la Repubblica, 25 febbraio 2026
Il discorso di Trump sullo stato dell’Unione
I giudici della Corte Suprema erano seduti davanti a lui, guidati da John Roberts, quando il presidente Trump li ha sfidati dicendogli in faccia che la loro sentenza sui dazi è stata “totalmente sbagliata e infelice”. Quindi ha aggiunto che l’aggirerà imponendo altre tariffe, “senza bisogno di alcuna azione da parte del Congresso”, ossia esattamente il contrario di quanto ha affermato il massimo tribunale degli Stati Uniti, avvertendolo che questi provvedimenti sono illegali se non hanno il via libera esplicito del Parlamento.
Il discorso più lungo della storia
Questo siparietto giusto per spiegare il clima del discorso sullo stato dell’Unione, che Trump ha tenuto ieri sera davanti alle Camere riunite in sessione congiunta. È stato il più lungo della storia, 108 minuti, perché in questo momento difficile per la sua presidenza il capo della Casa Bianca doveva cercare di cambiare la percezione degli americani, convincerli che stanno “vincendo come mai prima”, e spingerli a non abbandonarlo nelle elezioni midterm di novembre.
Lo ha fatto però in maniera a tratti fiacca, ripetendo la retorica abituale, rivendicando successi che soprattutto nella conduzione dell’economia i sondaggi di popolarità non gli riconoscono, senza ammettere le difficoltà dei cittadini e senza offrire proposte particolarmente nuove ed eccitanti per porvi rimedio. Il momento di ispirazione più unitario è stato quello in cui i giocatori della nazionale di hockey vincitori dell’oro olimpico si sono presentati in sala, e ciò aiuta a capire il clima di divisione che per tutto il resto sembra dominare oggi l’America.
Eppure Trump aveva aperto così il discorso, nell’anno del 250esimo anniversario della fondazione degli Stati Uniti: “La nostra nazione è tornata. Più solida, migliore, più ricca e più forte di prima. Tra meno di 5 mesi il paese festeggerà il 250esimo anniversario della nostra gloriosa indipendenza. Ancora non avete visto niente, faremo sempre meglio: questa è l’età dell’oro dell’America”.
Come spesso accade, ha scaricato la responsabilità di qualunque cosa non vada sul predecessore Biden: “Ho ereditato l’inflazione più alta della storia, ma in pochi mesi l’abbiamo fatta calare. I prezzi della benzina sono scesi, i tassi sui mutui sono i minimi da quattro anni”. Non la pensa così il 57% degli americani insoddisfatto dell’andamento dell’economia, ma Trump vuole persino negare l’esistenza del problema dell’affordability, il costo insostenibile della vita che ha consentito a Mamdani di vincere le elezioni per sindaco di New York. Quindi si è vantato dell’occupazione, sottolineando che “il 100% dei posti di lavoro creati sotto la mia amministrazione sono nel settore privato”.
Dall’attacco alla Corte Suprema all’immigrazione
Sui dazi ha di nuovo attaccato frontalmente la Corte Suprema, che li ha giudicati illegali. Sentenza “infelice, deludente, totalmente sbagliata”. Le tariffe “stavano tirando fuori denaro dai Paesi che ci hanno sempre fregato”, ma lui proseguirà sulla sua strada come se nulla fosse accaduto: “I nuovi dazi globali del 15% sono un po’ più complessi, ma in realtà probabilmente sono migliori, portando a una soluzione che sarà ancora più efficace di prima”.
È tornato scagliarsi contro l’immigrazione illegale, difendendo così le operazioni dell’Ice che hanno provocato la morte di due cittadini americani e urtato la maggioranza degli elettori. Quindi se l’è presa con la comunità somala di Minneapolis: “I pirati somali hanno saccheggiato il Minnesota attraverso corruzione, tangenti e illegalità”. Ha calcato la mano, perché sarà un tema elettorale: “Importare queste culture attraverso l’immigrazione senza restrizioni e le frontiere aperte porta questi problemi proprio qui negli Stati Uniti”. La deputata democratica del Minnesota Ilhan Omar gli ha urlato “bugiardo”, accusandolo di “aver ucciso degli americani!”. Allora si è sfiorata la rissa verbale, col presidente che ha replicato: “Dovresti vergognarti”.
Ricordando l’uccisione di Charlie Kirk, però, ha chiesto la fine delle violenze contro la parte che lo sostiene, rappresentata in aula dalla vedova. Il marito e attivista conservatore, secondo lui, è stato assassinato “perché lottava per le sue idee. Dobbiamo rigettare ogni forma di violenza politica”.
La politica estera
Molto tardi è arrivata la politica estera, con un riferimento al Venezuela del dopo Maduro, ora paese “amico e alleato, da cui abbiamo ottenuto 80 milioni di barili di petrolio”. Sull’Ucraina ormai ripete sempre che dovrebbe essere Zelensky a fare concessioni a Putin per chiudere la guerra, mentre ha accennato così a quello che potrebbe diventare il prossimo conflitto: “L’Iran ha sviluppato missili che possono colpire Europa e Usa.
Preferisco risolvere la questione con la diplomazia, ma una cosa è certa: non permetterò mai Teheran di avere l’arma nucleare”. Il capo degli Stati Maggiori Riuniti Caine, seduto davanti a lui, avrebbe espresso dubbi sull’opportunità di attaccare la Repubblica islamica e sulla facilità della vittoria, ma Trump ha smentito, deciso a proseguire per la sua strada.