Corriere della Sera, 26 febbraio 2026
Fanno 60 km al giorno e c’è chi non stacca mai. In 40 mila sulle strade: più del 50% è immigrato
Li chiamano «gli schiavi del pedale». Una definizione cruda che racconta un modello di lavoro tornato al centro del dibattito pubblico negli ultimi mesi, con i rider e le loro biciclette diventati simbolo del precariato nell’era dell’algoritmo. Ma chi sono e quanti sono i ciclofattorini in Italia?
Per rispondere a queste domande ci viene in soccorso l’ultimo report Inapp, che stima in circa 30 mila i rider attivi nel nostro Paese. Secondo la Procura di Milano, tuttavia, il numero reale sarebbe superiore: circa 40 mila. Nella maggior parte dei casi si tratta di lavoratori stranieri e migranti, impiegati dalle tre principali piattaforme di delivery presenti nel Paese: Glovo e Deliveroo – entrambe coinvolte nelle inchieste della Procura – e Just Eat.
A raccontare chi sono i rider è però l’indagine di Nidil Cgil in cui si legge che il 91,7% è uomo con un’età compresa tra i 21 e i 39 anni (63,4%). Tra gli stranieri prevale la nazionalità pakistana, che da sola rappresenta il 25,1% del totale, seguita da lavoratori provenienti da Afghanistan, Bangladesh, India e Iran. Un dato che evidenzia una forte concentrazione di provenienze dall’Asia meridionale e dal Medio Oriente.
Lavoratori che oggi vengono inquadrati dalle piattaforme o come dipendenti o come autonomi. Con differenze marcate tra le diverse piattaforme. Dal 2022 Just Eat ha adottato un modello unico, inquadrando i ciclofattorini come lavoratori dipendenti: una paga oraria media di circa 9 euro e l’applicazione del contratto della logistica, che garantisce tutele come ferie, maternità e Tfr. La maggioranza dei rider, però, continua a essere classificata come lavoratore autonomo, con compensi legati al numero di consegne effettuate. Secondo Nidil Cgil, il 56,3% dichiara di guadagnare tra i 2 e i 4 euro lordi a consegna.
È su questo terreno che si concentrano le contestazioni della Procura di Milano, che riguardano sia i livelli retributivi sia il tema della subordinazione. Le piattaforme, infatti, sono governate da algoritmi che orientano e vincolano l’attività dei rider: impongono tempi di consegna, tracciano le diverse fasi del lavoro (tramite Gps e registri digitali) e trasformano questi dati in sistemi di valutazione delle performance. Un meccanismo che può penalizzare i lavoratori meno efficienti, influenzando l’accesso agli incarichi e la distribuzione degli ordini.
Per molti rider le consegne rappresentano poi la principale fonte di reddito. Il 72,9% lavora tra i sei e i sette giorni a settimana, con un impegno che può arrivare fino a 12 ore al giorno e 60 chilometri percorsi in una giornata. In sella, del resto, l’obiettivo è raggiungere un numero elevato di consegne – superiore a otto nel 61,7% dei casi – per arrivare, nei casi migliori, a sfiorare 800-1000 euro mensili.
La questione non riguarda solo l’Italia. In Paesi come Germania, Olanda e Spagna i rider sono riconosciuti come lavoratori subordinati, mentre in Francia continua a prevalere il modello autonomo. Sul piano normativo, in Italia le forze di opposizione chiedono una legge nazionale che regolamenti il settore mentre tra i sindacati Fit-Cisl ha ribadito la necessità per tutte le aziende di food delivery di applicare il Ccnl Logistica «in coerenza con il principio di prevalenza dell’attività produttiva, previsto dall’art. 2070 del Codice Civile» dato che «l’attività svolta si configura come trasporto da un produttore a un cliente».
Una spinta significativa arriva poi dall’Unione europea con la direttiva approvata nel 2024, e da recepire entro il 2026, che mira a chiarire i criteri per riconoscere la subordinazione e a imporre maggiore trasparenza nell’uso degli algoritmi.
Un intervento diventato urgente, in un’epoca in cui il progresso tecnologico, invece di liberare il lavoro, rischia di replicare, in forme nuove, vecchie asimmetrie.