Avvenire, 26 febbraio 2026
«Con i tagli di UsAid all’Africa milioni di morti entro il 2030»
Negli ultimi 20 anni i finanziamenti di UsAid hanno salvato 92 milioni di vite umane nell’Africa sub-sahariana. Ma con la cancellazione dell’agenzia di cooperazione americana, decisa un anno fa dall’Amministrazione Trump, da qui al 2030 ci saranno milioni di morti in più dovuti alle principali malattie trasmissibili.
Amref Health Africa l’aveva previsto 12 mesi fa. Ieri l’Ong ha rilanciato uno studio della rivista scientifica The Lancet, secondo la quale gli aiuti pubblici allo sviluppo statunitensi avevano provocato grandi cali della mortalità nelle principali malattie trasmissibili. Meno 70% per Hiv/Aids, meno 56% per malaria e carenze nutrizionali e meno 54% per malattie tropicali neglette. L’improvvisa interruzione e il depotenziamento di questo sostegno rischiano di causare entro il 2030, sempre secondo lo studio, quasi 10 milioni di decessi aggiuntivi.
Ma non sono solo i tagli Usa a preoccupare Amref. La riduzione dei fondi allo sviluppo è una costante anche in altri Paesi ricchi come la Francia, che ha tagliato del 35% gli aiuti per lo sviluppo nel 2025, la Germania che nel 2024 ha ridotto del 7-8%, il Regno Unito che entro il 2028 passerà dallo 0,5 allo 0,3% e poi Belgio e Svizzera. Solo Norvegia, Lussemburgo, Svezia e Danimarca, hanno superato l’obiettivo internazionale dello 0,7% del reddito nazionale lordo destinato alla cooperazione. L’Italia resta sullo 0,3%.
«L’Africa è centrale per la salute globale – ammonisce Roberta Rughetti, direttrice di Amref Italia –. Indebolire la cooperazione sanitaria qui significa aumentare la vulnerabilità di tutti. Sistemi sanitari fragili, mancanza di prevenzione e cooperazione insufficiente possono trasformare problemi locali in emergenze globali».
Un’interessante email interna del Dipartimento di Stato ottenuta dalla testata statunitense The Atlantic rivela che l’Amministrazione Trump sta cancellando programmi di aiuti umanitari che in precedenza identificava come salvavita. La fine dei finanziamenti umanitari in sette Paesi africani – Burkina Faso, Camerun, Malawi, Mali, Niger, Somalia e Zimbabwe – è definita dai funzionari Usa una «uscita responsabile». Ma per l’«uscita responsabile» almeno 6,2 milioni di persone in questi stati stanno affrontando «condizioni estreme o catastrofiche», secondo l’Onu. Ieri lo Zimbabwe si è ritirato dai negoziati con Washington perché eventuali nuovi accordi “reindirizzati” garantirebbero agli Usa un ampio accesso ai dati sanitari rischiando di spostare informazioni sensibili lontano dalle autorità nazionali.
Altre nove nazioni, tra cui Etiopia, Sudan e Repubblica Democratica del Congo, hanno invece accettato i finanziamenti reindirizzati in base a un accordo rielaborato con le Nazioni Unite. Gli effetti dei tagli di UsAid su due di questi paesi sono stati presi in esame da Amref.
«Il programma principale per i giovani – spiega Wasihun Andualem, responsabile programmi di sviluppo giovanile di Amref in Etiopia – aveva un budget di circa 60 milioni di dollari, ma con i tagli è stato ridotto di oltre il 90%». Particolarmente colpiti i servizi legati alla salute sessuale e riproduttiva e alla pianificazione familiare Lo stesso è avvenuto per le attività rivolte agli sfollati interni in Tigrai, alla fame da settembre, e in Amhara e per i programmi nelle aree industriali.
In Malawi, dove più di una persona su due vive in povertà e il livello di sviluppo umano è uno dei più bassi al mondo, i tagli hanno cancellato uno dei progetti sulla mortalità materno infantile con effetti devastanti.
Per Githinji Gitahi, direttore Globale di Amref Health Africa, ci sono anche segnali positivi. «Nuovi partner stanno scendendo in campo. Stiamo sperimentando soluzioni innovative per rendere le cure salvavita più efficaci. In tutta l’Africa, i Paesi stanno collaborando per costruire sistemi sanitari equi, sostenibili e resilienti ai cambiamenti climatici». La solidarietà resta necessaria, nessuno è al sicuro se non lo siamo tutti.