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 2026  febbraio 25 Mercoledì calendario

Intervista a Vincent Fernandel

«Non sapevo ci fosse una leggenda su mio nonno Fernandel. Forse per la gente del luogo è più bella della realtà e lascio a lei la decisione di renderla pubblica, ma mi risulta che mio nonno Fernand nacque in Francia». Sulla ipotetica nascita di «Don Camillo» nella borgata Coutadin a Perosa Argentina avevamo raccontato le ricostruzioni di Alessandro Gaido del Cinema delle Valli di Villar Perosa e degli storici locali. Ma la versione «ufficiale» del nipote Vincent Fernandel, contattato grazie al regista Sylvain Chovet ospite del Sotto18, rivela una diversa verità. «Circa 25 anni fa, un genealogista ha fissato le origini della mia famiglia a Fenestrelle nel XVI secolo; sul finire del 1800, i miei avi si sono trasferiti a Marsiglia. È li che Désirée Bédouin e Denis Contandin, genitori di Fernand, sono nati e furono i loro genitori, non loro, a trasferirsi dal Piemonte a Marsiglia».
Dunque, le origini italiane di Fernandel scalano di una generazione?
«Mi spiace deludervi ma è così. Denis era contabile di giorno e la notte andava a cantare nei cabaret, sua moglie Désirée suonava un po’ il pianoforte. Fernand respirò quell’ambiente artistico fin dalla nascita, a Marsiglia nel 1903, e a 8 anni fu spinto dal padre a esibirsi per la prima volta».
In Marcel et Monsieur Pagnol di Chomet vediamo Fernand con il grande cineasta. Che rapporto c’era?
«Per versatilità e per aver dato voce a persone semplici e a storie minime, Pagnol mi ricorda Pasolini. Nel 1934 regalò a Fernandel maggiore celebrità con il suo primo ruolo drammatico in Angèle. “Quest’uomo è un comico”, disse, “ma è anche un grande artista drammatico”».
Come è percepito Don Camillo in Francia?
«I romanzi di Guareschi sono molto più politici rispetto al tono dei film. Ma se in Italia i commenti coglievano una sottile critica alla sinistra, in Francia hanno pensato che un prete simpatico poteva procurare “nuovi clienti” alla Chiesa. Mio nonno rispondeva a tutte le lettere, anche a quei folli che volevano essere sposati da lui. “Mi spiace”, scriveva, “ma sono solo un prete da cinema”».
Il rapporto di nonno con l’Italia?
«Dopo Don Camillo, Pagnol, disse: “L’Italia non ci ha rubato Fernandel, è soltanto un’adozione”. L’ho percepito negli anni 90 quando andammo a Brescello e mio padre conobbe Tonino Cervi, figlio di Gino, e nacque una profonda amicizia. In quel viaggio ci troviamo in un ingorgo nel traffico come nel film di Comencini. Era estate e mio padre, cantante famoso in Francia, viene riconosciuto: “È Franck Fernandel!”, grida una signora. In pochi minuti escono tutti dalle auto per un autografo. Ero bambino e ho capito cosa fosse la celebrità e che Paese solare sia l’Italia».
Ci descrive suo padre?
«Franck era un musicista, oltre che grande appassionato di cinema italiano. Aveva studiato piano e batteria al conservatorio, conosceva perfettamente la storia del jazz ed è stato un cantautore famoso tra i 60 e i 90. Il suo più grande successo è L’amour interdit, con mezzo milione di dischi venduti, e sono orgoglioso che la mia casa di produzione abbia riacquistato 40 tra i suoi titoli più famosi rendendoli disponibili su tutte le piattaforme».
E lei?
«Sono nato nel 1983, ho una sorella di nome Manon, professionista sportiva di alto livello. Come giornalista, documentarista e per 12 anni professore di arte drammatica, ho sempre preferito pormi al servizio del valore degli altri».
Anche se di recente si è scoperto attore?
«Dopo lunga insistenza accetto di diventare “voce” di fiabe per audiolibri pensando che nessuno mi avrebbe riconosciuto. Poi, nel 2020, Nicolas, il nipote di Pagnol, mi convince a interpretare il nonno in Variations d’Amour de Marcel con il grande pianista Franck Ciup. Infine, in Les Sermon, secondo spettacolo sull’opera di Marcel, devo indossare un abito da prete: una coincidenza divertente e bella che mi fa tornare in mente mio nonno».
Si sente un po’ italiano?
«Altroché. Anche Maria Autilia, mia bisnonna da parte di mamma, era italiana. Era fuggita dal fascismo legandosi sotto un treno ed è lei che mi ha trasmesso l’orgoglio delle origini».
Il Glocal Film Festival ha un premio intitolato a suo nonno e i contatti per invitarla sarebbero già avviati. Tempo di tornare nella terra degli avi?
«Premesso che non vedo l’ora di visitare la casa in pietra di Perosa, a Torino sono venuto 15 anni fa con la fidanzata dell’epoca per visitare il Museo del Cinema e la fontana di Profondo Rosso. Appena arrivati, andiamo a mangiare una pizza, ma per 4 giorni rimaniamo bloccati in albergo per un’intossicazione. Credo sia ora di tornare, ma quel ristorante lo eviterò di sicuro».