Corriere della Sera, 27 febbraio 2026
Era mio padre, Gian Piero Galeazzi
In viaggio con papà.
«Appena arrivati metteva la mano fuori dal finestrino dell’auto per sentire l’aria. Gli dava una sensazione di libertà».
Distrattissimo.
«Già a 8 anni, appena poteva, mi portava con lui. Ogni tanto mi perdeva. Una sera, in Costa Smeralda, mi lasciò in discoteca: “Vado a dormire, tu resta pure”. Mi ritrovai a ballare con Fabio Testi e Stefano Tacconi. Mi riportarono a casa loro. Un’altra volta toccò a Simona Ventura e Stefano Bettarini». Susanna Galeazzi, 46 anni, giornalista e conduttrice tv, è figlia di Gian Piero, ovvero il mitico Bisteccone (da qui il diminutivo di Bistecchina), ex canottiere e grande telecronista sportivo, scomparso nel 2021 a 75 anni.
Dimenticò pure il cane.
«Lo portò giù in giardino. Dopo qualche minuto risalì con il guinzaglio in mano. “Dove lo hai lasciato?” “Ah, ma non torna su da solo?”».
Era sempre in giro.
«Non mi pesava perché lo vedevo tornare felice. Ma quando ne avevo davvero bisogno c’era sempre. Mi ero appena lasciata con il fidanzatino. Lo chiamai durante il Roland Garros. Era in pausa pranzo. Di solito metteva un bicchiere di plastica davanti alla telecamera. Trovò il tempo di consolarmi».
Niente compiti insieme.
«No, però ai risultati scolastici ci teneva moltissimo. Dovevamo prendere bei voti, altrimenti si arrabbiava. Come per le continue multe che prendevo col motorino».
Era amico di tutti.
«Una mattina, in hotel a Ischia, scendemmo per colazione. Ci raggiunse al tavolo un omone, così appariva ai miei occhi di bambina. Parlarono di tennis, di champagne. Ci guardavano tutti. Dopo scoprii che era Platini».
Certe sere a Ponza.
«Andavamo a mangiare da Gigi Proietti. In disparte, assorto, Vittorio Gassman guardava il tramonto».
A cena dall’Avvocato.
«Raccontava: “Mi hanno rapito e mi sono ritrovato al tavolo di Gianni Agnelli con un pugno di riso in bianco e un bicchiere d’acqua Evian”. Mica andò così, si divertiva a romanzare. Facile che dopo si sia infilato nelle cucine».
Come negli spogliatoi del Napoli, durante la festa per lo scudetto del 10 maggio 1987.
«Nessun giornalista ci era mai entrato, ma papà era amico del custode, si fece dare le chiavi e chiuse la porta da dentro. Passò il microfono a Maradona che improvvisò le interviste ai compagni. Lui e Diego erano molto amici, quando papà era a Napoli andavano insieme a cene e feste. Quella diretta finì con la famosa secchiata d’acqua sulla camicia celeste».
E il grido:«M’hanno fracicato». Di quale telecronaca andava più orgoglioso?
«Diventò famoso per quella dell’oro dei fratelli Abbagnale alle Olimpiadi di Seul del 1988, ma era ancora più fiero del suo passato da canottiere. Partecipò alle selezioni per i Giochi di Città del Messico, non esserci andato era il suo più grande rimpianto».
Il soprannome Bisteccone gli piaceva o no?
«Sì. Qualcuno lo attribuisce a Fiorello o a Bonolis. Fu Gilberto Evangelisti che, trovandoselo davanti, esclamò: “Ma chi è sto bisteccone?”».
Era un pezzo d’uomo.
«Alto 1 metro e 94».
E arrivò oltre i 160 chili.
«Dopo i 45 anni, da quando fece Domenica In. Cenava tardi, mangiava troppo. A casa ci siamo inventati di tutto per tenerlo a freno. Comprai un maialino che si metteva a piangere quando aprivi il frigo. Lo sentivamo anche alle due di notte».
Le diete.
«Le provò tutte. “Vado da Messegué e tornerò un figurino”, annunciò al circolo Canottieri Roma. “E che te lo sei magnato?”, esclamò un socio, quando lo rivide».
Non aveva funzionato.
