Corriere della Sera, 28 febbraio 2026
Polanski, l’ipnoterapeuta vegano che si è autoproclamato un «ecopopulista» di sinistra
Sicuramente ha fatto crescere a dismisura i consensi per i Verdi, ma non ha usato l’ipnosi: tecnica invece con la quale, assicurava in gioventù, era in grado di far aumentare di volume il seno delle donne. Perché c’è anche un’esperienza da ipnoterapeuta (assai poco ortodosso) nella colorita biografia di Zack Polanski, il leader che in pochi mesi ha portato il partito ecologista al centro della politica britannica.
Tanto per cominciare, quello non è neppure il suo vero nome: lui nasce 42 anni fa come David Paulden, discendente da una famiglia di ebrei polacchi in fuga dai pogrom della Russia zarista. È solo a 18 anni, in omaggio al retaggio dei suoi avi, che David riprende il cognome originario di famiglia e cambia nome in Zack ispirandosi al protagonista ebreo di un libro per ragazzi: cresciuto come sionista, abbandonerà poi queste posizioni per diventare un acerrimo critico di Israele.
Gay e vegano, Polanski vive col suo compagno, un caregiver: lui invece, oltre all’ipnoterapia, si è cimentato anche come attore e nel settore dell’ospitalità. Politicamente da giovane ha flirtato con i liberaldemocratici, prima di passare nelle file dei Verdi ed essere eletto nel consiglio comunale di Londra : ma è la sua nomina a leader nazionale, lo scorso settembre, che ha segnato una svolta per il partito ecologista, che sotto la sua guida si è allargato dalle tematiche ambientali a quelle della giustizia sociale.
Polanski stesso rivendica per sé e la sua politica la definizione di «ecopopulismo»: lui si presenta come una specie di Farage di sinistra, il riflesso speculare del tribuno della destra euroscettica. Al pari di Farage, ma sul fronte opposto, Polanski è un efficacissimo comunicatore, maestro nel cavalcare i trend dei social media. E così come Farage ha soppiantato i conservatori nel ruolo di partito guida della destra, allo stesso modo Polanski fin dal principio si è dato come obiettivo quello di scalzare l’egemonia laburista a sinistra. La vittoria a Gorton&Denton è dunque solo il primo tassello di un progetto di lungo respiro, che punta a trasformare i Verdi da partito di protesta, abbastanza di nicchia, a forza politica in grado di giocare a livello nazionale.
La ricetta di Polanski è un manuale del populismo: patrimoniale sui ricchi, reddito di cittadinanza, nazionalizzazione dei servizi pubblici, pacifismo spinto fino a preconizzare l’uscita della Gran Bretagna dalla Nato (cosa che gli è valsa l’accusa di essere un «utile idiota» della Russia). Formule che hanno fatto breccia soprattutto nell’elettorato giovanile, presso cui i Verdi sono diventati in breve tempo il primo partito a livello nazionale.
Ma Polanski è stato soprattutto abile a sfruttare la crisi del Labour, che sotto Keir Starmer è diventato un partito senz’anima e senza identità: e così, mentre il premier si affannava a rincorrere a destra Farage, i Verdi facevano incetta di consensi fra tutti i delusi della sinistra. Un ruolo importante lo ha giocato anche la guerra a Gaza: schierando i suoi su posizioni ultra-Pro Pal, Polanski ha dragato la protesta giovanile ma anche le simpatie di quell’elettorato musulmano deluso dalle posizioni del governo, considerate troppo filo-israeliane (una dinamica che si è rivelata particolarmente importante nel voto di giovedì).
Polanski è l’incarnazione di una nuova forma di politica «progressista», che sta prendendo piede in Europa come in America: i suoi «fratelli d’anima» sono il sindaco di New York Mamdani, il movimento di Mélenchon in Francia e, se vogliamo, i Cinque Stelle in Italia. Messaggi semplici, diretti, che scavalcano le mediazioni di un centro-sinistra percepito come datato e si pongono come la vera alternativa a una destra populista arrembante su Vecchio e Nuovo Continente.