28 febbraio 2026
Le preferenze femminili di Maometto
Estratto da “Monogamia. Storia di un’eccezione”, di Marzio Barbagli (ed. il Mulino)
Monogamia, storia di un’eccezione
(…) Gli uomini musulmani hanno sempre avuto anche una o più concubine, ragazze di solito schiave, identificate nel Corano con un termine specifico, milk al-yamin, che letteralmente significa «ciò che la mano destra possiede».
Poiché la riduzione in schiavitù dei musulmani era proibita, esse provenivano da fuori delle terre islamiche. Arrivavano, ancora bambine o adolescenti, da quattro diversi canali.
Potevano essere figlie di schiave delle famiglie musulmane, prigioniere di guerra, donne comprate nei mercati, attivi in tutte le regioni confinanti con le terre islamiche medievali, tributi, cioè scambi di persone nel contesto di accordi politici. A esse erano attribuiti compiti diversi.
Quali fossero questi ultimi, e come venissero valutate le donne provenienti dai vari paesi, risulta evidente dal trattato scritto nell’XI secolo da Ibn Butlun, un medico nestoriano di Baghdad.
È lui che definisce le schiave originare dell’India come «buone per il parto», quelle di Medina ideali per essere addestrate come cantanti, le ragazze berbere, in particolare se dotate di «pelle chiara», le migliori per la maternità e il piacere sessuale, le «Zanj», probabilmente donne schiave dell’Africa orientale, eccellenti nella danza e nel ritmo ma anche capaci di sopportare lavori pesanti, le donne dell’Azerbaigian come più adatte al servizio che al piacere, poiché affidabili, le donne greche come le migliori amministratrici finanziarie perché meticolose, e le armene le più adatte per il duro lavoro.
harem
Consentite in numero illimitato, queste donne facevano parte dell’unità familiare islamica ed erano soggette a una regolamentazione giuridica identica a quella applicata a qualsiasi altra schiava.
Un uomo e la sua concubina o le sue concubine costituivano già di per sé un’unità familiare, poiché non vi era alcun bisogno che l’uomo prendesse una moglie legittima, né ciò avrebbe modificato sostanzialmente la struttura familiare. La sposa legittima non esercitava alcuna autorità sulle concubine, poiché esse non erano schiave sue, ma di suo marito.
Ella poteva comandare e disporre solo delle proprie schiave, e una sua schiava non avrebbe potuto mai essere concubina del marito, perché non gli apparteneva. Se la concubina rimaneva incinta, riceveva un nuovo nome, umm walad o umm al-walad («la madre del figlio del padrone») e, una volta che il padrone riconosceva tale paternità, il suo status giuridico cambiava.
VELO NON VELO
La schiava non doveva necessariamente portare a termine la gravidanza. Se avesse avuto un aborto spontaneo o se il bambino fosse morto dopo la nascita, il suo status restava comunque irreversibile, anche in assenza di una nuova gravidanza. Nel frattempo, il padrone non poteva farla diventare una delle sue quattro spose legittime, perché il proprietario di una schiava non poteva mai sposarla se non dopo averla liberata, dandole così la possibilità di scegliere.
La concubina-madre acquisiva una serie di diritti inalienabili. Non poteva essere venduta né separata con la forza dalla sua casa o dai suoi figli, né poteva essere costretta a lavorare fuori dalla propria abitazione per un salario. Suo figlio era considerato libero e legittimo, ed era membro a pieno titolo della famiglia del padre, erede della sua proprietà, e legalmente pari a qualsiasi altro figlio nato da moglie libera.
Se diventavano umm walad, queste donne avevano la possibilità di salire la scala sociale. Prendiamo ad esempio il caso di Khayzuran («canna sottile»). Rapita da un beduino in tenera età, fu venduta in un mercato di schiavi vicino alla Mecca al terzo califfo abasside al-Mandi, il sovrano di uno degli imperi più vasti (che al suo apice copriva un’area di 11 milioni di km²), che si innamorò di lei, la affrancò e la sposò nel 776. Khayzuran gli diede due figli e una figlia e dopo aver ottenuto il titolo di umm walad influenzò le nomine reali e dominò i cortigiani, il consorte e i figli.
Khayzuran
Impegnò tutta sé stessa perché i suoi figli ereditassero il titolo califfale, riuscendo a far escludere gli altri figli avuti da al-Mahdi con la sua prima moglie, la cugina Rayta, figlia del primo califfo abbaside. Riuscì a convogliare immense ricchezze verso il proprio tesoro personale. Al momento della sua morte, fu registrato che il suo reddito annuo assorbiva metà delle tasse fondiarie dell’Impero.
I suoi beni comprendevano un enorme palazzo con oltre 1.000 schiavi al suo servizio, oro, gioielli e 18.000 abiti in broccato di seta46. Innumerevoli sono state le concubine schiave che hanno conosciuto una forte mobilità ascendente. Nei cinque secoli del califfato abbaside, forse solo tre califfi nacquero da donne libere. Gli altri erano figli di concubine straniere: donne catturate,
donate o acquistate da terre afghane, turche, slave, etiopi, greche e persiane. Esse davano alla luce eredi musulmani al califfato e svolgevano così un ruolo essenziale nel perpetuare la «nobiltà» musulmana. (…)