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 2026  febbraio 27 Venerdì calendario

«Mai visto Epstein, chiedete conto al presidente». Hillary, l’ultima difesa

È come se il tempo si fosse fermato 34 anni fa, quando in un talk-show passato alla storia politica americana salvò campagna e carriera a suo marito, Bill Clinton. Come se tutte le cose straordinarie che ha fatto – senatrice democratica, segretario di Stato, due volte candidata alla presidenza, prima donna a essere nominata per la Casa Bianca – non siano bastate a cambiare di un’acca il suo destino, quello che la vuole costretta ogni volta a rispondere delle azioni di lui.
È successo di nuovo ieri a Hillary Clinton, non lontano dalla sua casa di Chappaqua, nello Stato di New York, dove la Commissione di vigilanza della Camera l’ha obbligata a deporre nell’inchiesta su Jeffrey Epstein, il finanziere pedofilo e condannato per abusi sessuali, morto suicida in carcere nel 2019 mentre attendeva un nuovo processo. Oggi toccherà a Bill Clinton, l’ex presidente al quale non viene contestato alcun reato, ma che con Epstein ha avuto un lungo rapporto di collaborazione e amicizia. Sarà la prima volta di un ex capo della Casa Bianca costretto a deporre in una indagine del Congresso.
«Non ho alcuna informazione sulle sue attività criminali. Non ricordo neppure di averlo mai incontrato. Non ho mai volato sul suo aereo o visitato la sua isola, le sue case, i suoi uffici», ha detto Hillary nella dichiarazione che ha preceduto l’interrogatorio, dicendosi «inorridita» dalle azioni del finanziere. Ma l’ex ministra degli Esteri ha anche contrattaccato, denunciando l’inchiesta congressuale, voluta dai repubblicani, come «teatro politico di parte» e invitando la Commissione a «chiedere direttamente al nostro presidente attuale di chiarire sotto giuramento le migliaia di volte in cui egli appare nel dossier Epstein». Secondo Hillary, anche la ministra della Giustizia, Pam Bondi, e il segretario di Stato, Marco Rubio, dovrebbero essere chiamati a testimoniare, per «aver abbandonato le vittime e favorito i trafficanti di esseri umani».
I rapporti di Bill Clinton con Epstein datavano da molti anni prima delle condanne per reati sessuali: nel 2002 e 2003, l’ex presidente viaggiò quattro volte sul jet privato del finanziere, il Lolita Express. I fascicoli del dossier contengono anche foto di Bill sorridente insieme a delle ragazze. Era il tempo in cui nasceva la Clinton Global Initiative, l’organizzazione non profit che ambisce a individuare soluzioni a sfide globali, come cambiamenti climatici, salute e parità di genere. Epstein e la sua fidanzata-procacciatrice Ghislaine Maxwell, condannata a 20 anni per adescamento di minori, usarono le loro vaste connessioni per aiutare Clinton nell’impresa.
Ammesso che abbia un senso invocare la deposizione di Bill Clinton – ma è difficile spiegare perché non quella di Trump – la testimonianza di Hillary, giunta dopo una battaglia di un mese tra lei e James Comer, il repubblicano che presiede la Commissione, ripropone un copione antico e sperimentato: coinvolgere entrambi per ottenere il massimo impatto mediatico. Ieri c’è stato l’esempio, con la seduta sospesa, perché sui social media è comparsa una foto dell’audizione che mostrava Hillary, scattata da una deputata repubblicana e diffusa da un commentatore conservatore: chiaro tentativo di metterla alla gogna. «Per tutta la sua vita – ha detto Patti Solis Doyle, che guidò la campagna di Hillary nel 2008 – ha dovuto rispondere a domande su suo marito. Lo ha sempre sostenuto, non c’era alcuna ragione per sottoporla a un’ennesima umiliazione. Non ha nulla a che fare con quella storia».
Lo sostenne nel 1992, quando Bill, governatore dell’Arkansas e candidato nelle primarie democratiche, fu accusato da Jennifer Flowers di aver avuto con lei una relazione extraconiugale durata 12 anni: «Lo amo, lo rispetto e rendo onore a quello che ha passato e abbiamo passato insieme. E se questo non basta alle persone, diamine, non lo votate», disse su 60 Minutes mentre lui la guardava in estasi. Il resto è storia. Ma il problema di Bill di «non sapere tener chiusa la cerniera dei pantaloni», l’avrebbe costretta ad altre difese, dal caso Paula Jones a quello di Monica Lewinsky, che gli costò l’impeachment della Camera. Ieri, per una volta con qualche ragione in più, Hillary lo ha rifatto.