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 2026  febbraio 26 Giovedì calendario

Lavoro, per sette italiani su dieci l’orario settimanale va ridotto a quattro giorni

Non vivere per lavorare, ma lavorare per vivere. Per quattro giorni, anziché i consueti cinque, alla settimana. Potrebbero essere sintetizzati così gli esiti del nono Rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale, presentato martedì a Roma e frutto di una metodologia comprensiva di analisi statistiche, sondaggi e ricerche qualitative sulle imprese italiane con almeno 50 dipendenti. I dati d’altronde non lasciano dubbi: a quanto emerso, l’88,2% degli occupati ritiene che «avere tempo per il proprio benessere soggettivo» dovrebbe essere «un diritto riconosciuto a tutti», mentre il 71,3% è convinto che esistano «le condizioni tecnologiche ed economiche per una riduzione del tempo di lavoro con, ad esempio, ad esempio, il taglio della settimana lavorativa a quattro giorni e/o il taglio dell’orario quotidiano».
Siae, Lamborghini, Intesa Sanpaolo, ExilorLuxottica: queste alcune delle principali aziende nostrane ad aver sperimentato il modello «light», peraltro rivelatosi in grado di apportare significativi benefici alla salute. Tutto il contrario per esempio rispetto a quanto potrebbe accadere in Argentina, dove è in fase di approvazione una (contestatissima) riforma che propone di aumentare la durata legale dei turni fino a dodici ore, nonché di consentire ai datori di frazionare le ferie del personale in periodi minimi di sette giorni. Uno scenario da incubo soprattutto per chi soffre di ergofobia, irrazionale e persistente forma di paura legata all’ambiente lavorativo. Secondo il rapporto, nel nostro Paese l’ha sperimentata almeno una volta il 54% degli occupati, mentre il 68,3% prova «stanchezza psichica, fisica ed emotiva». 
Stando così le cose, non stupisce apprendere che al 65% dei dipendenti da Nord a Sud capita di «smarrire il senso del proprio lavoro, al di là della necessità di lavorare per ottenere reddito per vivere». Anche perché per più della metà – il 55,1% – «fare carriera non è una priorità di vita». A peggiorare le cose, il fatto che il 57,7% ritenga che «la propria retribuzione non sia adeguata alla quantità e alla qualità del lavoro che svolge», che il 78,9% dichiari di «non sentirsi abbastanza riconosciuto e valorizzato» e che il 49,3% continui a rispondere a email e telefonate anche lontano dall’ufficio. Risultato: boom di «quiet quitter», stress accentuato dalla cosiddetta «sindrome da corridoio» e appena il 17% degli occupati a presentare «un buon livello di benessere mentale e psicologico», come rilevato l’anno scorso da Serenis in collaborazione con l’Università di Padova.
Si tratta nel complesso di un quadro che definire in chiaroscuro sarebbe a dir poco eufemistico. Come fisiologico meccanismo di «autodifesa», spesso alle persone non resta dunque che fare di necessità virtù. Parola d’ordine: adattamento. «Una prosaica riduzione delle aspettative» che, secondo gli autori del report, «rende possibile una soddisfazione rassegnata rispetto a quel che il lavoro è concretamente in grado di garantire. Ecco una novità essenziale del del nostro tempo: avendo ridimensionato le aspettative sul lavoro, in tanti finiscono per esserne soddisfatti. Si va pertanto costituendo un diverso perimetro di valutazione che, tuttavia, non altera una dimensione costitutiva del rapporto delle persone con il lavoro: esso deve contribuire al benessere olistico individuale, così come le altre attività di vita più gratificanti». Purtroppo un’utopia, nella maggior parte dei casi.