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 2026  febbraio 28 Sabato calendario

Iran, voli cancellati e incertezze. Trump: «A volte serve la forza»

Darya ha ritirato i soldi dalla banca. «Quando scoppiano le guerre i bancomat non funzionano più e invece i contanti servono. Per affittare una casa lontano da Teheran, o per convincere qualcuno a farti superare una frontiera». Non ci crede un istante ai negoziati tra la Repubblica islamica e gli Stati Uniti, Darya. Non ci credono nemmeno Ali, Ghazaleh, Parisa e Mina. Nelle ultime settimane hanno fatto provviste per «prepararsi» alle bombe. Hanno comprato acqua, cibo in scatola e medicinali. Parisa vive in un quartiere del centro della capitale e il suo incubo peggiore è che un pasdaran nel mirino degli Usa possa abitare a due passi dal suo appartamento. «Nella guerra con Israele abbiamo imparato che i raid possono essere chirurgici, ma se ti centrano il palazzo a cinquanta metri, sei finita».
I colloqui di giovedì sul nucleare sono finiti senza intesa, ma con «progressi» hanno detto i negoziatori – «di facciata», commenta una fonte. Di sicuro sono parole che non bastano ad allentare la tensione che ieri è schizzata alle stelle tra proclami bellicosi e finestre diplomatiche che sembrano chiudersi. A far montare paure e speculazioni, una sfilza di avvisi di sicurezza ed evacuazioni diplomatiche che vengono lette come un countdown su Teheran. Si comincia da Washington: via libera alla partenza di personale non essenziale e famiglie dall’ambasciata in Israele. L’ambasciatore Usa, Mike Huckabee, in una mail al personale va dritto: chi desidera partire «lo faccia oggi». Pechino sconsiglia viaggi in Iran e intima a chi è lì di andarsene. Londra ritira il personale. E in serata la lista cresce: Italia, Germania, Polonia, Canada avvertono i connazionali di lasciare il Paese. Intanto a Istanbul tre voli per Teheran vengono cancellati. Si aggiunge anche l’appello del segretario di Stato americano, Marco Rubio – che lunedì e martedì è atteso in Israele: «Nessun cittadino dovrebbe recarsi in Iran». Spiega che gli Stati Uniti stanno designando la Repubblica islamica come «Stato sponsor di detenzioni illegali».
Una fonte diplomatica ci confida che «in effetti queste evacuazioni suonano come una sirena, ma Trump è Trump e con lui tutto può cambiare in poche ore. Rubio da Netanyahu ci fa pensare che la diplomazia abbia ancora qualche giorno».
Il presidente americano parla prima di lasciare la Casa Bianca per il Texas, senza però svelare i piani. Ai giornalisti dice di non aver ancora deciso cosa fare con gli ayatollah e di non essere «soddisfatto» degli ultimi colloqui ma preferirebbe raggiungere un accordo. Dice che la Repubblica islamica non rinuncia alle armi nucleari, e gli Stati Uniti «hanno il più grande esercito del mondo. Mi piacerebbe non usarlo, ma a volte è necessario». Altre discussioni sono in corso, «ma non stanno dicendo le parole d’oro».
Di tutt’altro tono sono i post del ministro degli Esteri dell’Oman, Badr al-Busaidi, che ha l’«ingrato» compito del mediatore: «Ho visto il vicepresidente Usa JD Vance. La pace è a portata di mano». E in un’intervista alla Cbs afferma che l’Iran potrebbe essere disponibile alla richiesta di «zero scorte» di uranio arricchito. Una frase a cui nessun iraniano con cui parliamo crede. A proposito di Vance, in un’intervista al Washington Post assicura che non c’è «alcuna possibilità» che gli Usa possano essere coinvolti in una guerra lunga anni. E nella giornata concitata di ieri, arriva il rapporto del’Aiea: «Nel sito di Isfahan c’è uranio arricchito al 60%».