Corriere della Sera, 26 febbraio 2026
Ergastolo per l’assassino di Sharon Verzeni: «Moussa Sangare Narciso impenitente, uccise per il proprio ego»
Alla parola «ergastolo» la madre di Sharon Verzeni si scioglie in un pianto liberatorio. La sorella stringe a sé il fratello minore. Il compagno Sergio Ruocco sembra sfinito. Il padre tiene a ringraziare il pm Emanuele Marchisio. Lo fa con un abbraccio che dice più di mille parole. E poi tutti, uno a uno, salutano i carabinieri del Nucleo investigativo di Bergamo, che sono stati presenti a ogni udienza, con in testa il comandante Danilo Di Fonzo.
Si chiude con un verdetto che ricalca in ogni aggravante riconosciuta le richieste dell’accusa, il processo per l’omicidio della 33enne di Terno d’Isola, accoltellata la notte del 30 luglio 2024, in strada. Il suo assassino non l’aveva mai vista prima, la scelse perché la notò mentre camminava ascoltando musica. Anche per la Corte d’assise della presidente Patrizia Ingrascì è Moussa Sangare, 31 anni, di Suisio, stranamente poco loquace nell’udienza finale e rimasto di pietra alla lettura del verdetto. L’unico gesto che si concede, lui che ha abituato giudici e pubblico a plateali esternazioni, come il colpo di scena del legale revocato dopo l’arringa, è una borbottata e un gesto di stizza quando il pm lo descrive come «un narciso impenitente, che ha sacrificato una vita umana per il suo ego, per provare un’emozione forte». Marchisio, con accanto il procuratore aggiunto Maria Cristina Rota, ricorda la perizia che ha certificato la piena capacità d’intendere e di volere dell’imputato: «Non è malato, è una persona intelligente, ma che se ne frega di tutto e di tutti». Per il pm, «non si è mai scorta nessuna forma di pentimento, si scorge solo strafottenza».
Fermato un mese dopo il delitto, Sangare rese tre confessioni traboccanti dettagli, tutti riscontrati, «e scusate se ci siamo accontentati», dice, sarcastico, il pm durante le repliche. Con il cambio, all’ultimo, della linea difensiva sono simili a una requisitoria, che ribatte ai dubbi sollevati dall’avvocata Tiziana Bacicca. Sì, per il pm Sangare uccise in un minuto, dopo avere raggiunto Sharon in bicicletta e averla aggredita di spalle, con quattro pugnalate, per poi fuggire. E sì, il Dna della vittima non c’è né sui suoi abiti né sull’arma del delitto, ma non vuole dire nulla, perché i primi furono ripescati dopo un mese dall’Adda e il coltello fu dissotterrato arrugginito dal terriccio umido della riva. Piuttosto, una traccia mista è stata individuata sul telaio della bici, «una prova schiacciante, ma questo processo avremmo potuto farlo anche senza il Dna», è sempre il pm, che definisce «oltraggiosa» la tesi di un amante, che a detta della difesa sarebbe stata trascurata dagli investigatori: «Noi siamo sacrificabili, la memoria di Sharon no».
Dopo cinque ore di camera di consiglio, il verdetto, le lacrime, gli abbracci. La difesa, che aveva chiesto l’assoluzione piena, annuncia l’appello. Per i genitori, i fratelli e Ruocco, parti civili con l’avvocato Luigi Scudieri, sono state decise provvisionali che sfiorano i 900 mila euro. Ritengono la sentenza giusta e obiettiva. «Abbiamo sperato che l’imputato riconoscesse il suo efferato delitto – parla per tutti la sorella Melody —, ma purtroppo non è accaduto. Un’ultima cosa la diciamo a Sharon: sarai sempre nei nostri cuori, sappiamo che sei con noi».