Corriere della Sera, 27 febbraio 2026
Teheran respinge i diktat su missili e arricchimento. Ma apre alle aziende Usa
I negoziati sono entrati in una fase cruciale. Gli americani hanno chiesto grosse concessioni all’Iran e, se Steve Witkoff e Jared Kushner non mostrano a Trump che c’è stata una svolta, il rischio è che il presidente ordini un «attacco limitato», che potrebbe mirare a persuadere gli ayatollah a fare concessioni, con la possibilità che però non abbia affatto questo effetto. Ma l’Iran sta opponendo resistenza alla richiesta americana di firmare un accordo che lo obblighi ad abbandonare in modo permanente l’arricchimento dell’uranio, a smantellare i tre principali siti nucleari (Fordow, Natanz, Isfahan) e a consegnare le sue rimanenti riserve di uranio arricchito e trasferirle fuori dal Paese. La proposta iraniana per placare gli americani e consentire a Trump di dichiarare vittoria è stata di ridurre l’arricchimento ad un basso livello (dal 60% attuale all’1,5%) sotto la supervisione dell’Agenzia atomica internazionale, sospendendolo totalmente per tre o cinque anni e poi riprendendo ad arricchirlo all’1,5% per la ricerca medica attraverso un consorzio arabo-iraniano con sede in Iran. Teheran ha offerto anche di diluire i 400 chili di uranio altamente arricchito in proprio possesso.
La Casa Bianca ha spinto per «l’arricchimento zero» ma, secondo alcune fonti, i negoziatori americani hanno mostrato una qualche flessibilità a consentire all’Iran di riattivare un reattore a Teheran che consentirebbe di continuare ad arricchire una quantità limitata di uranio per scopi medici. Ma anche questo livello di concessioni potrebbe risultare controverso tra i «falchi» a Washington.
Il problema non è solo che l’Iran deve convincere gli americani di non avere intenzione di usare l’uranio per una bomba atomica; uno dei problemi è che, agli occhi di Trump (e di alcuni suoi alleati come Lindsey Graham, senatore repubblicano della South Carolina) un accordo che consente un arricchimento dell’uranio a basso livello potrebbe sembrare un «JCPOA-lite», ovvero una versione ancora più «debole» dell’accordo JCPOA (Joint Comprehensive Plan Of Action, Piano d’azione congiunto comprensivo) firmato da Obama con l’Iran nel 2015 e dal quale Trump si ritirò unilateralmente nel suo primo mandato. I repubblicani l’hanno spesso definito troppo debole. Non a caso Witkoff è arrivato a Ginevra con la richiesta che l’Iran accetti un accordo senza limiti temporali, infinito: un modo per segnare la differenza con quello di Obama.
Gli Stati Uniti offrono di ridurre le sanzioni solo in misura minima (l’Iran sperava in qualcosa di più) ma aggiungono che, se Teheran rispetta l’accordo, col tempo potrebbe chiedere maggiori benefici. Intanto gli iraniani stanno esplorando se sia possibile «tentare» Trump con incentivi finanziari, secondo il Financial Times: la promessa di comprare prodotti americani (per esempio aerei) e l’invito alle aziende Usa a investire nel settore del petrolio, del gas e nei minerali critici, imparando dal Venezuela e dai russi.
Gli Stati Uniti vorrebbero anche che l’Iran riduca il programma di missili balistici (che minacciano le basi Usa nella regione e per Israele sono la minaccia più significativa); e che cessi l’appoggio alle milizie regionali come gli Houthi e Hezbollah. Ma Teheran ha rifiutato di negoziare su questi due aspetti: i missili soprattutto sono la principale deterrenza e difesa per il Paese. A Ginevra i negoziati si sono concentrati sul programma nucleare, anche se tra i funzionari statunitensi c’è chi crede che si dovrebbe spingere per un accordo più ampio che includa i missili. L’accordo nucleare è visto come un primo passo: «Se non puoi nemmeno fare progressi sul programma nucleare, sarà difficile farne sui missili balistici», ha detto il segretario di Stato Marco Rubio ai giornalisti, facendo capire che prima o poi bisognerà discuterne. «L’Iran rifiuta, rifiuta di parlare dei missili balistici con noi o con chiunque altro, e questo è un grosso problema». I missili, insieme a ciò che resta del programma nucleare dopo l’attacco di giugno, sarebbero i primi obiettivi di un nuovo «attacco limitato» americano se Trump ne darà l’ordine.