Corriere della Sera, 25 febbraio 2026
Come si diventa Henry James
«Il ceto altoborghese in cui si viveva di rendita, negli anni della regina Vittoria, era il materiale umano prediletto di Henry James», scrive Roberto Calasso in una sorta di prefazione a Ormai non poteva succedere più nulla, la raccolta integrale dei taccuini di lavoro, in libreria da venerdì, pubblicata da Adelphi con la magistrale traduzione e cura di Ottavio Fatica. Del resto, nella scarna e sempre identica nota biografica che precede i suoi Penguin a poco prezzo, la notizia principale sembrerebbe questa: e cioè che lo scrittore statunitense naturalizzato britannico era un «inveterato diner out». (Vale a dire che andava sempre a cena fuori: almeno una sera su tre.) Quindi, se alle cene si aggiungono i pranzi e i tè pomeridiani nelle accoglienti dimore londinesi, appare evidente come, fra maldicenze e segreti svelati, aneddoti e pettegolezzi, il materiale umano potesse diventare una vera e propria miniera letteraria: dalla quale poter trarre e ricostruire quel groviglio di intrecci che immancabilmente sosteneva la trama di ogni suo romanzo, e che «ormai pressoché nulla aveva a che fare col mondo esterno», poiché «tutto si svolgeva in interni; anche se talvolta per strada».
Che smisurato edificio! Che incredibile numero di personaggi, maschili e femminili, giovani e anziani, americani e inglesi, raffinati e beceri, presuntuosi e timidi, arroganti e gentili, intelligenti e stupidi, ingenui e bugiardi, abitano i suoi «interni» principalmente in Inghilterra e in Europa, spesso anche a Boston o a New York. Che straordinaria figura di scrittore malato non d’amore, di scrittura, descrivono queste 551 pagine fitte di appunti, nonché di suggestioni talvolta simili a produttivi giri di manovella al motore, talvolta dimenticati o dismessi: un solitario mondano di ottima famiglia, pronto a recepire tutto della vita e a introiettarlo con pazienza e passione, sapendo, al pari di Mallarmé, che alla fine tutto nasce solo ed esclusivamente dalle parole. Ma come succedeva? Ce lo spiega lui stesso: «È stato anni fa, ricordo, alla vigilia di Natale a cena con amici: una signora accanto a me aveva fatto durante la conversazione una di quelle allusioni che io ho sempre riconosciuto lì per lì come altrettanti germi. Il germe, ovunque sia raccolto, per me è sempre stato il germe di una storia sotto le mie dita». Quella volta, (un figlio che aveva intentato causa alla madre per riavere i suoi beni) diventò uno dei suoi romanzi più famosi: The spoils of Poynton (Le spoglie di Poynton).
Avremmo voluto assistere a queste cene negli appartamenti di Belgravia o Mayfair, ai tè primaverili sulla collina di Fiesole, alle serate danzanti nei palazzotti nobiliari romani, durante le quali l’elegante scapolo bostoniano, amico di Turgenev e di Flaubert (oltre che di milord e banchieri), raccoglieva ogni possibile suggerimento narrativo, banale o misterioso che fosse, per poi affrettarsi a metterlo su carta in quelli che sono adesso i suoi poderosi Taccuini.
Certo, è possibile che le dame conoscessero l’inesausta fame di Henry James per le storie matrimoniali, i fidanzamenti mandati all’aria, le complesse o tragiche avventure sentimentali, benché sulle proprie (forse inesistenti), lui mantenesse il riserbo assoluto, e dunque gliele offrissero gentilmente come si offre un gelato o un sorbetto. Ma la quantità delle stesse, insieme alla quasi totale esclusione di ogni altro argomento, fa pensare che il commensale, se non una voragine interiore, avesse un chiodo fisso. E allora… La ragazza che si è fatta da sé; una donna sposata con un uomo amabilissimo che però è un gran bugiardo; l’inglese conservatore, elitario che odia gli Stati Uniti, ritenendoli una fonte di corruzione per l’Inghilterra, si innamora di una ragazza americana patriottica e eccellente, con un fratello anglofobo, per cui lui e l’inglese si detestano; la donna sposata che, vivo il marito, ha amato un altro uomo e ora, a marito morto, non va d’accordo con l’amante; una donna che si è parecchio compromessa, facendo scandalo e scalpore perché ha abbandonato il marito per un altro quando i figli erano piccoli, e deve affrontare i figli che intanto sono cresciuti; il racconto di fantasmi «suggeritomi» dall’arcivescovo di Canterbury (nientemeno), in cui si narra la vicenda dei bambini affidati, dopo la morte dei genitori, alla servitù, costituita da personaggi cattivi e depravati che corrompono e fanno diventare cattivi i bambini, quindi muoiono pure loro (i domestici), la dimora si popola di fantasmi che cercano i bambini, li assillano perché passino dalla loro parte, e bisogna vedere se ci passano o no…(Per cui, chapeau all’arcivescovo, e dibattito ancora aperto sulla reale presenza dei fantasmi che, non ricordo male, Citati sosteneva per esempio fossero veri in quel meraviglioso romanzo che è Il giro di vite)…; il problema delle ragazze che si maritano, la disperazione delle mamme…
Poi, da lì, altri romanzi meravigliosi, inossidabili, perfetti; ritratti psicologici, difficilmente dimenticabili. Come in Ritratto di signora, da molti ritenuti il romanzo più bello. Dove succede che una giovane americana, non ricca, viene prelevata da una zia e condotta prima in Inghilterra, nella villa dello zio banchiere infinitamente ricco e ormai morente, quindi, dopo aver ereditato una cospicua fortuna, in Europa. Isabel Archer, la tipica ragazza immacolata della East coast, positiva, desiderosa di conoscere il mondo, è immediatamente corteggiatissima ovunque si giri: a Londra, in campagna, in Toscana, a Roma, ma sempre rifiuta ogni pretendente. Perché? Non lo sa nemmeno lei il perché di questa resistenza: il non-detto seppellito nelle parole. Fatto sta che, a furia di rifiuti, finisce per sposarsi con Osmond, un pittore modesto; spregevole individuo.