Corriere della Sera, 26 febbraio 2026
Biennale, 111 artisti, una voce
La prima Biennale postuma è nata sotto un mango e sotto un ficus. Nell’aprile scorso, sotto il mango del RAW Material Company di Dakar, il team curatoriale della 61ª Biennale d’arte di Venezia intitolata In Minor Keys si è incontrata con Koyo Kouoh (la curatrice camerunense-svizzera scomparsa nel maggio scorso) per decidere i nomi degli artisti da invitare: «A ogni nome – ha ricordato una delle collaboratrici di Kouoh, Rasha Salti – attendevamo che un frutto cadesse dall’albero di mango per avere conferma della bontà della scelta». Poco tempo prima, e altrettanto misticamente, il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, aveva incontrato Koyo Kouoh «sotto il ficus di Ca’ Giustinian potato da Paolo Baratta (il precedente presidente, ndr), dove lei mi ha detto: “Tu sei siciliano, quindi africano” e, illuminati dal baffo furbo di Georges Ivanovic Gurdjeff (esoterista e maestro di danze greco-armeno, ndr), si è palesato tra noi il Centro di gravità permanente della mostra (canzone del siciliano Franco Battiato, ndr) sotto la forma della Cura (altra canzone di Battiato, ndr), che nella sua gettatezza è la progettualità dell’esserci nella relazione con gli altri (parafrasi da Essere e Tempo di Martin Heidegger, ndr)».
Facciamo chiarezza: la 61ª Biennale d’Arte di Venezia si svolgerà dal 9 maggio al 22 novembre ai Giardini e all’Arsenale con 111 partecipanti – tra artisti, artiste, duo, collettivi e organizzazioni – provenienti da contesti geografici differenti, selezionati privilegiando risonanze, affinità e possibili convergenze. I Padiglioni nazionali saranno annunciati il 4 marzo. Non saranno assegnati Leoni d’oro alla carriera.
Non ci sono italiani o nomi noti che si possono trascrivere; la cornice della mostra è quella dei Black studies, Caribbean studies e Post colonial studies, transtorica, magica, afrodiscendente, critica verso la cultura occidentale con Tony Morrison come totem culturale. Il team curatoriale, formato da Gabe Beckhurst Feijoo, Marie Helene Pereira, Rasha Salti, Siddhartha Mitter, Rory Tsapayi ha descritto l’esposizione con omnicomprensive metafore poetiche: «Il nostro è un invito a trovare le parole karmiche», «le melodie dei fuggitivi che riemergono dalle rovine», «sussurri di tonalità minori che rifiutano le marce militari», «un perdersi nelle possibilità che abitano gli spazi intermedi», «un sintonizzarsi sul poliritmo», «un collegamento con i vecchi totemismi», «non una litania di commenti ma una connessione radicale con il mondo oggettivo e soggettivo», «un’esposizione contro il tempo del Capitale, che ha denigrato alcune pratiche artistiche con il nome di artigianato», «un giardino creolo come forma di costrizione», «eventi sismici che rifuggono il silenzio», «difesa di elementi estinti del paesaggio, come quello palestinese che sta scomparendo», «un modo per lasciarsi cambiare dall’ascolto» e un «vivere uno scarto tra il quotidiano e il cosmico».
Traduciamo: partendo dal Padiglione centrale ai Giardini, i visitatori, calati in un allestimento a forte impatto sensoriale progettato da Wolff Architects (Città del Capo), passeggeranno tra inclusive processioni del Sud del mondo «che si contrappongono al cinismo» (ovviamente occidentale), scene carnevalesche, «shrines ispirati ai woodoo» e altri altari «come are, cioè simboli della Religio» (legare insieme), performance rituali, nuovi modelli di fattorie come quelle di Linda Goode Bryant (gestite da detenute), oasi e scuole d’arte (non europee), ricordi del poeta fondatore di Agit’Art Issa Samb (1946-2017), la Land art anti-monumentale di Beverly Buchanan, «raduni collettivi che investono il corpo a ritmo circadiano» (come i lavori di Ebony G. Patterson, Johannes Phokela, Tammy Nguyen) il tutto «in comunione con un tempo che non è tirannia». Tra le performance ci sarà una processione di poeti ispirata al Poetry Caravan, il viaggio intrapreso da Koyo Kouoh con nove poeti africani da Dakar a Timbuktu nel 1999. Temi quali la piantagione, l’insediamento coloniale, il disastro ambientale e la memoria geologica attraversano altre opere. I giardini creoli – ovvero spazi di autosufficienza nati entro condizioni di costrizione – diventano luoghi reali e metaforici di riposo, riconnessione e relazione con forme di vita non umane. Insomma, un mondo di Realismo magico apotropaico e rigorosamente non bianco, che contesta archivio e tassonomie codificate e che vorrebbe disvelare mondi «limitrofi» e di «tono minore» in grado di alzare il registro emotivo dei visitatori.
La postura woke della Biennale attraversa, dunque, indifferente, i temuti cambi di presidenza (Baratta, Cicutto e Buttafuoco) puntualmente ripresentandosi dal 2015 con Okwui Enwezor, Alejandro Aravena, Hashim Sarkis, Lesley Lokko, Adriano Pedrosa e nelle sue varianti tecno-apocalittiche di Claudio Ratti e Donna Haraway, femministe di Cecilia Alemani e, ora, con Koyo Kouoh. Forse per questo Buttafuoco afferma che «la Biennale prosegue con Koyo Kouoh un filo giammai interrotto». Solo che, alla fine, anziché essere «atto di liberazione» l’arte sembra soggetta a presentarsi come atto di liberazione o di compensazione verso le minoranze o le culture dei Tristi tropici che furono soggette al dominio europeo. All’arte viene così affidato un compito globale di ricognizione e restituzione ex-post indipendentemente dalla funzione estetica.