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 2026  febbraio 25 Mercoledì calendario

Simone Todorow, fondatore e ad di MondoMostre: «Con l’arte diffondo la nostra cultura nei Paesi emergenti»

Simone Todorow ma davvero ha buttato giù con un piccone la porta delle Scuderie del Quirinale?
«Era un’ascia».
Un’ascia d’accordo. Ma perché?
«Non avevo alternative. “La danza” di Matisse non passava dalla porta
. È una tela grandissima. E noi avevamo fretta di riportarla a Mosca insieme a tutti “I cento capolavori dell’Ermitage” della mostra che avevamo organizzato alle Scuderie».
Fretta perché?
«I capolavori appartenevano alle collezioni di Schukin e Morozov. Da Parigi gli eredi stavano rivendicando la proprietà e i russi erano terrorizzati di non riuscire ad avere più indietro i quadri. Abbiamo agito di notte».
Chiariamo: per chi non lo conosce Simone Todorow non è un pericoloso sovversivo. Dal 1999 è l’amministratore delegato della più importante società che organizza mostre in Italia, MondoMostre, fondata insieme al suo socio Tomaso Radaelli. L’episodio di cui stiamo parlando risale proprio al 1999, la loro mostra d’esordio.
Avete agito di notte davanti al palazzo presidenziale: non potevate usare delle gru per tirare fuori la tela?
«I vigili non ce le hanno fatte mettere. Non eravamo riusciti ad avvisare in tempo e inutilmente alle quattro del mattino ho cercato il segretario generale del Quirinale. Non potevamo aspettare, ho usato l’ascia della sicurezza contro gli incendi. E ho rotto tutto».
Alla fine?
«Alla fine succede che a Mosca eravamo da capo a dodici. Lì all’aeroporto le gru non ce le avevano proprio, non si sapeva come scaricare i quadri e il comandante del nostro 747 dell’Alitalia aveva fretta di tornare in Italia, doveva caricare le Ferrari a Malpensa per portarle al Gran Premio di Montreal».
E allora?
«La polizia russa ha circondato l’areo tipo Sigonella, la paura era che ripartisse con i loro capolavori ancora dentro».
Un’odissea.
«E non è tutto, c’è anche la storia della mia carta di credito personale che ho dovuto usare per pagare il carburante dell’aereo russo che rientrava a San Pietroburgo. Ero davanti al Papa, in quel momento. E i soldi nella carta di credito non li avevo».
Finito?
«C’è ancora la mia scatoletta di Beluga, omaggio di Piotrovskij, il direttore dell’Ermitage. La considerai un trofeo, dopo tutto questo. In meno di 6 mesi la mostra aveva realizzato oltre 600 mila visitatori».
Avevate puntato in alto, l’Ermitage è il museo che nel mondo conserva in assoluto più capolavori. Dopo questa le mostre dopo sono state tutte in discesa?
«Diciamo che è stata un’esperienza formativa».
Perché ha deciso di fare questo lavoro? È uno storico dell’arte?
«Sono laureato in Scienze politiche all’Alfieri di Firenze».
Cosa c’entra Scienze Politiche?
«Il mio sogno era fare il funzionario parlamentare».
Certo. Ma magari non era meglio il deputato o il senatore?
«No, proprio il funzionario. Volevo costruire. I politici stabiliscono la direzione, ma poi si devono creare leggi e provvedimenti. Avevo undici anni quando ho deciso che volevo fare il funzionario».
E a che età ha cambiato idea?
«Poco prima dei trenta».
Ha incontrato l’arte?
«Ho incontrato Leonardo Mondadori. L’arte l’avevo già respirata in casa. Mia mamma era Maria Fossi una storica dell’arte diventata famosa per il suo lavoro per i bambini. Lei ha creato la sezione didattica degli Uffizi, la prima nei musei italiani».
Dunque è stata lei a spingerla?
«No. Coerente con i miei desideri subito dopo la laurea sono andato a lavorare alla Fondazione Spadolini. Leonardo Mondadori è arrivato poco dopo, nel 1997. Me lo presentò Giorgiana Corsini alla Biennale della moda a Firenze, la mia città».
Un colpo di fulmine?
«Leonardo era un visionario, una mosca bianca dentro al suo gruppo. Fu lui a suggerirci di fondare MondoMostre. Quello si fu il suo fulmine che ha illuminato le nostre vite».
