Corriere della Sera, 27 febbraio 2026
L’intesa nel centrodestra sulla legge elettorale. Sì a proporzionale e premio. Il Pd attacca: è inaccettabile
Il nome è «Stabilicum». Il testo della nuova legge elettorale, in tre articoli e 43 pagine, è stato depositato ieri sia alla Camera sia al Senato, dopo un lungo round negoziale in notturna in via della Scrofa che si è concluso con una pizza tra gli sherpa: Giovanni Donzelli e Angelo Rossi (FdI), Roberto Calderoli e Andrea Paganella (Lega), Stefano Benigni e Alessandro Battilocchio (FI) e Alessandro Colucci (Nm). Insomma, il centrodestra vince la scommessa che aveva fatto con sé stesso: il testo della riforma è stato messo a punto prima del referendum sulla giustizia. Il centrosinistra fin qui non è stato ufficialmente consultato e infatti ieri sono cominciate le bordate. Ma Donzelli dichiara la maggioranza pronta «a dialogare con chiunque per migliorarlo». Come Maurizio Lupi (Nm): «Questa volta l’opposizione sia disponibile a un confronto reale e serio in Parlamento per una riforma condivisa».
Tra le critiche, il fatto che la nuova legge potrebbe alterare un meccanismo delicato come l’elezione del capo dello Stato: la prima sensazione di Elly Schlein è quella di una «forte distorsione della rappresentanza» che «rischia di consegnare a chi poi vince le elezioni anche la possibilità di eleggere da soli un presidente della Repubblica». Insomma, il testo ha «degli elementi per noi inaccettabili». Mentre Giuseppe Conte dice che «il governo trova l’intesa per la riforma elettorale e per la riforma della giustizia. Ma nulla invece per tutti i nostri giovani che sono sottopagati». L’iter della riforma partirà come di consueto dalla Camera.
Dopo decenni l’Italia si prepara a tornare al proporzionale e perde i collegi uninominali, a suo tempo presentati come simboli del maggioritario e del bipolarismo. Due assenze vistose: il nome del candidato premier non sarà sulla scheda elettorale, per evitare forzature costituzionali, ma soltanto nei programmi elettorali sottoscritti dalle coalizioni. Cosa destinata ad accendere la discussione sulle primarie nel Campo largo. Soprattutto, sulla scheda non ci saranno le preferenze: «Se ci fossero state, sarebbe una legge perfetta» spiega un esponente di rango di FdI: «Renzi l’Italicum lo presentò con le preferenze e poi il Parlamento le impallinò. Noi presentiamo la legge senza, e vediamo che succede in Parlamento...». Il primo a criticare l’assenza è Roberto Vannacci: «È una sovranità che si toglie al popolo e si consegna ai partiti».
Il «premio di governabilità» è fissato al 40% e ammonta a 70 deputati e 35 senatori: cosa che, si legge nel testo depositato, «ne sancisce l’adeguatezza in termini di ragionevolezza e proporzionalità». Se nessuno schieramento raggiungesse quella soglia, ci sarebbe un ballottaggio tra le coalizioni che raggiungono il 35%, con un dispositivo criticato dal costituzionalista Stefano Ceccanti. Il tema del premio di maggioranza è tra i più infuocati. Secondo Alessandro Alfieri (Pd) «per coalizioni sopra il 45% si assegna circa il 60% dei seggi, una soglia vicina ai quorum di garanzia. Un premio senza un limite massimo definito è spropositato e a rischio incostituzionalità». Cosa che da FdI è assolutamente respinta: «Ci siamo tenuti ben al di sotto di tutti i limiti indicati dalla Corte costituzionale».
Chi si dichiara soddisfatto è il vicepremier Matteo Salvini: «A me l’impianto culturale che è uscito piace. Chiunque vinca, vince e governa. Questo è l’importante». Per Carlo Calenda, «oggi abbiamo metà dei cittadini che non vanno a votare. Un premio al 40% significa che tu lo prendi spesso sul 20% degli aventi diritto al voto. Mi sembra un po’ bassino». E annuncia una «nostra proposta di centro, pragmatica, riformista». Mentre da Azione Osvaldo Napoli scuote la testa: «Senza preferenze urne sempre più vuote».