la Repubblica, 25 febbraio 2026
Via ai nuovi dazi di Trump al 10%. Pronta un’altra ondata di cause
Dopo la decisione della Corte Suprema di cancellare i dazi di Donald Trump, il presidente ha imposto nuovi dazi del 10% su quasi tutte le importazioni da tutto il mondo. Questa misura, valida per 150 giorni, è entrata in vigore ieri. Riguarda anche l’Unione Europea. Gli analisti sostengono che aprirà nuove battaglie legali e un secondo ciclo di cause, che si aggiungeranno al migliaio avviato per chiedere i rimborsi dei primi dazi. Le obiezioni sulla seconda ondata riguardano la Sezione 122 del Trade Act del 1974, che consente al presidente di imporre dazi in risposta a «grandi e gravi deficit della bilancia dei pagamenti degli Stati Uniti».
Sarà difficile per Trump sostenere l’emergenza nazionale, anche perché è lui stesso a magnificare ogni giorno i conti dell’America, definiti i “migliori della storia”. Mettere insieme la parola “emergenza” con “l’età dell’oro” potrebbe risultare difficile da digerire anche per la base Maga che pende dalle labbra del tycoon. Inoltre tra 150 giorni il Congresso, a maggioranza conservatrice, dovrà gettare la maschera: o votare la conferma dei dazi, o bocciarla, decretandone la decadenza automatica e dando voce ai malumori dei repubblicani, una parte dei quali è sempre stata contraria, ma mai ufficialmente.
I dazi usati come una clava
La Casa Bianca sostiene che la misura d’emergenza è una risposta al deficit commerciale accumulato dagli Stati Uniti, ma gli esperti legali sostengono che Trump si sia spinto troppo oltre. Tra l’altro ha usato i dazi come clava: li ha evocati, revocati, alzati e abbassati da un giorno all’altro, a seconda dei rapporti sul momento con i Paesi coinvolti. E questa seconda ondata di dazi è già segnata dall’incertezza: Trump ha annunciato il 10%, poi ha parlato di 15. La Casa Bianca ha dichiarato che l’aliquota più alta verrà studiata nelle prossime settimane. Chi, invece, non tentenna sono le multinazionali determinate a riavere i rimborsi, dopo la decisione di venerdì della Corte Suprema. Si sono già fatte avanti L’Oreal, Dyson, dopo Costco e Goodyear.
Tra queste anche FedEx, gigante americano specializzato in spedizioni e logistica, che ha depositato lunedì, primo giorno utile, una richiesta di rimborso alla Court of International Trade, il Tribunale federale americano specializzato in commercio internazionale e diritto doganale. FedEx non ha indicato l’importo in dollari. «Era del tutto prevedibile che facessero questo passo, perché sono in gioco milioni e milioni di dollari», ha dichiarato al New York Times Scott Lincicome, economista del Cato Institute, un think tank di orientamento libertario. È probabile che altre multinazionali seguano l’esempio di FedEx. Il problema sarà per i piccoli importatori, poco disposti a impegnarsi in cause legali da decine di migliaia di dollari. Il governo Trump punta su questo rapporto sbilanciato per risparmiare sulla restituzione.