la Repubblica, 25 febbraio 2026
Starlink, gigante fantasma: avanza in Italia ma senza dipendenti. E il Fisco resta a secco
Invisibile come le sue onde, l’avanzata in Italia di Starlink, il servizio di rete via satellite targato Elon Musk, procede a passo spedito ma silenziosissimo. I muri delle città si riempiono di grandi cartelloni pubblicitari, gli abbonati crescono, oltre 50 mila a inizio 2025, ma l’azienda nel nostro Paese è un fantasma. Dipendenti zero, tasse minime, contributi allo Stato per operare quasi simbolici. L’azienda capace di cambiare l’equilibrio di conflitti regionali, con ricavi globali stimati superiori agli 8 miliardi di dollari, secondo i dati del Mimit per funzionare in Italia paga quanto l’affitto annuale di un trilocale in centro a Milano: 29.970 euro. L’occultamento è tutt’altro che simbolico. Provare per credere. Nella campagna pugliese, all’ottavo chilometro della statale 544 che collega Foggia con Trinitapoli c’è una cooperativa agricola che vende cereali. Niente di strano, vista la zona. Ma all’interno del recinto dell’azienda, tra silos e piccoli caseggiati, spuntano ben protette da una recinzione nove antenne bianche. Insieme costituiscono uno dei tre gateway che permettono all’azienda di operare in Italia. Sono gli strumenti che «prendono» la rete via terra e la spediscono ai satelliti in orbita bassa di Starlink e che a loro volta la «rimandano» ai singoli utenti. Una presenza discreta, che si aggiunge ad altre due strutture analoghe, una alle porte di Milano e una a Marsala, in Sicilia, che costituiscono l’unica traccia di Starlink in Italia. L’ultimo bilancio depositato dalla società nel nostro Paese, quello della Starlink Italy Srl e relativo al 2024, mostra un fatturato di 1,99 milioni, un utile di 54 mila euro e imposte versate per 36.912 euro. Di fatto l’unica attività della società – senza dipendenti – è il possesso dei tre gateway.
Il fisco resta a seccoPossibile, dunque, che lasci poco al nostro Fisco? In fondo ci sarebbero sempre le oltre 50 mila bollette che gli italiani pagano per il servizio. Che però vengono fatturate dalla Starlink Internet Services Limited, domiciliata a Dublino in Irlanda, paese notoriamente più generoso nel trattamento fiscale e meta favorita di gran parte delle Big Tech. I proventi delle utenze migrano fuori dall’Italia e all’erario torna indietro soltanto l’Iva al 22%. Meglio che niente, ma tutto in regola per il Fisco? Per gli esperti del settore si tratta di una struttura consolidata per operazioni di questo tipo, non semplice da contestare. «Ci sono due elementi da considerare», spiega Francesco Guelfi, partner e responsabile del dipartimento Tax dello studio legale A&O Shearman. «Il primo riguarda la corretta remunerazione dei servizi prestati dalla società italiana nei confronti della controllante estera. È la definizione del cosiddetto transfer pricing, cioè il prezzo a cui questi servizi sono pagati alla società italiana, e sui cui paga le tasse, e in questo caso le norme prevedono che questo prezzo deve essere equivalente a quello pagato nel caso in cui questo servizio fosse reso da un’azienda terza». Quindi senza un valore di favore, pensato per abbattere il carico fiscale in Italia. Ma il tema più importante riguarda quello della stabile organizzazione. «Perché le attività di un soggetto estero possano essere tassate in Italia deve essere riconosciuta una stabile organizzazione, cioè una presenza fisica o una presenza nel territorio di personale». Elementi che invece in questo caso mancano, visto che in Italia la società non ha dipendenti e deve gran parte della sua operatività alla rete di satelliti in orbita, fuori dal territorio italiano. «Qualora venisse riconosciuta una stabile organizzazione “occulta” attraverso il transfer pricing occorrerebbe stabilire quale parte del reddito prodotto dalla società estera è eventualmente attribuibile alle attività italiane». Tema, questo, molto soggettivo è non sempre semplice da determinare.
Il mini contributo allo Stato
Incognita fiscale a parte, resta un altro tema. Per funzionare, e quindi fare dialogare le stazioni di terra con gli utenti attraverso i satelliti, Starlink si serve delle bande di frequenza Ku e Ka. Utilizzarle ha un costo. Ma mentre gli operatori tlc si svenano in aste miliardarie per occupare le bande 5G, l’azienda di Musk versa solo quanto previsto dal codice delle comunicazioni elettroniche, cavandosela con meno di 30 mila euro all’anno. «L’utilizzo di queste frequenze ha prezzi molto bassi perché originariamente non erano pensate per il servizio di telecomunicazioni, il problema è che queste tariffe non si sono mai adeguate al cambiamento del mercato. Ora questa risorsa va valorizzata», spiega Antonio Nicita, ex commissario Agcom e oggi senatore del Pd. Con un odg al governo si è fatto promotore della corretta remunerazione di queste frequenze ed evidenzia un tema di concorrenza: «Starlink offre un servizio comparabile a quello di altri operatori, ma a differenza loro non paga praticamente nulla».