Corriere della Sera, 28 febbraio 2026
L’ultima sfida di Orbán
«Il nostro messaggio a Bruxelles è: non pagheremo!». È scritto sotto i giganteschi cartelloni con cui il Fidesz, il partito di Viktor Orbán, ha tappezzato l’Ungheria. Le immagini, generate dall’Intelligenza artificiale, mostrano leader europei, di preferenza Ursula von der Leyen e Manfred Weber, accanto a Volodymyr Zelensky con la mano tesa nell’atto di chieder loro soldi. Contemporaneamente, un’aggressiva campagna pubblicitaria, finanziata con denaro pubblico, inonda radio, televisioni e social media con due messaggi ossessivi: i piani dell’Ue per aiutare finanziariamente Kiev porteranno il Paese magiaro alla rovina economica. E il riarmo europeo trascinerà gli ungheresi alla guerra.
Posto per la prima volta concretamente di fronte alla prospettiva di perdere le elezioni del 12 aprile, dopo sedici anni al potere, Viktor Orbán ha deciso di sparare le ultime cartucce contro i suoi migliori nemici: Bruxelles e l’Ucraina che lui identifica tout court con Zelensky. Con uno spettacolare voltafaccia, il tribuno magiaro si è rimangiato l’impegno preso al Consiglio europeo di dicembre, quando con i leader di Slovacchia e Repubblica Ceca aveva detto sì al prestito da 90 miliardi di euro a Kiev a condizione di non dover partecipare al rimborso, annunciando di volerlo bloccare se il condotto Druzhba, che porta il petrolio dalla Russia all’Europa orientale, non riprenderà a funzionare.
L’oleodotto è stato danneggiato un mese fa dalle bombe russe e Orbán accusa Kiev di non volerlo riparare, lasciando così l’Ungheria senza forniture energetiche.
«Una violazione del principio della leale cooperazione», ha scritto il presidente del Consiglio europeo, António Costa, in una lettera al premier ungherese, alludendo a una possibile rappresaglia legale contro il governo di Budapest. In realtà, l’Unione è molto incerta se punire Orbán, non solo perché in tal modo rischia di fargli un regalo perfetto per la sua campagna elettorale, permettendogli di descriversi come vittima, ma anche perché la via legale allungherebbe i tempi della consegna degli aiuti, militari e finanziari, senza i quali Kiev rischia di soccombere entro poco tempo.
Non è ovviamente la prima volta che il leader sovranista danubiano paralizza l’Unione, esercitando il diritto di veto. Ma questa volta è diverso. Non solo perché Orbán, tradendo la parola data, ha bruciato l’ultimo vincolo di fiducia con gli alleati europei. Ma soprattutto perché ad essere in gioco è la sua stessa sopravvivenza sulla scena pubblica. Detto altrimenti, l’offensiva contro Bruxelles e l’Ucraina, due facce della stessa medaglia, è l’ultima spiaggia di una parabola ormai entrata in fase discendente. E come sempre accade in questi casi, l’insicurezza rischia di trasformarsi in paranoia politica, rendendo impraticabili compromessi e comportamenti razionali.
A mettere in pericolo il regime illiberale orbaniano è un suo ex alleato, Péter Magyar, 44 anni, deputato europeo ora entrato nel gruppo dei popolari, che ha puntato tutto sul contrasto al carovita, il miglioramento dei servizi sociali e soprattutto la lotta alla corruzione, vero bubbone purulento di Orbán, dominus di un sistema clientelare che beneficia solo i parenti, gli amici e gli amici degli amici. Magyar promette anche di restaurare lo stato di diritto e la divisione dei poteri, di cui Orbán in questi sedici anni ha fatto scempio. Tutti i sondaggi danno il suo partito, Tisza, largamente davanti a Fidesz.
Ce n’è abbastanza da spingere Orbán a rispolverare tutto il repertorio del più bieco nazionalismo antieuropeo, accusando Magyar e Tisza di «tradimento» e di «volere, d’accordo con Bruxelles e Kiev, instaurare un governo pro-ucraino» a Budapest. Per il premier magiaro, come ricordiamo padre-padrone del gruppo europeo dei Patrioti in cui milita la Lega del vicepremier Matteo Salvini, «il più grande pericolo per l’Ungheria non è la Russia, ma l’Unione europea», il cui riarmo sarebbe la prova evidente che sta preparando una guerra contro Mosca. Nella sua bulimia filo-putiniana, Orbán è arrivato nei giorni scorsi addirittura ad accusare gli ucraini di progettare attacchi e sabotaggi sotto falsa bandiera contro le infrastrutture energetiche dell’Ungheria, annunciando che ha deciso di schierare unità militari per proteggerle: «È un chiaro tentativo di cambiare discorso e deviare l’attenzione degli elettori dai temi che li interessano, come la corruzione», dice Peter Krekó, politologo che dirige il Political Capital Institute di Budapest.
Anche se il veto di Orbán dovesse cadere, grazie a una soluzione politica che possa salvare la faccia a tutti, permettendo all’Ucraina di avere gli aiuti e all’Ungheria il petrolio, la scomposta offensiva elettorale del premier ungherese segnala che si è giunti allo scontro decisivo. Non che se Magyar vincesse le elezioni, improvvisamente Budapest diventerebbe incondizionatamente europeista. Troppo radicati infatti sono il nazionalismo ungherese e il mito della nazione martire, sempre punita dalla Storia. Anche Magyar, più volte, si è espresso contro un «Superstato europeo», a Strasburgo ha votato no al prestito dei 90 miliardi a Kiev ed è contrario, non da solo per la verità, all’ingresso dell’Ucraina nella Ue. Rispetto a Orbán, vuole però rispettare le regole dell’Unione, ridare indipendenza alla magistratura, introdurre severe misure anticorruzione e garantire la libertà dei media, oggi tutti imbavagliati. Non un vasto programma, ma il minimo per riportare l’Ungheria nella famiglia europea, dopo anni di ricatti, truffe e tradimenti. Gli anni di Viktor Orbán.