Corriere della Sera, 26 febbraio 2026
«Cinturrino può commettere reati da criminalità organizzata»
«Eravamo in allerta. E lui ha fatto un movimento. Si è abbassato, poi si è alzato. Io ho tirato fuori l’arma perché mi sono spaventato. E ho esploso un colpo». Carmelo Cinturrino, l’assistente capo del commissariato milanese di Mecenate dai tanti alias – «Luca», «Thor» – ripercorre davanti al giudice quel 26 gennaio. Sono le 17.33: è il momento dello sparo che abbatte Abderrahim Mansouri, «Zack». «La distanza c’era. L’ho esploso a scopo intimidatorio», giura il poliziotto 41enne, fermato lunedì con l’accusa di omicidio volontario. Che dopo essersi avvicinato al corpo agonizzante, centrato sopra la tempia destra mentre il 28enne pusher marocchino si stava girando per scappare nella boscaglia di Rogoredo, va «in panico».
«Mi sono buttato a terra e mi sono messo a urlare. Ero terrorizzato», racconta. Ma in quel momento, Cinturrino ha in realtà già immaginato come provare a uscirne. Ha in testa l’idea della messinscena. Ha appena spedito il collega a recuperare in ufficio la sua borsa, «perché sapevo che c’era un’arma dentro». È falsa, un giocattolo. L’ha scovata – dice – anni fa e «me la sono tenuta per nessun motivo». Quei minuti in attesa del ritorno dell’agente li fa camminando «avanti e indietro». Ma senza allertare i soccorsi per quel ragazzo a terra che rantola nel sangue, in fin di vita. «In quel momento ero confuso e non ero in me». Il tempo non passa. «Penso di essermi fumato due-tre sigarette». Fino all’arrivo della borsa con la pistola da piazzare vicino al corpo. «Serviva a provare a “pararmi”».
Cinturrino resta in cella. Il gip Domenico Santoro non ha convalidato il fermo, ma ha comunque disposto la custodia cautelare in carcere per l’assistente capo. Per il giudice non c’è pericolo di fuga. Ma ha ravvisato, oltre ai gravi indizi di colpevolezza, «il concreto ed attuale pericolo» che l’indagato possa commettere altri reati «della stessa specie di quello per cui si procede, ovvero con l’uso di armi o di altri mezzi di violenza personale, se non di criminalità organizzata». E poi, «un concreto, attuale ed elevato pericolo di inquinamento probatorio». Tanto da non escludere che, se lasciato libero, possa «contattare e minacciare» quei testimoni tra i tossici di Rogoredo, «se non i suoi stessi colleghi, autori di dichiarazioni a suo carico» ritenute dal 41enne «infamanti».
È infatti un tossico afghano a raccontare quel che ha visto, che non coincide con la prima ricostruzione. La vittima «aveva un telefono in mano. Ha preso un sasso per minacciarlo, poi spaventato ha provato a scappare. Ha fatto tre passi. Ho sentito uno sparo e Mansouri è caduto faccia a terra». Mentre il collega 28enne che era con «Luca» ricostruisce l’arrivo dell’arma falsa, e Cinturrino che «molto preoccupato, mi ha chiesto di coprirlo altrimenti avrebbe rischiato la galera».
Nell’interrogatorio di garanzia, «Luca», assistito dall’avvocato Piero Porciani, ha ammesso di aver sparato a «Zack». Che era disarmato, e che – annota il gip – «non costituiva una effettiva fonte di pericolo o anche solo di minaccia». Il poliziotto però voleva uccidere, per il giudice, che in questo senso ricorda anche il ritardo nel chiamare il 118. Tempo che Cinturrino ha invece usato per riscrivere la storia di quella sparatoria, «alterando la scena del delitto, onde simulare la sussistenza di un’ipotesi di legittima difesa». La sua collaborazione, però, s’è fermata qui. «Luca» ha «continuato a negare» di aver toccato il corpo, che «Zack» si stesse girando per fuggire, e di aver mai incontrato prima la vittima: «Lo conoscevo da una foto che ha scattato un collega che l’aveva fermato». Cinturrino ha respinto con forza anche le voci sui suoi metodi fuori dalle regole. Fino a quel 26 gennaio «sono stato un poliziotto ben visto, mai preso una sanzione disciplinare, mi hanno riconosciuto titoli, ho avuto sempre la stima di tutti».
Per il gip, però, «è un soggetto non sempre in linea con le regole che connotano l’ordinario operare delle forze di polizia anche in contesti difficili». Che anzi ha «una attitudine a deviare dall’ordinario svolgimento della propria funzione». Le indagini ancora in corso – sul movente, sui suoi reali rapporti con «Zack», e sulle sue condotte precedenti – potranno eventualmente evidenziare possibili circostanze aggravanti.