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 2026  febbraio 26 Giovedì calendario

Intervista a Gavino Sanna

A quale campagna è più affezionato?
«Non sono mai stato affezionato ai prodotti, ma a quello che riuscivo a raccontare. E senza il signor Pietro sarei stato un pubblicitario tra i tanti». Gavino Sanna, 86 anni a maggio, è ingeneroso quando attribuisce tutto il suo successo al patron dell’azienda alimentare di cui ha curato decine di spot che hanno fatto la storia della pubblicità. Ognuno si chiudeva con lo slogan: «Dove c’è Barilla c’è casa», la sua firma. Nella montagna di premi accumulati (7 Clio, 6 Leoni a Cannes, 1 Telegatto e decine di altri), il peso maggiore lo ha avuto il suo talento, sbocciato tra le rocce e il sale del mare sardo, e coltivato attraverso incontri straordinari, dal presidente americano Richard Nixon a star del cinema come Marilyn Monroe e Paul Newman, fino al re del rock Elvis Presley. A nutrirlo, poi, sono stati gli imprenditori illuminati che gli hanno permesso di fare la pubblicità che aveva nella mente, «ma soprattutto nel cuore».
Ne parliamo a Vedano Olona, dove «sverna» con la moglie Lella, assistente, autista, segretaria, contabile, consigliera e, da qualche tempo, pure parrucchiera.
Partiamo da Pietro Barilla.
«Uno stimolo continuo. Era di una gentilezza antica, come avrei desiderato da un padre. Io non lavoravo solo per il padrone della Barilla, ma per un genere di uomo che mi lasciava la libertà di esprimermi come sentivo».
Convinse Paul Newman a vestirsi da Babbo Natale.
«Quando glielo proposi, lui rimase un po’ perplesso. Era diverso dalle star americane come te le immagini. Bello e profondo. Era molto informato, mi chiese perfino dei bambini talassemici sardi».
Giovanni Rana?
«Era uno che la mattina dava da mangiare alle galline e poi faceva i ravioli e li vendeva. Semplice, perbene. Bisognava solo farlo conoscere fuori dal suo perimetro. E certamente lo hanno aiutato i miei spot con Fernandel, Gorbaciov e Marilyn Monroe».
Marilyn l’ha conosciuta.
«Ero andato a Hollywood cercando un regista e l’amico che mi faceva da cicerone disse che il giorno dopo sarebbe arrivata. Decisi di aspettarla e quando me la trovai davanti fui colpito: eravamo in sei o sette, eppure trovò il tempo per chiedermi dell’Italia, del nostro cinema. Le dissi che doveva assolutamente lavorare nel nostro Paese, con attori eccellenti come Mastroianni. Allora mi chiese se potevo prendere informazioni».
Gavino Sanna agente di Marilyn Monroe?
«Ma no, aspetti. Io non sapevo nulla, avevo millantato conoscenze che non possedevo. Però mi diedi da fare e dopo un mese le feci avere una serie di contatti utili. Però non mi rispose mai. Finché parecchi mesi dopo, per Natale, non ricevetti un pacco: era un suo ritratto firmato da Giuliano Grittini. Guardi, è appeso lì».
Barbra Streisand?
«Eravamo vicini di casa a Manhattan. La sentivo cantare tutti i giorni con questa voce di una bellezza totale».
Elvis Presley?
«Con lui pranzai una volta a Memphis, era amico della mia prima moglie, Patricia, una bellissima hostess della Pan Am che mi chiese il divorzio dopo sette anni all’uscita del cinema, lasciandomi come un allocco».
Però dicevamo di Elvis...
«Ah, sì. Era rimasto un marines, non so se riesco a spiegarmi. Molto rigido: ricordo che a tavola si impuntò su una cosa e disse “Deve essere fatto così e basta!”. Un talento travolgente in pubblico, ma nel privato metteva filtri».
Sophia Loren?
«Una persona pulita, dall’abbraccio sincero. La chiamammo per Parmacotto. In origine la parte era stata pensata per Sean Connery, che corteggiammo a lungo e inutilmente. Gli avevamo offerto un milione di dollari. Quando chiamai Carlo Ponti, accettò la parte per la moglie, ma allo stesso compenso di Connery: la voce si era sparsa».
Monica Bellucci.
«L’ho scoperta io, chiamandola per la pubblicità di Annabella con Alain Delon».
Anche Oliviero Toscani diceva di averla scoperta lui.
«Tipico suo. Una persona di genio, mai stato mio amico, anzi, ha sempre criticato quello che facevo. La sua caratteristica è che ai suoi lavori aggiungeva i commenti: questo è stato fatto dal genio più genio del mondo».
Eppure avevate tanto in comune: la formazione giovanile in America, il sodalizio con un imprenditore, nel suo caso Luciano Benetton.
«No, è diverso. Lui lavorava insieme con Benetton. Io lavoravo per Barilla: lui faceva il suo mestiere, io il mio. L’interesse di Toscani era lo scandalo, il mio al di fuori di lì».
Le è spiaciuto quando è scomparso?
«No. Perché nel mio animo, nel mio villaggio interiore, c’è una casettina che contiene tutte le mie cose nere. E certe cose rimangono tutta la vita. Sono sardo, sono fatto così. Comunque non sto dicendo che sia contento che sia morto. Francamente la notizia non mi ha toccato».
Nel libro «Se si taglia i capelli ci daremo del tu» (una citazione di Berlusconi, al quale diede sempre del lei), racconta che il premio Oscar Nikita Mikhalkov accettò di lavorare con lei perché la considerava «un uomo solo».
«Io ero un ragazzino che aveva lasciato la mamma, il babbo e la sorellina a Porto Torres. Sono cresciuto da solo, sto bene con un certo tipo di solitudine. Mi bastava l’amicizia e l’affetto delle persone con cui via via lavoravo».
Immagino abbia la doppia cittadinanza, dopo il primo matrimonio. Ha votato alle ultime elezioni?
«No, non sono mai andato a votare. E mi spiace che l’America adesso sia in mano a quel personaggio legato solo ai soldi e al successo. Gli ho appena dedicato una caricatura, altra mia passione fin da bambino».
All’ex presidente Francesco Cossiga ne fece decine.
«Cominciai a farle a 13 anni. A Cossiga ne ho dedicate almeno 300. Lui è stato un amico vero, di cuore. Ad Alghero, quando mi vedeva per strada con la scorta, urlava a squarciagola per salutarmi».

