Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  febbraio 26 Giovedì calendario

“Reza Pahlavi vuole il trono dell’Iran per riavere l’eredità”


“Se Reza Pahlavi chiede al presidente statunitense Donald Trump di bombardare l’Iran, proponendosi come guida nella transizione in caso di cambio di regime, è perché vuole mettere le mani sul trust in Svizzera in cui il padre depositò la maggior parte del denaro. Chiunque, all’interno della famiglia Pahlavi, potrebbe prenderne possesso se diventasse re dell’Iran”. È il 77enne Ahmad Ali Massoud Ansari, uno degli uomini più vicini a Mohammad Reza Shah (1941-1979), a raccontare questo particolare sull’eredità congelata in un trust, un fondo fiduciario, dal sovrano che fuggì da Teheran il 16 gennaio 1979, durante la rivoluzione che pose fine alla monarchia e portò all’instaurazione della Repubblica islamica guidata dall’ayatollah Khomeini.
Secondo Ansari, lo scià divise la propria ricchezza in quattro parti: “La prima era di 65 milioni di dollari e i familiari ne ricevettero 50 milioni: il 20 per cento al primogenito Reza, il 20 per cento all’altro figlio maschio Ali Reza, il 20 per cento alla terza moglie Farah Diba, il 15 per cento rispettivamente alle figlie Leila e Farahnaz, e il rimanente alla figlia di primo letto Shahnaz e a sua figlia Mahnaz. Nella seconda parte vi erano le proprietà immobiliari: la villa a Sankt Moritz e parecchi terreni e immobili in Spagna, di cui sono ben informato perché ero stato incaricato di venderli. Il terzo cespite erano i gioielli. Il quarto è il trust, in cui non sappiamo quanto denaro vi sia”. In merito al trust, Ansari afferma che Mohammad Reza Shah Pahlavi inserì due opzioni: “La prima: potrà reclamare quel patrimonio immenso il membro della famiglia Pahlavi che riuscirà a riprendere il potere a Teheran. Reza ha il diritto di diventare re, avrebbe dovuto darsi da fare ma non ha mai manifestato un vero interesse. Altri avrebbero potuto impegnarsi: Ali Reza, il secondo figlio maschio – morto suicida nel 2011 – oppure Patrick Ali Reza. Quest’ultimo ha 78 anni, vive in Svizzera ed è il figlio del principe Ali Reza Pahlavi – il secondo figlio maschio di Reza Shah Pahlavi che regnò fino al 1941 e quindi fratello dell’ultimo scià –, morto in un incidente aereo nel 1954. La madre di Patrick Ali Reza era francese di origine polacca, quel figlio non era stato riconosciuto dalla corte iraniana, e per questo era cresciuto a Parigi, per poi venire in Iran in visita. Ci eravamo conosciuti a Teheran ed eravamo diventati buoni amici. Nella seconda opzione prefigurata dallo scià in esilio, tutti i membri della famiglia reale dovrebbero mettersi d’accordo sul fatto che nessuno è interessato a dare continuità alla monarchia e quindi sarebbero disposti a spartirsi quel denaro. Tra coloro che dovrebbero firmare, per mettere fine al trust e consentirne la divisione, ci sono anche io. Anni fa fui citato in giudizio in Svizzera perché c’era chi voleva rimuovere il mio nome”. Ansari non appartiene alla famiglia Pahlavi, ma è imparentato con l’imperatrice Farah Diba che “trascorre la maggior parte del tempo in Francia perché lì vivono le sue amiche e perché se restasse negli Stati Uniti più di quattro mesi l’anno dovrebbe pagarvi le tasse”.

Di Ansari mi hanno parlato iraniani del fronte riformatore in esilio. Lo contatto sui social, dopodiché è lui stesso a propormi una chiacchierata al telefono. Mi racconta di avere vissuto a Roma dai 15 ai 18 anni con il padre, ambasciatore dell’Iran in Italia, di cui avevo trovato traccia all’Archivio storico del ministero degli Affari esteri a Roma. Si era poi trasferito negli Stati Uniti e oggi vive in Virginia. Il suo punto di vista è rilevante perché per decenni ha curato gli interessi finanziari e immobiliari della famiglia Pahlavi: “Oltreché allo scià, ero molto vicino al suo primogenito Reza con cui ho però avuto una lite tremenda”. Ed è per questo che ora Ansari è disposto a rivelare il motivo per cui il principe chiede a Trump di bombardare l’Iran per poi offrirsi di guidare la transizione, in caso di cambio di regime. Ansari dice di essere stato a fianco dello scià fino alla sua morte e mi inoltra immagini che lo ritraggono vicino a lui, in occasione del suo ultimo compleanno in Messico, durante l’esilio. Afferma di essersi definito monarchico fino al 1984. Dopodiché cambiò idea perché “il governo dovrebbe essere al servizio del popolo, mentre questo non è il caso per i sovrani. Dissi a Reza di avere cambiato posizione, ma lui mi chiese di restare comunque al suo fianco. Nelle trasmissioni radiofoniche e televisive il principe iniziò ad attaccare l’ayatollah Khomeini, dopodiché usciva dagli studi di registrazione e diceva: ‘Ma lasciatemi stare! Ahmad Ali vieni a salvarmi!’. Però io non potevo dire nulla, perché non volevo essere attaccato dai suoi collaboratori”.
Secondo Ansari, “a Reza non interessa tornare a Teheran e diventare re, sono gli altri a fare pressione su di lui. Lo stesso scià, in occasione della sua ultima intervista, disse che il suo primogenito non voleva lottare per diventare re. Nel 1983 gli presentai William Joseph Casey, il capo della Cia. Alla Casa Bianca c’era Reagan, che nel 1984 diede ordine di fare di tutto per portare indietro Reza a Teheran. Ebbi una discussione con il principe perché gli offrirono 150.000 dollari al mese e io gli dissi di rifiutare. Questo è uno dei motivi per cui ci scontrammo: non gli avevo presentato il capo della Cia affinché prendesse denaro, ma perché parlasse con una persona del suo livello. Tre settimane dopo, Casey mi mandò a dire: ‘Quel giovane non è interessato’. Anziché tornare in Iran, Reza ha lavorato per la Cia fino a due anni fa, quando si è recato a Gerusalemme e si è messo al soldo degli israeliani”.
Mentre la portaerei Uss Gerald R. Ford è ancorata nella baia di Souda e l’Armada di Trump cresce di giorno in giorno, Ansari non ha dubbi: “La guerra ci sarà e l’Iran sarà disintegrato, per poi essere diviso in otto, nove pezzi. Il Kurdistan iraniano è già stato promesso ai curdi. Sfortunatamente, nel corso della storia l’Iran è passato da un dittatore all’altro. Lo scià era un dittatore, ho vissuto al suo fianco e posso dirlo con sincerità. Poi è arrivato un dittatore peggiore, e l’attuale leadership della Repubblica islamica non è certo meglio. Ora, il principe Reza Pahlavi viene usato dai nemici dell’Iran. Se fosse in grado di tornare a Teheran, scenario per me impossibile, la sua dittatura sarebbe peggio di quella attuale. La prova è l’aggressività delle persone attorno a lui: i suoi seguaci vogliono imporre la loro opinione su tutti gli altri, il che non è buon segno”.