il Fatto Quotidiano, 25 febbraio 2026
Alla Casa del Jazz la caccia agli scheletri è ferma: sono finiti i soldi della Camera di Commercio
I soldi a disposizione si sono bruciati in poche settimane. Circa 40 mila euro di fondi pubblici, stanziati dalla Camera di Commercio di Roma e assegnati da Confcooperative. Dovevano servire a finanziare un progetto di inserimento lavorativo legato al ripristino delle fungaie nei cunicoli sotterranei della Capitale. Sono stati investiti nella caccia agli “scheletri” della Banda della Magliana e a un tunnel segreto, sotto Villa Osio a Roma che, secondo anziani investigatori potrebbe contenere la soluzione ad alcuni tra i più importanti misteri italiani. Tra cui i resti del giudice Paolo Adinolfi, sparito nel nulla il 2 luglio 1994.
Il problema è che quei soldi non sono bastati nemmeno per le ricerche preliminari. Georadar, trivelle, analisi del terreno: i lavori sotto quella che oggi è la “Casa del Jazz” – bene confiscato e recuperato dal Comune di Roma – dovevano durare tre o quattro giorni. Sono passati tre mesi e i risultati sono stati minimi. Tanto che ora la Prefettura di Roma ha preso il coordinamento delle operazioni e ha dato mandato ai Vigili del fuoco di continuare l’opera. Con altri fondi, ovviamente, tutti ancora da quantificare.
Un pasticcio in piena regola. “Non ce la facciamo più, siamo dilaniati dal dolore”, aveva dichiarato qualche giorno fa al Fatto Lorenzo Adinolfi, figlio del giudice scomparso. Che lì sotto potrebbero esserci i resti di suo padre, Adinolfi l’ha appreso da siti e tv, che il 13 novembre scorso hanno fatto rimbalzare la notizia facendole fare il giro del mondo. È sempre stata un’ipotesi investigativa, sebbene mai suffragata da alcun indizio concreto.
Ma perché è importante Villa Osio? Costruita negli anni Trenta su commissione del fondatore della Bnl, Arturo Osio, nel 1983 fu acquistata dalla Cofim Srl di Enrico Nicoletti, imprenditore ciociaro considerato il “cassiere” della Banda della Magliana. Nonostante il profilo giudiziario (e letterario) di personaggi come Enrico “Renatino” De Pedis, infatti, molti a posteriori considerano Nicoletti il vero “boss” dell’organizzazione criminale. L’unico della Banda che ha avuto il privilegio di morire nel suo letto e da uomo libero il 23 dicembre 2020. Forte anche di amicizie potenti, in particolare nella corrente andreottiana della Dc, e dei suoi affari da “palazzinaro”, che lo hanno portato ad avere un ruolo nella realizzazione di importanti opere pubbliche nella Capitale, come il complesso di Tor Vergata.
Il nome di Nicoletti finì a inizio anni 90 in un’indagine finanziaria di Adinolfi, poco prima che il pm sparisse. “Poco dopo Nicoletti fece tombare la catacomba”, ricordava a Repubblica Otello Lupacchini, giudice che seguì il maxi-processo alla Banda della Magliana. Del “cassiere” si occupò anche un ex pm, Guglielmo Muntoni, oggi presidente dell’Osservatorio della Camera di Commercio sul contrasto alla criminalità economica. È stato proprio Muntoni, nel 2025, a parlare al prefetto di Roma, Lamberto Giannini, dell’importanza di quei sotterranei. E della possibilità che nella catacomba vi fosse materiale importante. Perché se il ragionamento che porta all’ipotesi Adinolfi è valido, lo è anche per Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, le due quindicenni scomparse nel 1983, si sospetta con la complicità di De Pedis. O per la caccia alla refurtiva del “furto del secolo”, quello al caveau del Tribunale di Roma, nel 1999, anche quello ritenuto collegato alla Banda.
Per il via libera a scavare sotto l’attuale Casa del Jazz serviva l’input di un’autorità giudiziaria. Ma senza notizie nuove sul fronte giudiziario (rivelazioni di pentiti, indizi, ritrovamenti, ecc.) dalle procure di Roma e Perugia, questo non è arrivato.
Ma l’appiglio è dietro l’angolo: la sicurezza pubblica. A quanto è stato riferito al prefetto Giannini durante le riunioni ufficiali, infatti, in quei sotterranei potrebbero esserci armi ed esplosivo. Nell’Osservatorio presieduto da Muntoni c’è anche la Confcooperative guidata da Marco Marcocci. Si decide allora di attingere ai fondi per l’inserimento lavorativo. L’ordine arriva a novembre dalla Prefettura: “Scaviamo”. “Ci vorranno pochi giorni”, dicono entusiasti i protagonisti. Non sarà così.
Qui si consuma il pasticcio. Per settimane si cercare la famosa “botola”, che però non viene individuata. Il georadar utilizzato dalla coop di Confcooperative incaricata dei lavori fornisce esiti contraddittori. Si scavano buche su buche, si arriva perfino a indagare all’esterno della villa per trovare un ingresso alternativo. Niente da fare. L’inverno piovoso fa il resto: le “trivelle” annunciate in pompa magna fanno un buco nell’acqua. E i lavori, prima di Natale, si fermano.
Eccoci al dunque. I fondi della Camera di Commercio finiscono presto. Ma ormai bisogna andare avanti. Il prefetto Giannini non molla. Prende accordi con i Vigili del fuoco: bisogna continuare a scavare. O per meglio dire, iniziare. Il 19 febbraio il primo importante risultato: un ingresso a volta, forse di epoca romana, e una scala completamente tombata. Ma qui scatta l’ulteriore intoppo: nessuno ha mai chiesto il nullaosta della Soprintendenza per andare avanti. E perché questo arrivi serve un’indagine archeologica.
Contattati dal Fatto, i vari attori si chiudono a riccio. “Parleremo a tempo debito”, assicura Marcocci. Qual è la cifra fin qui spesa per gli scavi? “Non ne ho idea”, replica secco Muntoni.
Oggi il nuovo incontro in Prefettura. Si spera ancora di far ripartire la macchina. A questo punto, tra lo scetticismo generale.