Corriere della Sera, 26 febbraio 2026
Dossier e controlli, nuovi veleni sulla relazione votata dall’Antimafia
Passi indietro? Nessuno. Anzi. Si fa sempre più caldo lo scontro in Antimafia dopo la relazione di maggioranza sui dossieraggi dell’ex tenente Pasquale Striano – in forze al «SOS operazioni sospette» diretto dall’allora pm Antonio Laudati – che punta il dito contro l’ex procuratore antimafia Federico Cafiero De Raho, ora vicepresidente della commissione. Il partito di Conte attacca le «manipolazioni di una destra che sta provando a gettare fango su persone che sono espressione dell’Italia migliore. Si tengano Cuffaro, siamo orgogliosi di Cafiero De Raho».
Sara Kelany (FdI) ribatte: «Trasformare l’Antimafia in un luogo di difesa politica personale è un cortocircuito istituzionale». E assicura che l’unico obiettivo della maggioranza è «accertare la verità sulla gigantesca macchina di dossieraggi che ci venne rappresentata dal capo della Dna, Giovanni Melillo, quando chiese di essere ascoltato, compiuta da un soggetto infedele della Gdf, nella consapevolezza del vertice della Dna anche quando Cafiero De Raho ne era il capo». Le 183 pagine di relazione descrivono un «sistema» reso possibile da «evanescenza di controlli» in un «ambiente in cui la violazione non era accidentale ma strutturale», ma il punto di scontro politico è tutto qui: secondo la destra, Cafiero De Raho sapeva. Lui invece smentisce: «Mai saputo nulla. E l’istruttoria non ha acquisito nulla. Gli accessi abusivi alle banche dati non avvenivano in Dna ma al nucleo speciale di polizia valutaria. E sono continuati anche sotto il mio successore (Melillo, ndr) senza che nessuno se ne accorgesse. Finché non glielo ha comunicato la procura di Roma a seguito dell’esposto del ministro Crosetto». Pensa sia «molto grave che si attacchi un avversario dell’opposizione in modo da delegittimarlo. E chiede: «Perché non ci si occupa anche degli accessi abusivi di Paragon, Equalize e Gruppo Fiore. Si teme di scoprire collegamenti?».
Ma su cosa si basa la maggioranza per accusarlo di non potere essere ignaro? Su due atti di impulso, firmati da lui: in sostanza due inviti alle procure a indagare. Uno sui finanziamenti alla Lega. E uno sul leghista Armando Siri. Secondo la destra erano informazioni derivate dagli accessi abusivi di Striano e visto che non riguardavano mafia o terrorismo non erano di sua competenza. L’ex capo della Dna spiega: «Gli accessi abusivi di Striano non c’entrano nulla. Gli atti nascono da fonti pienamente legittime». A far emergere il nome di Siri era stato il matching tra banche dati. «La Dda di Palermo aveva inviato alla Dna gli atti dell’inchiesta su imprenditori legati a Messina Denaro indagati di concorso esterno in associazione mafiosa, parlavano di 30 mila euro da dare a Siri per aver inserito nel Milleproroghe un emendamento sull’eolico che li favoriva». Quanto alla Lega, spiega, «era arrivata una nota della Dia su operazioni sospette a San Marino. Ed era stata formulata una bozza di atto di impulso. Conteneva un’ipotesi di reato. Non poteva essere occultata. Melillo ha fatto lo stesso con il caso Gravina ma il suo è stato ritenuto dalla commissione un atto “doveroso”». Destinata a far rumore anche la replica di Antonio Di Pietro alle parole di Gherardo Colombo («Con la riforma Nordio ci avrebbero fermato prima»). L’ex pm a Restart di Annalisa Bruchi ha rimarcato: «Mani Pulite aveva una madre, l’inchiesta Mafia e Appalti. Sono state fermate entrambe da magistrati. A Palermo ammazzando chi se ne doveva occupare. A Milano delegittimando chi se ne stava occupando».