La Stampa, 27 febbraio 2026
La terza vita di Blair
«Epstein è giovane e dinamico, un catalizzatore di imprenditori, conosce le dinamiche dei mercati finanziari e delle monete. È amico mio e di Clinton»: così nel maggio del 2002 Peter Mandelson scriveva al capo dello staff di Downing Street, Jonathan Powell, per caldeggiare un incontro con Tony Blair, premier britannico. Il finanziere americano fu alla fine ricevuto nella sede del governo nel pomeriggio del 14 maggio del 2002.
Nelle note informative al primo ministro l’assistente era stato più sbrigativo: «Epstein è un consulente finanziario e agente immobiliare per super-ricchi. È amico anche del Duca di York», cioè del principe Andrea.
Un portavoce di Blair ha ora confermato l’episodio, sottolineando che quello è stato l’unico loro incontro. Una chiacchierata di mezz’ora in una sede istituzionale, ben prima che l’abusatore di minorenni venisse smascherato e finisse davanti alla giustizia. Niente ragazze insomma, niente affari loschi.
Il nome di Blair ricorre ancora un paio di volte nei milioni di documenti dell’archivio Epstein. Una email dell’Fbi con racconti di seconda mano e il verbale dell’interrogatorio di un compagno di cella di Epstein, che evidentemente millantava anche a sproposito le sue relazioni. Nulla insomma che faccia sospettare alcun coinvolgimento personale dell’ex premier britannico. Piuttosto la conferma che Mandelson cercava di accreditare al massimo livello in Inghilterra quell’amico a cui passava informazioni riservate in cambio di denaro.
Mandelson, dunque, protagonista di quel filone affaristico che avrebbe sedotto lo stesso Blair, una volta finito il suo mandato a Downing Street. Sostituito nel 2007 da Gordon Brown, per Blair sembrava in realtà aprirsi la prospettiva di un ruolo internazionale. Indiscrezioni lo avevano persino dato come candidato presidente della Commissione europea, quando ancora la Brexit non era nemmeno immaginabile. Poi invece arrivò la nomina ad inviato speciale delle Nazioni Unite per il Medio Oriente. La sua disinvoltura nell’abbinare attività diplomatica e intermediazione economica gli alienò subito molte simpatie, soprattutto nel mondo arabo che ricordava l’attacco all’Iraq e lo considerava troppo filo-israeliano. Costruì, però, solidi rapporti con gli emiri del Golfo e i loro petrodollari, con il Kuwait e gli Emirati. In Arabia Saudita, come consulente della compagnia petrolifera “PetroSaudi”, cominciò a frequentare Mohamed Bin Salman.
Molto grati erano anche alla banca d’affari Goldman Sachs, di cui Blair è storico consulente. Preziose le sue azioni di lobby su Israele per lo sfruttamento dei giacimenti di gas naturale davanti a Gaza e sull’autorità palestinese per la rete di telefonia mobile in Cisgiordania. Nel primo caso era interesse della British Gas, nel secondo della Qtel del Qatar. Entrambe le società clienti di Goldman Sachs.
Tutti rapporti che spiegano ora la sua presenza nel “Board of Peace” di Donald Trump per Gaza. Strategica l’amicizia con il genero del Tycoon, Jared Kushner. Stessa mentalità, secondo cui soldi e investimenti cementano la pace.
L’ultima volta che ho incontrato Tony Blair è stato nella sede londinese del suo Institute for Global Change. Il suo libro On Leadership – L’arte di governare era stato appena pubblicato anche in Italia. Accoglienza calorosa, Blair sempre dotato di grande carisma e fascino personale. Abile a svicolare dalle domande sul sostegno dato all’attacco americano contro Saddam Hussein nel 2003 e sulla amicizia con Silvio Berlusconi, Blair mi ha così raccontato la sua ricetta per il buon governo, basata sul decennio a Downing Street, il leader laburista più longevo al potere.
Ha davvero lasciato un’eredità politica importante. Innanzitutto, la trasformazione del vecchio partito laburista in un “New Labour” moderno, riformista, liberale, aperto al mercato e all’iniziativa privata, un’idea che ebbe successo internazionale come terza via socialista. Ha portato le fazioni nordirlandesi a firmare la pace dopo trent’anni di guerra civile, ha introdotto il salario minimo garantito, le unioni civili per le coppie omosessuali, la devolution cioè l’ampia autonomia per Scozia, Galles e Nordirlanda. Insomma il suo è stato un decennio di riforme e di successi.
La sua ricetta per il buon governo però è stata poi messa a disposizione del miglior offerente, compresi dittatori e autocrati, purché pagassero bene. Polemiche e critiche hanno sollevato la sua consulenza al presidente kazako Nazarbayev mentre reprimeva nel sangue proteste interne e quella al saudita Bin Salman anche nel periodo dell’omicidio del giornalista Khashoggi. Ed ora il suo ruolo nel consiglio esecutivo per Gaza, più progetto immobiliare che non di pacificazione.
L’Istituto di Blair ha superato nell’ultimo bilancio i 160 milioni di dollari di fatturato, quasi una multinazionale, a conferma di un rapporto con gli affari tipico di molti laburisti della sua epoca, come il caso Mandelson dimostra.
Il più arrabbiato di questa vicenda è il suo successore ed ex premier Gordon Brown. Esponente di vecchia scuola laburista, intransigente e severo difensore di una politica dalle mani pulite, si è scatenato in queste settimane con esposti e denunce pubbliche. Forse si sente anche responsabile perché riportò al governo Mandelson nel 2008. Dai documenti di Epstein scopre ora che il suo ministro per le attività produttive non solo passava notizie riservate al finanziere, ma aveva anche tramato per la sua caduta. Ai tempi avversario interno di Blair, Brown si ritrova ora doppiamente tradito.