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 2026  febbraio 27 Venerdì calendario

Obesità, più malati al Sud ma il 52% dei centri è al Nord

Più obesi al Sud ma i centri di cura sono in gran parte al Nord. È il paradosso italiano: dei 160 centri di cura del nostro Paese, oltre la metà – il 52% – si trovano nel Nord. E come se non bastasse ci sono disparità nell’accesso ai farmaci e nell’approvazione del PDTA (Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale).
È l’allarme lanciato dalla Sio, la Società italiana obesità, in vista della giornata nazionale del 4 marzo, per bocca del suo presidente, Silvio Buscemi, ordinario di Nutrizione Clinica all’Università di Palermo, che sottolinea come la diseguaglianza nella distribuzione geografica e i costi dei farmaci – circa 300 euro al mese senza la rimborsabilità – discrimini i pazienti, privilegiando solo i più abbienti.
Ma veniamo ai dati: le Regioni italiane con il tasso di obesità più elevato sono quelle del Sud, che hanno meno strutture e soprattutto maggiori barriere all’accesso alle cure. Dei 160 centri per l’obesità operativi in Italia, infatti, il 52% si trova al Nord, il 18% nel Centro Italia e il 30% al Sud e nelle Isole, prevalentemente in tre Regioni: Sicilia, Campania e Puglia. Intere regioni, come la Calabria e il Molise, restano zone d’ombra nel sistema di cura nazionale. Lo squilibrio si riflette anche sull’uso delle nuove terapie farmacologiche e sull’approvazione di PDTA regionali. In assenza di una diagnosi di diabete, i nuovi farmaci anti-obesità, i cosiddetti agonisti del recettore GLP-1, sono a carico dei pazienti. Considerato che il costo si aggira intorno ai 300 euro al mese, l’accesso è più probabile in presenza di redditi più alti. Mentre sono solo 6 le Regioni italiane che hanno approvato i PDTA, strumenti che garantiscono ai pazienti con obesità di ricevere le stesse cure di qualità in tutta la Regione, e 3 sono del Nord, solo una del Centro e 2 del Sud: Veneto, Piemonte, Emilia-Romagna, Lazio, Campania e Sicilia.
Ad accendere i riflettori sulla “mappa delle disuguaglianze” è la Sio che il prossimo 4 marzo presenterà in Senato il Manifesto di Erice sull’obesità, un documento che punta a tracciare una roadmap di azioni comuni e condivise tra istituzioni, società scientifiche e pazienti.
“I numeri parlano chiaro: la rete di circa 160 centri italiani è concentrata prevalentemente al Nord, area dove paradossalmente i tassi di obesità sono più bassi, anche se in crescita – spiega Silvio Buscemi, presidente SIO e professore ordinario di Nutrizione Clinica Università di Palermo -. Al contrario, il Sud, dove l’obesità è un’emergenza sociale alimentata da determinanti socio-economici, soffre di una carenza cronica di presidi”. Dunque, mentre il Settentrione vanta una rete capillare, al Sud la mappa si restringe a pochi poli in Campania, Sicilia e Puglia.
Questo è un vero e proprio paradosso, considerato che le regioni meridionali sono quelle con il più alto tasso di obesità e sovrappeso. In Italia, quasi 6 milioni di cittadini, l’11,8% della popolazione adulta, soffre di obesità e circa il 34% è in sovrappeso, con un impatto significativo sulla salute pubblica e sui costi sanitari. I dati più recenti dell’Italian Barometer Obesity Report 2024/2025 (basati su rilevazioni ISTAT e ISS) evidenziano un marcato divario territoriale tra il Nord e il Sud del Paese. Tra le Regioni con tassi più alti ci sono il Molise (14,1%), la Campania (12,9%) e l’Abruzzo (12,7%).
Se includiamo il sovrappeso, al Sud e nelle Isole quasi una persona su due (circa il 49%) è sopra il proprio peso forma, contro il 42% circa del Nord. Il divario è ancora più drammatico tra i minori: nelle regioni meridionali la percentuale di bambini in eccesso di peso è quasi doppia rispetto a certe aree del Nord (ad esempio in Campania il 18,6% di minori è obeso contro il 3-4% delle Provincie autonome di Trento e Bolzano).
Profonde disuguaglianze si registrano anche nell’accesso alla terapia farmacologica, in particolare ai nuovi farmaci anti-obesità, i cosiddetti agonisti del recettore GLP-1. “Essendo farmaci interamente a carico del cittadino (‘out of pocket’), in assenza di una diagnosi di diabete, – sottolinea Buscemi – si crea una barriera sociale: chi vive nel meridione e ha un reddito più basso non può permettersi cure che costano circa 300 euro al mese, pur avendone più bisogno”.
Per la SIO, la soluzione risiede nella standardizzazione dei percorsi di cura (PDTA) e nell’inserimento dell’obesità nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA). “Laddove le regioni hanno attivato PDTA specifici e reti di centri accreditati dal sistema pubblico, si iniziano a vedere i primi segnali di inversione di tendenza nei dati epidemiologici – evidenzia Buscemi -. Creare un PDTA significa avere attenzione politica per il problema. In Sicilia, ad esempio, se un intervento di chirurgia dell’obesità non viene eseguito in un centro della rete regionale, non viene rimborsato: questo è un passo verso la qualità e l’equità”.
Bisogna dunque intervenire e bisogna farlo subito. “Gli ultimi dati indicano che le differenze nel tasso di obesità tra Nord e Sud si stanno lentamente riducendo, non perché il Sud stia migliorando drasticamente, ma perché i tassi di obesità e sovrappeso stanno crescendo più velocemente al Nord – sottolinea Buscemi -. Questo suggerisce che lo stile di vita ‘obesiogeno’ sta diventando omogeneo su tutto il territorio nazionale. È dunque necessario cambiare la cultura, partendo dalle scuole e trasformando le nostre città in ambienti meno ‘obesiogeni’, garantendo a ogni cittadino, da Nord a Sud, lo stesso diritto alla cura”.