il Giornale, 27 febbraio 2026
Gioco, opera d’arte, divinazione. I tarocchi sono il "segreto" per mettere ordine nel mondo
Cosa c’è in gioco? Beh, tutto. La Giustizia. La Forza. La Fortuna. L’Amore. Il Diavolo. La Morte.
Nati come gioco, diventati strumento per predire il futuro, mescolati dall’arte, smazzati dal cinema, interpretati dalla psicanalisi... i tarocchi in fondo sono un passatempo per mettere ordine nel Mondo. Gira la tua carta, visitatore.
Sei secoli di storia, dal ’400 al 2000 sei come gli Amanti, simbolo dell’armonia -, sette sale – sette come il Carro, simbolo del successo -, e una grande mostra: Tarocchi. Le origini, le carte, la fortuna che apre oggi all’Accademia Carrara di Bergamo (fino al 2 giugno). Il divertimento, il lusso delle corti rinascimentali, lo svolgersi della vita, la Conoscenza, i misteri nascosti dell’universo, l’Inconscio, la creatività delle arti. Enigmi e Arcani.
Curata da Paolo Plebani, fortemente voluta da Maria Luisa Pacelli, direttrice dell’Accademia Carrara, e già presentata a suo tempo a Milano a Casa Fornasetti, un luogo che sembra uscito dal romanzo Alice nel Paese delle Meraviglie, o da un mazzo di tarocchi, che forse è lo stesso, la mostra espone manoscritti, incunaboli, scacchiere e altri giochi antichi, e poi miniature, incisioni, carte di diversa provenienza per secoli e Paesi, dipinti, sculture e fotografie. Ma ha il suo punto di apertura e di chiusura nelle carte dei tarocchi del celebre mazzo Colleoni, il più completo al mondo tra la ventina di mazzi quattrocenteschi sopravvissuti: delle 74 carte rimaste (su 78), 35 sono conservate alla Morgan Library di New York, 26 sono già all’Accademica Carrara di Bergamo e 13 sono nella collezione privata della famiglia bergamasca che dà il nome al mazzo: oggi, dopo oltre un secolo dalla loro dispersione (accadde alla fine dell’800), per la prima volta sono riunite tutte qui, in mostra. Una storica “reunion familiare”, come ha detto Marianne Costa, tarologa e co-autrice, assieme ad Alejandro Jodorowsky, del libro-culto La Via dei Tarocchi. Ed eccole qui, le carte disegnate in un anno non precisato fa il 1455 e il 1490 da Bonifacio Bembo e Antonio Cicognara, forse su commissione di Francesco Sforza o Bianca Maria Visconti: carte di grandi dimensioni, dipinte su cartone con l’uso di lamine d’oro e argento, decorazioni preziose e motti in latino che riflettono la raffinatezza della corte viscontea. Mancano la Torre e il Diavolo. Che, quando non serve, ci mette sempre la zampa caprina.
Già. Ma a che cosa servivano i tarocchi? Quando le carte disegnate con i Trionfi – che molto devono al fortunato poema allegorico di Francesco Petrarca con i sei Triumphi: Amore, Pudicizia, Morte, Fama, Tempo ed Eternità – apparvero del nord Italia, tra Ferrara, Bologna e Milano, erano un puro ludus, uno svago aristocratico diffuso nelle corti (ci sono il Re, la Regina, i Fanti, i Cavalli...). Era un gioco “di presa”, come poi sarà il bridge: si utilizzava un mazzo composto da 78 carte (quattro semi classici: Coppe, Spade, Bastoni, Denari) più i 21 Trionfi e la carta del Matto, sorta di Jolly ante litteram; si giocava in tre o quattro persone e l’obiettivo era fare più “prese” possibili e accumulare punti attraverso le carte vinte. I trionfi, che battevano qualsiasi carta dei semi normali, agivano come atout permanenti. Era soprattutto un gioco di memoria, alla fine. E proprio il fatto che contasse più l’abilità che la fortuna, cioè l’azzardo, fece sì che i tarocchi fossero meno colpiti dagli editti e dalle scomuniche dei predicatori. “Penitenziagite!”.
A rischiare la scomunica, semmai, quando i tarocchi erano diventati popolari grazie all’invenzione della stampa e ormai finivano nelle mani di tutti, fu chi, a partire dal ’700, iniziò a utilizzarli come strumento per la divinazione del futuro. A voltare la carta della cartomanzia, e ad associare i tarocchi all’occultismo, fu Antoine Court de Gébelin, esoterista e massone, che nella sua opera Le Monde primitif, apparso nel 1781, sostenne che i tarocchi fossero stati inventati dagli antichi sacerdoti Egizi per nascondervi un’antica Sapienza. Era una tremenda fake news, ante litteram anche questa. Ma ebbe parecchio successo. E da quel momento i tarocchi da gioco divennero mistero, raggiungendo una incredibile fortuna culturale e simbolica nel Novecento, fino a oggi.
Negli anni i tarocchi diventano meccanismi narrativi: qui c’è anche il carteggio fra Italo Calvino e Franco Maria Ricci, l’editore che nel 1969 pubblicò per la prima volta Il castello dei destini incrociati nel prezioso volume Tarocchi. Il mazzo visconteo di Bergamo e New York, ben prima dell’edizione Einaudi del ’73, anno in cui Mario Monge scattò la celebre foto dello scrittore che interpreta “Il Mago”, eccola qua, appesa nella sala-biblioteca che fa da attraversamento letterario della mostra. Poi diventano strumenti della psicanalisi, da quando Carl Gustav Jung scopre la loro utilità in rapporto allo studio dell’inconscio collettivo. Il cinema ci mette del suo (nel film Agente 007. Vivi e lascia morire la sensitiva Solitaire usa un mazzo di tarocchi per predire il futuro, mentre Eyes Wide Shut di Stanley Kubrick è pieno di simbologie esoteriche e rituali che richiamano l’iconografia dei tarocchi). E infine, dai Surrealisti in poi, l’arte ha a lungo pescato nel mazzo: qui ci sono opere e carte del pittore rumeno Victor Brauner (1903-66); di Leonora Carrington (1917-2011), i cui tarocchi dipinti nel 1955 sono tra i più impenetrabili; di Niki de Saint Phalle (1930-2002), col suo mazzo coloratissimo e pop; e infine, eccoli lì, sull’ultima parete dell’ultima sala, i 22 Arcani Maggiori in forma di grandi acquerelli realizzati da Francesco Clemente, uno dei nomi più belli della Transavanguardia. Ogni personaggio ha il volto di un suo amico la Giustizia è Fran Lebowitz, L’Eremita è Colm Tóibín... riportando le carte alla loro primitiva funzione di gioco – e il primo, un autoritratto dell’artista, è il Matto: l’unico senza numero che simboleggia libertà assoluta, energia caotica, spontaneità e follia creativa. Cioè l’universo dei tarocchi.