Ha lavorato per Nixon.
«L’ho anche conosciuto: gli ero stato proposto per una campagna che stimolasse gli operai a una maggiore produttività. Era simpatico».
Ha firmato le campagne elettorali di Renato Soru e di Ugo Cappellacci, politicamente agli antipodi. Non è una contraddizione?
«No, anzi. Perché ho sempre vinto io, il mio lavoro».
Con Soru finì malissimo.
«Tutto il male che penso di lui l’ho scritto nel libretto La pipì controvento».
Per strada lo saluta?
«È lui che non mi saluta. Io potrei anche. Però siccome sono più i danni che ha fatto che le cose giuste, forse non lo saluto nemmeno io».
Quando ha smesso con la pubblicità ha deciso di dedicarsi al vino.
«Sono astemio, eppure ho prodotto un vino di eccellenza con la Cantina Mesa. A dicembre abbiamo completato la cessione delle ultime quote al Gruppo Santa Margherita (oggi Herita Marzotto Wine Estates, ndr). Mi è dispiaciuto lasciarla, per me era come un figlio. Però ho appena accettato la loro proposta di diventare il presidente onorario».
E ai figli veri ci avete mai pensato?
«No. È una mia decisione, Lella ha dovuto accettarla. Lei è l’unica persona sincera e fedele che ho conosciuto nella mia vita. È paziente, perché io sono un tipo difficile. Non ho il cellulare, non esco mai con la carta d’identità o con un soldo. Pensa a tutto lei».

La morte la preoccupa?
«No. Mi preoccupa che sto perdendo la memoria, non ricordo certi episodi, i nomi. Però mi conforta che quando prendo la matita, riesco ancora a fare tutte le caricature che mi vengono in mente. Dal mese scorso ho ripreso a collaborare con il giornale Vita».

Il giorno lontanissimo in cui se ne andrà, dove vuole riposare?
«A Porto Torres, nella tomba di famiglia, vicino a mio padre e a mia madre. Spero che voglia venire pure Lella».