane sono annunciate manifestazioni contro questa guerra. Molti giudicano gli eventi secondo un riflesso condizionato: le valutazioni dipendono più dall’opinione su Trump e Netanyahu, che dalla realtà iraniana. Gli ultimi massacri del regime erano caduti nell’indifferenza occidentale. Ma la vastità della ribellione e la forza del rigetto nei confronti degli ayatollah ha contribuito ad accelerare la resa dei conti, alterando i calcoli sui rapporti di forze in campo.