«No, perché durante il soggiorno papà scappava o allungava le mance per farsi portare qualcosa di buono. Adorava mangiare. Il cibo, come lo sport, gli dava emozione».
Esagerato.
«Una mattina, al Foro Italico, mangiò 12 cornetti. Una volta divorò 5 piatti da portata di risotto al Castelmagno. Andava a Parigi per le famose polpettine di Claudia Cardinale».
A «Domenica In» cantava, ballava, si travestiva da Topolino. Suo fratello Gianluca si vergognava.
«Pure io. Gli chiedevamo di smetterla, ma era così contento. E convinto che per arrivare al cuore della gente dovesse mostrarsi per quello che era. Da ragazzo, per studiare e allenarsi, non aveva avuto tempo di divertirsi».
A «90° Minuto» non erano altrettanto entusiasti.
«Il direttore Marino Bartoletti si arrabbiò. Non lo ha mai amato, ogni pretesto era buono per puntare il dito».
Mara Venier.
«Papà le voleva molto bene, lei pure, credo, almeno finché hanno lavorato insieme. Poi non lo ha rispettato. Quando è morto non ci ha mandato nemmeno un messaggio».
«Ero e sono innamorata di mio padre», ha detto.
«Avevamo una sintonia da brividi. Nessun uomo mi ha mai guardato come lui, con dolcezza e fierezza. La sua voce mi rasserenava. Il nostro era amore puro. Quando l’ho perso mi è crollata addosso la realtà».
L’ha mai cercato negli uomini che ha amato?
«Ho avuto una storia di due anni con un uomo che ha lavorato con lui. Lo incontrai al funerale. Era l’unico capace di riportarmi nel mondo di papà. Quando è finita ho capito che era stato un modo per accompagnare il lutto».
Come trattava i suoi fidanzati?
«Per caso assistette al mio primo bacio. Eravamo a Cervia, a un torneo di tennis. Mi ero innamorata del cameriere. Andai a salutarlo e lo baciai. Papà si affacciò in spiaggia in quel momento. “Susà?”. Si girò e se ne andò. Quando sono diventata più grande un po’ era geloso, se qualcuno si avvicinava troppo faceva qualche battuta nervosetta. Ma poi diventavano amici».
«Era un bimbo».
«Fragile. Talmente buono che per affrontare le difficoltà o i dolori si isolava. Quando morì sua madre si chiuse in camera per una settimana».
I colleghi della Rai gli volevano bene?
«Insomma, direi di no. Là dentro c’era un’ambizione tremenda. Invidia. A volte tornava da un servizio e non trovava più la scrivania. Mario Giobbe e Enrico Tonali gli rimasero accanto».
Gli acciacchi.
«Dai 70 cominciò a non stare più bene. Aveva il diabete, un lieve Parkinson. Il suo terrore era restare solo. Se aveva la febbre si spaventava tanto e mi chiedeva di stringergli la mano».
Nel 2018 tornò a «Domenica In» in carrozzina.
«Una scena che vorrei rimuovere. Mamma glielo aveva detto: “Piero, non andare, prima rimettiti”».
L’ultimo ricovero.
«Era in una clinica per la riabilitazione al ginocchio. I medici gli dissero: “Tranquillo, camminerai di nuovo”. Era così felice. Quel giorno però me ne andai con una strana sensazione. Nel pomeriggio mio fratello mi avvisò che papà aveva preso il Covid e che lo trasferivano al Gemelli. Lui odiava gli ospedali. Non voleva starci.“Io qui ci muoio, lo sento”. “Dai, papà, non dire cavolate”».
L’indomani, purtroppo.
«Ci chiamarono alle sei del mattino. Aveva avuto un arresto cardiaco di dieci minuti. Ed era solo, proprio quello che gli faceva tanta paura».
Morì il 12 novembre 2021.
«Quel numero lo ha perseguitato per tutta la vita. Si era sposato il 12, laureato il 12, il papà era morto il 12, mio fratello era nato il 12. Lui è mancato il 12 alle 12».
Lo sente ancora vicino.
«I primi anni, senza pensarci, mi trovavo a telefonargli. Un amore così grande non finisce. Lo rivedo ancora che alza le braccia al cielo e grida: “Andiamo a vincere!”».