Perché lo definisce un visionario?
«Trent’anni fa in Italia era molto difficile organizzare grandi mostre. Richiedevano una gestione a lungo termine e non si era ancora preparati. Bisognava partire con quattro o cinque anni di anticipo ed era un salto nel buio. La mostra poteva andare bene, ma anche male. Si doveva lavorare su una campagna prestiti che non garantiva sempre di trovare le opere giuste».
Voi invece nel buio avete saltato.
«Tante volte».
Ne racconti un’altra.
«La mostra di Caravaggio della collezione Giustiniani».
Fu difficile da organizzare?
«La scommessa era organizzarla dentro Palazzo Giustiniani».
Il Palazzo dove ci sono gli uffici dei senatori a vita.
«Esattamente».
Che anno era?
«I primi mesi del 2001».
Quindi parliamo degli uffici di Giulio Andreotti, Francesco Cossiga, Oscar Luigi Scalfaro, Giovanni Leone...
«... Già, per avere il loro permesso bisognava contattare il segretario generale del Senato, come mi spiegò Claudio Strinati, l’ideatore della mostra. Gli risposi che non c’erano problemi, avrei provveduto immediatamente».
I problemi ci furono...
«Damiano Nocilla, il segretario, non rispondeva a nessuno dei miei messaggi».
E lei ha preso un’ascia e ha buttato giù la porta del suo ufficio...
(ride).
Invece come andò?
«Presi informazioni dai giornali e scoprii che il segretario generale sarebbe andato con il presidente del Senato a un’inaugurazione al Salone dei Cinquecento a Firenze. L’ho aspettato davanti al binario della Stazione Termini».
Il segretario capitolò?
«Fu molto cortese. Disse sì al nostro progetto. E il primo piano di Palazzo Giustiniani fu messo a disposizione per il nostro Caravaggio».
Sono state tutte così rocambolesche le organizzazioni delle sue mostre?
«Sempre piuttosto faticose e complicate, ma non così avventurose. Organizzare una mostra seria richiede tempo e tanto impegno».
Quando è che una mostra si può definire seria?
«Ci deve essere un progetto scientifico e di alto livello con cinquanta/sessanta quadri significativi dell’autore e il contesto, gli autori collaterali. Poi ovviamente dipende. Se parliamo di Veermer che di quadri ne ha dipinti trentasei in tutto, averne diciotto è vincere alla lotteria».
Quante mostre avete organizzato in tutto?
«Più di duecento, fino ad oggi. Adesso abbiamo appena concluso una bellissima operazione negli Stati Uniti su tutti i capolavori dell’arte giapponese e stiamo preparando un’altra grande operazione su Pompei. Poi di nuovo in Cina».
Per fare cosa?
«Un’operazione su Morandi, lì è famoso quanto Caravaggio. In Cina hanno addirittura un colore “blu Morandi”, una tonalità di celeste»
Perché dice in Cina «di nuovo»?
«Ne abbiamo organizzate diverse lì. Sono stretti i rapporti con la Cina. Una volta volevamo portare in Italia l’esercito di terracotta di Xi’an. Era il 2008».
Un’operazione mica da poco.
«C’era lo schieramento dei due governi ai massimi livelli. Noi ci recammo a Xi’an. Io rischiai di far saltare tutto».
Oddio. Che è successo?
«Il presidente della provincia portò tutta la delegazione in terrazza. Si vedeva un cielo incredibilmente bello, tutto rosso. Lo scambiai per un tramonto, anche se l’ora era presto pensai che fosse perché eravamo dall’altra parte dell’equatore. Feci i complimenti al presidente. Lui diventò scuro in volto».
Non era il tramonto...
«Era smog. Pensava lo stessi prendendo in giro».
Ma anche quell’operazione andò in porto.
«Grazie ad una grande operazione diplomatica».
Cos’è che oggi le appare una sfida?
«Riportare a Firenze una vera grande mostra su Michelangelo, sul modello di quelle Medicee. Ahimè i prestiti sono difficilissimi da avere, sparsi per il mondo, alcune opere sono ritenute inamovibili. Quasi impossibile poi convincere la Casa reale inglese. La nostra sfida però non è soltanto organizzare una mostra».
Quale invece?
«Portare con MondoMostre la cultura italiana nei paesi emergenti. In Africa, prima di tutto. Nel sud est asiatico, in Vietnam. Anche in India».