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 2026  febbraio 27 Venerdì calendario

Troppi rifiuti elettronici in mare: è allarme per delfini e focene (e rischia anche l’uomo)

Li si ritrova ovunque, a cominciare da cervello e tessuti dei delfini e delle focene che vivono nel Mar Cinese Meridionale. Un nuovo studio fa luce sulla pervasività dei rifiuti elettronici tossici provenienti dagli schermi di televisori, computer e smartphone, i cosiddetti LCM, che regolano il passaggio della luce nei display e consentono la nitidezza delle immagini a cui i consumatori sono ormai sempre più abituati. Dispersi nell’ambiente come rifiuti elettronici, lo contaminano. E i tempi di degradazione sono lunghi. Di qui l’allarme veicolato da una ricerca pubblicata sulla rivista Environmental Science & Technology, ha individuato livelli significativi di monomeri a cristalli liquidi (per l’appunto, i LCM), in alcune specie di cetacei, in particolare nella susa indopacifica, nota anche come delfino bianco cinese, diffusa nelle acque tropicali dell’Indo-Pacifico centrale, e nelle neofocene, un genere che popola le acque costiere asiatiche, in particolare quelle indiane, indonesiane, cinesi e giapponesi.
"Si tratta di sostanze organiche luminose progettate per essere estremamente stabili, così da durare a lungo all’interno degli schermi di televisioni, computer e telefoni”, spiega al Guardian Yuhe He, tra gli autori dello studio e ricercatore presso la City University di Hong Kong. Una stabilità che rende i LCM ancor più pericolosi, proprio in ragione della durata della loro vita. Il team di ricerca ha così analizzato campioni di tessuto delle specie minacciate nel Mar Cinese Meridionale nell’arco di 14 anni: nel dettaglio sono stati esaminati 62 diversi monomeri a cristalli liquidi in campioni di grasso, muscolo, fegato, rene e tessuto cerebrale, con alterazioni dell’attività genetica nelle cellule dei cetecei, in particolare nei processi di riparazione del DNA e divisione cellulare. E se le concentrazioni più elevate sono state riscontrate nel tessuto adiposo, i ricercatori sono rimasti sorpresi nel trovare piccole quantità di LCM anche nel cervello degli animali, segno che queste sostanze sono in grado di attraversare la barriera emato-encefalica.
“Un vero e proprio campanello d’allarme”, sottolinea He. “Se queste sostanze riescono ad attraversare la barriera emato-encefalica nei delfini, dobbiamo preoccuparci della possibilità di effetti analoghi nell’uomo, esposto attraverso frutti di mare contaminati o persino l’acqua potabile”. Del resto, studi precedenti avevano già evidenziato come questi inquinanti possano comportare rischi per la salute umana, oltre che per gli animali marini, e le sostanze tossiche rilevate nei delfini e nelle focene sono state riscontrate, non a caso, anche nei pesci e negli invertebrati di cui questi mammiferi si nutrono.

Insomma, i LCM entrano nell’organismo attraverso la catena alimentare. E non basta, unica nota positiva, la progressiva sostituzione delle aziende produttrici dei LCM con i LED (diodi a emissione luminosa) negli schermi, circostanza che si è tradotta in un minor accumulo negli animali marini nel corso dello studio
. Il tema dei Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche, i cosiddetti RAEE, dispositivi funzionanti a corrente o batterie diventati obsoleti, guasti o dismessi, resta una grande criticità a livello globale: ogni anno se ne producono 62 milioni di tonnellate, colpa della cosiddetta “fast tech”, con dispositivi sempre più economici e spesso di scarsa qualità, pensati per un uso limitato nel tempo: tra loro, anche quelli che impiegano LCM.

Così, come spiegano i ricercatori, per limitare i danni potrebbe anche bastare prolungare la vita dei dispositivi elettronici attraverso la riparazione e a smaltirli tramite sistemi certificati di riciclo dei rifiuti elettronici. Prima, però, sarebbero necessarie “normative più stringenti sull’impiego di sostanze chimiche persistenti nell’elettronica di consumo prima della loro immissione sul mercato”. Perché “agire ora sulla regolamentazione dei rifiuti elettronici significa prevenire una futura crisi di salute pubblica”.
E non finisce certo qui: altre ricerche, tra cui una pubblicata su Science of the Total Environment, avevano rilanciato recentemente un allarme sulla salute a lungo termine delle specie marine, dopo che delfini e balene di acque profonde erano stati trovati con livelli “senza precedenti”, di contaminazione da sostanze per- e polifluoroalchiliche, i cosiddetti PFAS, sostanze di origine sintetica presenti in prodotti come tessuti antimacchia, pentole antiaderenti e imballaggi alimentari: impiegano migliaia di anni a degradarsi naturalmente.